Premessa Il Consorzio di Tutela del Pecorino Romano DOP è in possesso dal dicembre 2025 di un parere legale sull’“opportunità di coinvolgere l’Autorità Garante per la Concorrenza per contrastare eventuali distorsioni del mercato e per garantire la maggiore trasparenza nelle pratiche di formazione del prezzo del formaggio Pecorino romano DOP”. Il parere è nelle mani di tutti i membri del Consorzio, di tutti i loro legali, ma è stato occultato alle istituzioni, ai sindacati, ai produttori e alle istituzioni.
La Regione lo acquisisca e lo renda pubblico.
In sostanza, il Consorzio ha chiesto se e in quali termini denunciare all’Autorità per la Concorrenza le attività registrabili intorno alla definizione del prezzo del latte.
Occorre prestare attenzione alla data: 12 dicembre 2025, cioè 10 mesi dalla data corrente. Il tempo trascorso da quando quel parere è stato reso è importante se lo colleghiamo alle mobilitazioni, iniziative e incontri che si stanno susseguendo in tutta la Sardegna sul prezzo del latte ovino e sulle problematiche della filiera di trasformazione casearia, soprattutto per il prezzo del Pecorino Romano DOP che condiziona l’intero sistema.
È noto a tutti che il prezzo di vendita del Pecorino Romano DOP, di fatto, determina il prezzo di acquisto della materia prima (il latte ovino) da parte dei trasformatori e di conseguenza condiziona il reddito dell’anno degli allevatori e pastori della Sardegna. Convenzionalmente, la stagione di produzione e trasformazione del latte ovino inizia a metà dicembre, quindi la sottoscrizione dei contratti di fornitura del latte, tra allevatori e trasformatori, avviene in questo periodo (settembre/ottobre) ed è per questo che le tensioni sul prezzo del latte, esplodono in queste settimane. Si registra una pressione ad abbassare il prezzo del latte, ma non si riesce ad identificare con esattezza da dove venga questa pressione, né, in ultima analisi, come si formi il prezzo.
Il parere è stato chiesto con questo scopo, ma, per i suoi risultati, è stato tenuto nascosto fino ad oggi.
La Commissione prezzi Il Pecorino Romano DOP viene prodotto al 90/95% il Sardegna e il resto tra Lazio e parte della Toscana, ma la Commissione prezzi, cioè l’organismo che rileva e diffonde settimanalmente il prezzo di vendita di questo formaggio, ha sede presso la Camera di Commercio di Milano Monza Brianza e Lodi. Questa la sua composizione (p.34 del pdf) A guidare la commissione è il dott. Antonio Auricchio, grande produttore di pecorino romano e di altri formaggi di qualità, con stabilimenti in Sardegna e socio del Consorzio di Tutela. Fa parte della Commissione anche il Direttore del Consorzio di Tutela e anche questa partecipazione è tutt’altro che a tutela di una buona formazione del prezzo.
Le censure del parere Il parere dice, in linguaggio giuridico, che le norme vigenti vientano che chi si trovi in conflitto di interesse concorra a determinare il prezzo, e il motivo è evidente, perché il prezzo può derivare non da una corretta e imparziale osservazione dell’andamento della domanda e dell’offerta, ma da volontà di ribasso o di rialzo condizionate da esigenze e interessi commerciali.
Smemorati In primo luogo, il parere ricorda al Consorzio che lo stesso Consorzio nel 2015 si era già rivolto alla Camera di Commercio di Milano per un’indagine sulla formazione del prezzo del Pecorimo Romano. Un’iniziativa giusta abbandonata dalla gestione attuale del Consorzio: “Le criticità da Lei descritte nella formazione del prezzo del formaggio pecorino romano sono già state contestate in passato dal vostro Ente alla stessa Camera di Commercio di Milano”. A distanza di 11 anni, il Consorzio, anziché proseguire nella strada della messa in mora della Camera di Commercio di Milano e di un’azione seria presso l’Agcm chiede un parere legale che, a sua volta, sembra rispondere in apertura: “Ma chiedi a me ciò che già sai?”.
