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Nani che non celebrano giganti

Posted on 7 Aprile 20267 Aprile 2026 By Paolo Maninchedda 12 commenti su Nani che non celebrano giganti

Nei giorni scorsi è venuto a mancare Paolo Cherchi, filologo, letterato, accademico dei Lincei, docente emerito dell’Università di Chicago.
Paolo era del 1937, ed era di Oschiri.
Era in ottimi rapporti con tutti i letterati e i filologi sardi, anche con quelli nemici tra loro.
A Sassari, il suo amico del cuore era stato il compianto Nicola Tanda, l’allievo di Ungaretti, negletto dalla Sardegna. Tanda era di Sorso; aveva una sensibilità letteraria rarissima e un’anima profondissima, dolente e infiammabile. Se Paolo odiava il tempo, Nicola avversava le egemonie. Era un liberal-socialista, un pluralista militante che fece vita difficile quando nell’accademia o si era gramsciani o si era marginali.
A Cagliari Paolo era rimasto amico dei suoi antichi compagni di studi e dei loro allievi. Lui si era laureato con Alberto Del Monte, napoletano, prima crociano poi gramsciano, grande ispanista, che lo aveva instradato proprio verso la letteratura spagnola e verso il gusto dell’erudizione (Del Monte, chiamato Pinguino dagli studenti, era uno studioso che andava da Guglielmo IX d’Aquitania a Federico Garcia Lorca, capace di curare l’edizione critica di un trovatore ostico come Pere d’Alvernhe, ma anche la traduzione italiana del Lazarillo di Tormes. Paolo mantenne sempre questo imprinting erudito, ampio, plurilinguistico, tendente all’universale).
A Roma, il suo amico e sodale, era il presidente dell’Accademia dei Lincei Roberto Antonelli, un altro gigante antimondano che l’Italia non merita.

Lasciò subito (agli inizi degli anni Sessanta) la Sardegna e un giorno, a pranzo (mangiava come un passero, ma amava insegnare al desco) mi confessò che non lo fece per quel provincialismo inverso che indemonia tanti sardi, cioè la fuga da ciò che si avverte come limitante e chiuso; no, lo fece per puro spirito picaresco, per amore dell’avventura antieroica, ma pur sempre avventura,  che porta taluni a affrontare il mondo armati solo d’ingegno, bastone e bisaccia.
Iniziò a girovagare tra Spagna, Inghilterra e poi Stati Uniti. Fu davvero un clericus vagans, accettando di buon grado, e non “suo malgrado”, anche l’inevitabile componente erotica di questa vita raminga (fino a quando si sposò, in America, e mise su casa).
Aveva tantissime amiche, ma non ne parlava mai. Amava il femminile, ma non era mai oggetto delle sue conversazioni. Era un grandissimo e abilissimo conversatore, con un repertorio di storie e uno stile ironico che lo portava ad essere inevitabilmente seduttivo.

Come sanno gli ammalati di letteratura, dietro ogni inquietudine c’è una domanda di senso inesauribile e Paolo affidò il suo tormento non a un’opera teorica (che pure sapeva scrivere. Quando finì ad insegnare a Ferrara, dopo essere andato in pensione dall’Università di Chicago, si accorse che gli studenti non disponevano di un manuale di teoria della letteratura, e così lo scrisse per loro in pochissime settimane, perché per lui la critica non era una fatica, gli veniva naturale) ma a un volumetto pubblicato dalla Edes di Alberto Pinna, Herostraticon. Medaglioni di astripeti ovvero dall´osco-umbro al logudorese (poi ripresa in Erostrati e Astripeti, per Il Maestrale: gli astripeti sono gli opposti dei centripeti, sono gli uomini che tendono alle stelle, tanto quanto i materialisti tendono agli alluci. Il termine viene da Dante, De vulg. Eloq, [qui] nolint astripetam aquilam imitari.), una sorta di mascherata autobiografia intellettuale che già nel titolo rivela la domanda che la accende: Erostrato era il pastore che nel IV secolo avanti Cristo aveva incendiato il tempio di Artemide ad Efeso per compiere un’azione che eternasse il suo nome (non diversamente da quegli inquieti che per farsi notare dal mondo uccidono qualcuno o lo perseguitano o infiammano il popolo all’odio e alla rivolta ecc. ecc.). Paolo si poneva il tema dell’eternità e della gloria: quale gloria (domanda molto rinascimentale) era tale da battere il tempo senza procurare danno ai propri simili? Come lasciare un segno nella storia senza lasciarlo sulla schiena degli uomini? Si diede anche una risposta: la conoscenza è l’unica gloria pacifica e di vantaggio per l’umanità e per questo era curiosissimo di tutti i grandi sistemi logici costruiti, dal Medioevo al Seicento (dopo il XVII secolo, la matematica e la fisica hanno battuto la logica e la retorica) per darsi conto di tutto il reale. Su tutta la letteratura ermeneutica, ortodossa e eterodossa, prodotta tra la fine del Cinquecento e per tutto il Seicento, su tutta la manualistica retorica (del bello scrivere e del bel parlare) e morale (un tempo si educava discutendo i casi della vita, catalogandoli), Paolo era imbattuto e imbattibile; anche Eco ne sapeva meno di lui.

