Editoriale

Meglio una passeggiata insieme che una cavalcata solitaria

_MG_1179di Paolo Maninchedda

Sta diventando un coro.
Telefonate, mail, messaggi, tutti a dirmi che mi devo candidare alla Presidenza. Hanno anche fatto un sondaggio su di me di cui non conosco gli esiti. Nessuno me li dice. Non ho soldi per farmelo come dovrebbe essere fatto. So come andrà il Partito dei sardi e andrà molto bene, ma di me non so nulla. Si vorrebbe che interpretassi una volontà di cambiamento fuori dagli schemi, io che ho cinquantadue anni oggi…. Riconosco di essere reticente all’idea e alla sua messa in pratica, sebbene mi sia sempre sentito fuori dagli schemi. Ma faccio qualche domanda.
Perché io da solo? Perché non quelli che mi chiedono di candidarmi? Perché si cerca sempre un condottiero e si rinuncia a essere dei bravi comandanti, di se stessi in primo luogo, e poi al servizio della gente e della Patria (sì, della Patria, perché si può chiamare Patria la propria terra, non è un errore o un insulto)?
Io vorrei candidare mamme che fanno le mamme seriamente, impegnate e affaticate da uno Stato che non c’è nei servizi essenziali. Seguendo mie figlie (perché sono riuscito a seguirle anche facendo politica e a rimanere per loro un babbo presente) ho conosciuto donne e uomini di grande valore, il cui apporto in Consiglio regionale sarebbe prezioso.
Io vorrei candidare i medici bravi che sono stati vittime delle cordate sanitarie mafiose.
Io vorrei candidare avvocati che fanno gli avvocati della gente e non hanno nascosto la loro anima dietro il cinismo delle aule di giustizia.
Io vorrei candidare giovani che combattano per il loro futuro, non che chiedano la cortesia a qualcuno di garantirglielo.
Io vorrei candidare insegnanti, che ho conosciuto, consapevoli della grande responsabilità e del grande piacere che risiede nell’educare e istruire i ragazzi. Io ho capito per la prima volta che cosa significhi essere padre non quando è nata la mia prima figlia, ma quando a 27 anni ho insegnato in una scuola di Villacidro e ho amato profondamente i miei ragazzi. Ci sono insegnanti che fanno nella loro vita più per la Sardegna di qualsiasi governo regionale.
Vorrei candidare alcuni funzionari regionali bravi, umiliati dalla disparità culturale tra loro e gli assessori che di volta in volta vengono nominati. Vorrei che non si rassegnino, che combattano, che dicano la verità.
Questo mondo di buoni invisibili è il futuro della Sardegna. Molti di questi chiedono a me di candidarmi, ma loro non trovano il coraggio per farlo.
Ebbene, perché non si candidano? Perché non facciamo liste coraggiose di gente per bene? Perché si chiede a me il coraggio della sfida e si rinuncia a interpretarla in prima persona per cedere il passo a persone a dir poco improbabili? Di che cosa si ha paura? Il futuro non viene da solo; il futuro si costruisce. Metto una mia foto brutta (un amico mi ha beccato a usare il medio e non l’indice) per far capire che io sono un uomo con mille limiti e debolezze, mille acciacchi e tante angosce. Non sono un eroe. Sono pronto a fare una grande famiglia di persone normali, ma non a fare lo splendido.