Lo schiaffo è ancora più evidente grazie al richiamo degli interventi a suo tempo operati dall’Agcm: “Si tratta di criticità delle quali la stessa Autorità Garante del Mercato e Concorrenza (in proseguo anche AGCM) ha piena conoscenza avendo condotto degli specifici approfondimenti conoscitivi proprio sul ruolo delle Camere di Commercio nella rilevazione dei prezzi e per ciò stesso ha richiamato, inter alia, l’attenzione del Senato e della Camera dei deputati, affinché sia posto rimedio per il tramite di un intervento normativo ad hoc.”
Conflitto di interessi Poi il parere entra nel vivo, parlando della Commissione prezzi: ““Ciascun Componente è nominato a titolo personale e deve assicurare l’impegno a rappresentare l’intero settore di appartenenza e la disponibilità ad una fattiva, regolare e obiettiva collaborazione, entrambe finalizzate al raggiungimento della massima veridicità dei prezzi da pubblicare. I Commissari non devono presentare evidenti conflitti di interesse con le attività che dovranno essere svolte in seno alla commissione. La verifica del rispetto dei requisiti richiesti dal presente Regolamento deve essere effettuata dalle Organizzazioni Professionali e/o Associazioni di categoria e/o Enti ed Istituzioni (Comune, Regione, Università etc.) designatrici, anche mediante l’acquisizione da parte degli interessati di apposite dichiarazioni rese ai sensi del D.P.R. n. 445/2000.”
I legali, per dare un quadro più completo, citano le norme dell’Unione Europea (l’Art. 101 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che vieta di porre in essere intese che abbiamo come oggetto ed effetto una restrizione della concorrenza) e quella nazionale (art. 2 della Legge 10 ottobre 1990, n. 287): in sostanza richiamano le norme generali sulla libera concorrenza a sul divieto di fare “cartello” per monopolizzare il mercato. In questo quadro, ricordano al Consorzio le sue funzioni: “….adottare misure per la valorizzazione dei prodotti e, se necessario, adottare provvedimenti volti a impedire o contrastare misure o pratiche commerciali che pregiudicano o rischiano di pregiudicare l’immagine e il valore dei rispettivi prodotti, compresi le pratiche commerciali che svalutano il prodotto e l’abbassamento dei prezzi” e ancora “le funzioni che mirano a regolarizzare l’offerta con il fine di controllare la quantità del prodotto immesso nel mercato così da stabilizzare il prezzo, prevenire eccessi di offerta o carenze del prodotto”.
In sostanza dicono al Consorzio: “Bada che tu, istituzionalmente, non devi partecipare ai cartelli, ma devi combatterli”.
La denuncia Fatta questa premessa, i legali affermano che “l’attuale composizione della Commissione Prezzi della Camera di Commercio di Milano non assicura terzietà e indipendenza, quanto meno con riguardo alla rilevazione avente a oggetto il pecorino romano.” “Il Presidente della Commissione è tra i maggiori produttori di formaggio in Italia e produttore e trasformatore di Pecorino Romano e il Consorzio di Tutela, ente esponenziale di tutta la filiera, è parte integrante della stessa Commissione Prezzi e a questi fanno da contraltare tutti gli operatori che detengono una quota predominante del mercato sul lato acquisto del formaggio, includendo anche i brokers”.
Credo non serva commentare queste parole: chi decide il prezzo è in conflitto di interessi e chi dovrebbe proteggere la filiera, cioè il Consorzio, siede allo stesso tavolo. In altri paesi civili, solo questa affermazione avrebbe prodotto un terremoto, in Sardegna tutto viene occultato.
Ma per non lasciare niente al caso, i legali si spiegano meglio: “Il conflitto di interessi è dettato dal fatto che nella composizione di queste Commissioni prendono parte, proprio come nel caso di specie, soggetti direttamente interessati alla misura del prezzo oggetto di rilevazione così integrandosi i presupposti, anche solo potenziali, per illeciti concorrenziali nella formazione dei prezzi dettati dalla distorsione delle funzioni camerali, di mera rilevazione, a quelle di una vera contrattazione dei prezzi da inserire poi nei listi ufficiali della Camera di Commercio, così sussistendo i presupposti per coordinare strategie future di prezzo con effetti restrittivi della concorrenza nel mercato”.
