Agricoltura, Politica

Le ragioni dei pastori 2: tanto denaro promesso, poco denaro erogato

Continuo nel lavoro (che dovrebbero fare altri, ma che non fanno) di illustrare le motivazioni profonde che danno ragione allo sciopero elettorale dei pastori, sempre che vogliano continuare a farlo.
In campagna non ci sono soldi.
Perché?
Il Piano di Sviluppo Rurale stanzia per il 2014-2020 una cifra molto consistente: 1 miliardo 308 milioni e 406 mila euro.
La Sardegna risulta addirittura essere una delle Regioni più virtuose in Italia per la spesa delle risorse.
Tuttavia, ciò che non si considera è che i denari che escono in un determinato anno, poniamo nel 2018, non sono mai riferiti a domande presentate nello stesso anno, fatte alcune rare eccezioni. Questo comporta che i pastori si indebitino per il periodo che passa tra la domanda presentata e l’erogazione delle somme dovute.
Succede alle imprese agricole ciò che accade alle imprese fornitrici di beni e servizi alla pubblica amministrazione. Oggi, per esempio, le imprese che forniscono beni e servizi alle Aziende sanitarie si vedono pagate le fatture mediamente dopo 7 mesi, in questo modo una parte rilevante del fabbisogno di cassa della sanità sarda viene spostato in avanti e questo tempo guadagnato dalle casse regionali viene pagato dalle imprese fornitrici, le quali in genere non sono particolarmente capitalizzate da reggere dilazioni di pagamento così ampie, quindi si indebitano.
Allo stesso modo, l’impresa agricola sarda che facesse affidamento sul finanziamento pubblico previsto per legge nei tempi normali di un’istruttoria, si troverebbe, come si trova, a sperimentare che tra la presentazione della domanda e l’erogazione delle somme passa un periodo che va dai 12 ai 18 mesi e in alcuni casi arriva ai 24 mesi. Se se ne vuole una conferma si prenda la misura 6.1 ecc., quella del primo insediamento. Domande presentate nel 2016, istruttoria ancora in corso nel 2018, neanche un euro erogato, nel frattempo il pastore ha dovuto aprirsi la partita Iva ecc.
Ma andiamo più nel dettaglio. Faccio solo un esempio.
Prendiamo la misura del benessere animale. Prendiamo l’annualità 2016. A fronte di 8512 domande ammesse nel 2016, i decreti di pagamento iniziano nel maggio 2017: solo 27 domande vengono completamente liquidate, pari allo 0,31%, nel 2017. Il grosso delle imprese (7137 domande, pari all’83,84%) ha ricevuto solo anticipazioni pari mediamente al 85% dell’importo; il 15,8% (1348 domande) non è stata pagata a tutt’oggi. Tutto questo significa che l’80% delle imprese ha incassato in due anni l’80% delle somme attese, mentre il 20% delle imprese non ha incassato nulla. È come se 8 imprese su 10 vantassero un credito ciascuna di 1000 euro e ne recuperassero dopo due anni solo 800. Tutto questo è tanto più grave se si considera che la gran parte di questi pagamenti avviene in automatico, cioè non è frutto di un istruttoria completa (e ciò spiega le anticipazioni). Se dunque per questioni quasi automatiche ci si impiega da uno a due anni, che cosa ci si dovrebbe aspettare per un’istruttoria completa?
È chiaro che l’impresa soffre e si indebita, ma non lo si capisce se non si considera anche un altro aspetto.
Il prezzo del latte (sulle cui dinamiche e politiche bisognerà che ritorni, perché sento e leggo cose veramente campate per aria) che cosa copre mediamente nell’economia di un’impresa sarda?
Copre i costi vivi.
Viceversa i premi comunitari sono sostanzialmente il margine del pastore.
Adesso torniamo al ragionamento precedente. Immaginiamo una fase di mercato in cui il prezzo del latte scende (e scende anche perché il pastore per coprire i suoi costi col prezzo basso fa l’errore di produrre di più anziché di meno) e il pastore si trova, come si dice in gergo, ad andare sotto, cioè a non coprire i costi. In quel momento la regolarità del flusso delle risorse comunitarie gli farebbe proprio comodo perché gli consentirebbe di superare la fase negativa del mercato senza indebitarsi. Invece i denari arrivano tardi e alla fine vanno a coprire debito. Come riavviare il ciclo? Indebitandosi, e il circolo vizioso ricomincia.
Torniamo dunque a ciò che si diceva ieri.
Il sistema delle campagne in Sardegna ha un problema di Stato, cioè di funzionamento delle istituzioni. Come porre questo problema? Con le solite manifestazioni per fare uscire un po’ di soldi? Oppure con una mobilitazione civile quale lo sciopero elettorale che cambi lo stato delle cose?