A suo dire, l’incontro che più lo colpì fu quello con Arnoldo Momigliano, in Inghilterra. Descriveva questo Maestro insuperabile della cultura europea come un uomo inesauribile, un uomo divergente nelle strutture del pensiero (lui diceva che era evidente il suo non essersi formato nelle scuole istituzionali italiane). Momigliano aprì a Paolo le porte sulla letteratura latina medievale e rinascimentale. Il mondo accademico è pieno di boria e di esibizione, però io stesso, nel mio piccolo, ho potuto constatare che non sono molti gli accademici umanisti che leggono e capiscono il latino all’impronta.
Paolo era capace di leggere, per esempio, il De sui ipsius et multorum ignorantia di Petrarca senza aprire un dizionario. Ma c’è di più: tra le sue letture poteva esserci il Rationale divinorum officiorum (1271-1291) di Guillaume Durant, vero status quaestionis dei riti ecclesiastici, dai paramenti al taglio dei capelli e della barba dell’officiante, nel quale era insindacabile (con grande divertimento di Paolo ) che Longitudo namque capillorum, multitudinem significat peccatorum. Hinc igitur clerici barbas sibi radere informantur. Ratio namque pillorum barbae, qui es superfluis stomachi provenire dicuntur humoribus, designat quod vitia et peccata, quae in nobis superflua sunt, resecare debemus.

I suoi ultimi lavori sono stati accolti nella collana Filologia e Letteratura di Unicapress, la casa editrice dell’Università di Cagliari Erranze libridinose (https://unicapress.unica.it/index.php/unicapress/catalog/book/978-88-3312-095-9), Perché tanta poesia d’amore: Dai trovatori a Marino (https://unicapress.unica.it/index.php/unicapress/catalog/book/978-88-3312-119-2), dalla casa Editrice Longo di Ravenna (Da Dante a Varano. Lezioni in formato Zoom, a cura di Gonaria Floris), delle Edizioni di Storia e Letteratura (Il tramonto dell’onestade) e di Milella (Le meraviglie di Eco).

A un uomo così grande e così umile, così generoso e così colto (virtù che non sempre sono appaiate) la stampa sarda ha dedicato un titoletto di spalla, a fronte di pagine e santificazioni di polemisti, poligrafi spacciati per scrittori, invidiosi militanti fraintesi in critici acuti ecc. ecc.
Confesso un certo disprezzo per l’Olimpo sardo autocelebrante, quello degli innumerevoli premi letterari, delle recensioni incrociate, degli avventurieri delle lettere che si atteggiano a maestri laureati, che deve divorare e ignorare i giganti per ridurre tutto al proprio livello. Paolo Cherchi non è livellabile da queste termiti.

Vola, Paolo, vola Astripeto, prenditi le stelle che meriti.

 

Cultura, Politica, Vetrina

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Comments (12) on “Nani che non celebrano giganti”

  1. Mariantonietta ha detto:
    10 Aprile 2026 alle 19:58

    Le tue belle parole su Paolo Cherchi (a me sconosciuto), non so perché mi hanno fatto venire in mente i versi di una poesia di Montale, che amo, I limoni:
    ‘Ascoltami…i poeti laureati si muovono tra piante dai nomi poco usati…bossi, ligustri o acanti. Io, per me, amo…..’ Etc….
    È l’elogio dell’umilta’ e della bellezza, che il tuo ricordo ha risvegliato….