La conclusione è un durissimo atto di accusa dell’operato del Consorzio: “Vi sarebbero, pertanto, i presupposti per contestare l’operato della Camera di Commercio di Milano ex art. 32, paragrafo 4, lett. g) Reg. UE n. 1143/2024, salvo che la condotta del Consorzio è essa stessa rilevante ai fini della configurazione dell’illecito di pericolo anticoncorrenziale, e lo è nei termini in cui, andando ben oltre le funzioni statutarie ad esso assegnate, interviene nella formazione (non si tratta di rilevazione) dei prezzi del pecorino romano. Non solo la presenza del Consorzio alle singole riunioni della Commissione, ma l’assunzione stessa del ruolo di rappresentante di una porzione della filiera da parte del Direttore Generale del Consorzio alla Commissione prezzi è essa stessa riconducibile al Consorzio medesimo. (…) “La condotta del Consorzio, in patente violazione delle funzioni istituzionali ad esso affidate dal decreto ministeriale di vigilanza, potrebbe esporre il Consorzio all’ulteriore sanzione di cui all’art. 6 D.lgs. n. 297/2004.
Conclusione Questo è quanto. Mi è costato raccontare questa vicenda, perché è la conferma della crisi morale e istituzionale in cui versa la Sardegna. Non ne godo, ma tacere sarebbe stata una complicità imperdonabile.

La Regione Sardegna, qualora fosse realmente interessata ad affrontare il problema, potrebbe istituire una commissione d’inchiesta regionale, acquisire documenti, convocare i soggetti coinvolti e rendere pubblici gli elementi emersi, facendo piena luce su eventuali accordi, qualora esistessero. Perché un prezzo che condiziona il reddito di migliaia di pastori deve formarsi in una sede terza, con regole trasparenti e sotto gli occhi di tutti.
Vorrei però aggiungere una riflessione, perché temo che concentrarsi esclusivamente sulla Commissione di Milano rischi di farci perdere di vista il problema di fondo.
Il Pecorino Romano è oggi, in larga parte, un prodotto destinato all’industria alimentare, venduto soprattutto sul mercato statunitense. In questo segmento, il prezzo è un fattore determinante e il nostro formaggio si trova a competere con altri prodotti, compresi quelli realizzati negli Stati Uniti con latte vaccino e quelli provenienti da filiere ovine a costi inferiori. È qui che si trova una parte importante del problema: non basta interrogarsi su come venga determinato il prezzo, bisogna anche capire quali condizioni di mercato lo rendano così vulnerabile.
Occorre quindi ragionare su come diversificare i prodotti, ampliare i mercati di sbocco, sviluppare nuovi accordi commerciali e creare opportunità che consentano di ridurre la dipendenza da un unico mercato. Bisogna valorizzare maggiormente le caratteristiche distintive del Pecorino Romano, esplorare nuovi segmenti di consumo e costruire una strategia capace di generare più valore lungo tutta la filiera, a partire dal latte conferito dai pastori. Anche con una Commissione impeccabile, capace di garantire la massima trasparenza, finché la produzione rimarrà su livelli record, superiori alle 39.000 tonnellate, e il settore continuerà a dipendere in misura così rilevante dal mercato statunitense, resterà il rischio di una forte pressione al ribasso sul prezzo del latte ovino.
La trasparenza nella formazione del prezzo è indispensabile, ma da sola non basta. Servono una programmazione produttiva coerente con la domanda, una maggiore diversificazione dei mercati e una strategia industriale e commerciale di lungo periodo, capace di valorizzare il Pecorino Romano non soltanto come ingrediente per l’industria alimentare, ma anche come prodotto di qualità, con una storia, un’origine e caratteristiche distintive.
Altrimenti rischiamo di discutere per mesi di dove e come si forma il prezzo, senza affrontare fino in fondo le ragioni economiche per cui quel prezzo penalizza i pastori.
La questione, dunque, è duplice: garantire trasparenza nella formazione del prezzo e rendere sostenibile il modello economico del Pecorino Romano. Perché non basta rendere trasparente un prezzo debole: bisogna creare le condizioni affinché il lavoro dei pastori venga remunerato in modo equo e sostenibile.
Tutto molto deplorevole PERÒ occorre pure ricordare che finché il latte “viaggiava” a 50-60 €cent./lit. i canoni di affitto dei pascoli erano commisurati alla resa in litri di latte per ettaro.
Misura equa per locatore e locatario e ampiamente prevista dal Diritto Agrario (Legge n. 203/1982).
Quando il prezzo del latte ha finalmente raggiunto cifre maggiormente remunerative per i produttori (1,5 €/lit.) gli stessi hanno iniziato a disattendere l’applicazione del suddetto meccanismo di determinazione del canone di affitto.
Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!
Io ricordo bene tutti gli incontri di Maninchedda nei vari paesi . Questa cosa del Romano forse non l’avevi mai descritta così bene. Ricordo anche di qualche incontro dove parlò Palitta, allora forse presidente del consorzio. Al di là di ricordare bene realizzo anche l’idea che tanta gente, troppa , non abbia capito in che direzione andare davanti al seggio elettorale.
@medardo:
No, “b’ant postu sos sorighes a tentare su casu”.
Mi sembra più attinente al tema.
Condivido la richiesta di rendere pubblico il parere, perché un prezzo che condiziona il reddito di migliaia di pastori deve formarsi in una sede terza, sotto gli occhi di tutti. Vorrei però aggiungere una riflessione, perché temo che concentrarsi solo sulla Commissione di Milano rischi di farci perdere di vista il problema di fondo. Il Pecorino Romano è oggi in larga parte un prodotto da industria, venduto soprattutto negli Stati Uniti come ingrediente per grattugiati, sughi e piatti pronti. In quel canale conta il prezzo al chilo e non la denominazione, e il nostro formaggio può essere sostituito facilmente dal Romano di latte vaccino prodotto in America senza dazi o da altri formaggi ovini a basso costo. Anche con una Commissione impeccabile, finché la produzione resta ai livelli record di oltre 39.000 tonnellate e dipende da quel mercato, il prezzo continuerà a essere debole.
Per la stessa ragione guarderei con prudenza al sistema di stoccaggio che si sta avviando. Come aiuto temporaneo contro lo shock dei dazi ha senso, ma ha un costo fatto di confezionamento sottovuoto, celle frigorifere e interessi sugli anticipi, e non è affatto detto che venga ripagato da margini migliori. Il sottovuoto evita alle forme di perdere peso, ma non ne accresce il valore. Il rischio concreto è dunque ottenere anticipi su un prodotto che resta fermo nel tempo, mentre il mercato potrebbe perfino scendere. Inoltre chi compra, sapendo che quelle scorte prima o poi torneranno in vendita, ha tutto l’interesse ad aspettare. È la differenza decisiva con il Parmigiano Reggiano, al quale ci si ispira, dove il mercato premia il tempo. Alla Borsa di Milano tra il Parmigiano di 12 mesi e quello di 30 corre una differenza di prezzo di circa il 28 per cento, mentre tra il Romano di 5 mesi e quello di 8 la differenza è appena del 2 per cento. Per il Parmigiano il tempo trascorso in magazzino è un investimento, per il Romano resta soltanto un costo.
Aiutare i pastori è giusto, ma il modo conta quanto l’intenzione. Credo che il sostegno pubblico debba servire soprattutto a spostare una parte della produzione verso formaggi diversi e a maggior valore, puntando con decisione sull’innovazione e sui prodotti salutistici. Penso al pecorino ricco di CLA, sul quale l’Università di Cagliari ha già documentato effetti positivi sul colesterolo. Servono anche più vendite al dettaglio e alla ristorazione e una presenza su mercati diversi da quello americano. Se continuiamo a dipendere dall’industria, e da quella statunitense in particolare, nessuna regola sulla formazione del prezzo basterà a garantire ai pastori un futuro sereno.
Se ci sono conflitti d’interesse nella Commissione prezzi, vanno verificati e, se accertati, rimossi. È legittimo chiedersi come sia stato possibile che certe situazioni si siano protratte nel tempo.
Detto questo, resta da dimostrare quale danno concreto tali situazioni abbiano prodotto sul comparto caseario. Un eventuale conflitto d’interessi è una questione seria, ma non dimostra di per sé che le quotazioni siano state alterate o che il mercato abbia subito una distorsione.
Se osserviamo l’andamento dei prezzi negli ultimi anni, 2026 compreso, le quotazioni della Camera di Commercio di Milano mi sembrano aver seguito sostanzialmente l’andamento del mercato.