  2. Marcello Marini ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 19:12

    Se la Cultura sarda non è celebrata neppure dall’informazione sarda, cosa si può pretendere dai “continentali”? Un grande scienziato sardo come Giuseppe Brotzu, che ebbe dei meriti nella scoperta della penicillina non inferiori a quelli del Nobel Sir Alexander Fleming, non ebbe riconoscimenti dall’Italia repubblicana. Solo il Re Umberto II dall’esilio gli conferì il prestigioso Ordine Civile di Savoia. A proposito di Giganti come l’Accademico Roberto Antonelli, che l’Italia non merita.

  3. Antonio ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 16:53

    Signor Massimo riconoscimento dell’ università la Sapienza mentre la Sardegna si è dimenticata

  4. Augusto Vincenzo Cherchi ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 16:30

    Ho saputo praticamente in diretta della morte di mio zio Paolo Cherchi, in quanto seguivo le notizie sulla sua salute (peggiorata negli ultimi mesi) dalle pressochè giornaliere eMail con mio cugino, suo figlio Marcello e con mia zia, sua sorella Maria. Per pura coincidenza parentale e senza alcun merito da parte mia sono stato suo nipote e figlioccio di cresima di suo fratello Placido. Era cugino in primo grado di mio padre, anche lui Paolo Cherchi, scomparso quando io non avevo ancora 8 anni, nel 1958. Le nostre frequentazioni sono state purtroppo molto sporadiche e per moltissimi decenni io ho avuto solo poche notizie di lui e ancora meno occasioni di frequentarlo. Abbiamo cominciato a frequentarci e dialogare solo a seguito della scomparsa di mio padrino nel settembre del 2013. Da allora ho avuto il piacere e la fortuna di chiacchierare amabilmente con lui attraverso WhattsApp almeno una volta la settimana, ed ogni volta ho incamerato nel mio animo sprazzi entusiasmanti della sua cultura, della sua enorme capacità di essere dottissimo e allo stesso tempo colloquiale e divertente anche con chi, come me, non poteva minimamente competere al suo livello. Avendo saputo dalle nostre chiacchierate che stavo procedendo a mettere per iscritto le mie memorie autobiografiche (il mio unico intento era quello di non disperdere emozioni ed esperienze vissute in oltre settant’anni, senza alcuna velleità di farne un’opera letteraria) mi ha incentivato a farlo con maggiore assiduità e impegno, facendomi infine un regalo che mai mi sarei aspettato: una volta completato il mio lavoro, dopo averlo esaminato e giudicato, oltre ad avermi suggerito di pensare seriamente a contattare una casa editrice per una pubblicazione che secondo lui era meritevole, ha anche scritto la presentazione del mio manoscritto con una analisi che secondo me vale infinitamente di più del manoscritto stesso. Me l’ha consegnata lo scorso autunno, quando già la sua salute si era ulteriormente aggravata; eppure ha voluto dedicarsi a farmi questo regalo, che conserverò con orgoglio e immutata emozione.

  5. Franca Cherveddu ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 14:45

    Esattamente ciò che ho pensato ieri, dopo aver saputo della sua morte. Grazie

  6. Andrea Faedda ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 12:47

    Però mi sarei aspettato almeno una citazione riferita al fratello Placido Cherchi, scomparso nel 2013. Forse non altrettanto fortunato dal punto di vista accademico ma sicuramente tra i più raffinati antropologi della Sardegna recente. Allievo di Ernesto De Martino e autore di numerosi saggi.

  7. Marco Casu ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 12:23

    Per immensa fortuna dei Giganti. Le celebrazioni dei nani sono inauditi Oltraggi.

  8. Francesco ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 11:48

    Grazie del ritratto, non conoscevo la figura di questo autentico gigante.

  9. Frank Mallocci ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 11:20

    Anche oggi due pagine de “La Nuova” sui concerti di primavera. Questa è la sola cultura che possiamo esprimere.

  10. Mm ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 10:19

    Magari non cercava le stelle, magari correva un’ altra battaglia, che non è per tutti. Che mai potrà farsene di riconoscimenti e panegirici? Ha fatto quel che voleva fare. Studiare.

  11. R ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 10:09

    Filologia è libertà

  12. massimo ha detto:
    7 Aprile 2026 alle 10:06

    … https://www.youtube.com/watch?v=orOyaMR8fOk …

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