Prof. Maninchedda, se ha modo di confrontarsi con qualche responsabile commerciale di un caseificio, cooperativo o privato, provi a verificare i prezzi effettivi di vendita del Pecorino Romano, franco magazzino, confrontandoli con quelli pubblicati dalla Camera di Commercio, naturalmente riferiti allo stesso periodo, alla stessa tipologia e stagionatura del prodotto. A mio avviso, il confronto non evidenzia grandi differenze e, quando emergono, non sembra necessariamente che siano i prezzi effettivi a risultare superiori alle quotazioni camerali. È un riscontro concreto che merita di essere fatto prima di concludere che vi sia stata una distorsione nella formazione dei prezzi.
Resta naturalmente da chiarire quali iniziative abbia eventualmente assunto il Consorzio dopo aver ricevuto, nel dicembre 2025, il parere legale citato. È una questione che merita trasparenza, ma che va tenuta distinta dalla dimostrazione di un’eventuale distorsione delle quotazioni.
A mio giudizio, il problema economico principale del comparto è un altro: l’eccesso di produzione. Nelle campagne 2023/24, 2024/25 e 2025/26 la produzione ha raggiunto e mantenuto, per tre stagioni casearie consecutive, il livello record di 390.000 quintali. A questa situazione si sono aggiunti gli effetti dei dazi statunitensi, con ulteriori difficoltà per l’esportazione.
La strategia, sostenuta da SFIRS e Regione Sardegna, di finanziare il ritiro dal mercato di 30.000 quintali, può contribuire a riequilibrare la situazione, ma difficilmente sarà sufficiente senza una programmazione della produzione che consenta di ridurre strutturalmente i quantitativi, nell’ordine del 10-15% rispetto ai livelli massimi raggiunti.
Questa è, a mio avviso, la direzione da seguire. Attuarla in un comparto caseario sardo frammentato, nel quale tanti operatori perseguono legittimamente i propri obiettivi individuali senza sempre riuscire a coordinarsi nell’interesse generale della filiera, sarà difficile. Ma è una sfida che non possiamo continuare a rinviare.
La trasparenza nella formazione dei prezzi è necessaria. Altrettanto necessario, però, è affrontare le cause economiche che mettono in difficoltà allevatori, trasformatori e l’intera filiera.
La ringrazio comunque per l’attenzione costante alle problematiche della Sardegna e per aver riportato nel dibattito una questione tanto delicata.
Giommaria Pinna
La Coldiretti è sempre in televisione a fare propaganda mi domando a cosa serve se poi non fa il suo dovere
Coldiretti non ha niente da dire, dimostrazione che si accontentano dei famosi ristori in cambio del silenzio
chi sarebbe il. presidente della commissione nel. comitato prezzi ,,maggior produttore di P.Romano? presumo per sapere i vari membri del comitato prezzi si sia fatta una Richiesta specifica, e qui figura tutta la rappresentanza al tavolo , conoscere il resto della ciurma sarebbe interessante😏..
certamente non c’è da stare allegri, ma questo andazzo va avanti da almeno 50 anni, è il tempo da cui osservo questo meccanismo, appena qualcuno si affaccia ai piani decisionali viene cooptato (comprato) dal sistema e contribuisce al mantenimento dello status quo.
troppo debole la nostra democrazia economica e troppo frammentata la nostra democrazia politica. il mondo delle campagne in campo economico ha quasi sempre avuto rappresentanti che avevano come prima necessità risolvere il loro stato reddituale e patrimoniale, il tutto condito da una moralità distributiva diciamo così, lasca.
cmq grazie per questo articolo così puntuale e documentato. Giovanni
Quanto affermato corrisponde a verita’, e il fatto che questo problema sia stato reso noto ai membri del CDA del consorzio di tutela soltanto nel giugno 2o26 da parte del presidente Maoddi .dimostra una subdola connivenza.
AZIONE DEPLOREVOLE E NESSUNO HA CHIESTO LE DIMISSIONI
Hanno messo la volpe a custode del pollaio
non è possibile che nessuno sapesse di questa situazione.
Auricchio che presidenzia dove non deve;
nasconde ciò che va appalesato;
prezza male, anzi malissimo, per gli altri ma benissimo per lui.
E nessuno sapeva niente.
Da vomito!
Che bel quadretto… Oramai non ci stupisce più nulla. E’ tutto uno schifo generalizzato. Gli organi di vigilanza dove stanno? Si voltano difronte ai potenti e fanno le sanzioni ai poveracci. La sola ICQRF avrà 30 unità in Sardegna, altri 20/25 Carabinieri anti frode. Mai visto uno schifo così!!