Editoriale, Lavoro e impresa

Le banche e i morti

bancaIeri si è suicidato un imprenditore. Io crollo interiormente quando un uomo si suicida. Mi sembra di vedere il buio di disperazione che lo ha prima avviluppato e poi inghiottito. La nostra mente è una macchina terribile, capace di prefigurare luminosi destini o terribili inferni. Ci fa vedere come reali cose che non esistono. Ci trascina dentro di sé come le sirene seducenti volevano trascinare nel mare Ulisse e i suoi compagni. C’è un buco nero nell’universo che seduce per la morte e bisogna sapersene difendere.
Ciò che mi fa rabbia è che questa disperazione poteva essere evitata da un diverso sistema creditizio. Vedere oggi il Sole 24 ore dare la notizia secondo cui le banche italiane si sono rafforzate al punto da avere sufficienti buffers (tamponi) per reggere anche eventuali altre crisi e coniugare questa notizia con ciò che sappiamo della fase espansiva americana dove, guarda a caso, il credito alle imprese e alle famiglie è ripartito, mi fa impazzire. Qui le banche si salvano trasferendo nel risparmio privato il rischio derivati (i banchieri si sono disfatti di un miliardo di euro di derivati) e non prestando denaro alle famiglie e alle imprese; lì le banche si salvano facendo ripartire famiglie, imprese e consumi.
Ciò che dobbiamo fare è fare politica diversamente. Bisogna mandare in consiglio regionale i giovani e i più esperti, invece, si devono dedicare a organizzare reti mutualistiche nel settore della sanità, dell’istruzione, del credito. Dobbiamo fare come per l’alluvione: dobbiamo trasformare la coesione sociale da episodica a sistemica.
Serve un nuovo monachesimo laico; serve bandire la vanità della politica che, credetemi, è tanta. Servono persone capaci che organizzino disinteressatamente altre persone per istruire meglio e di più, per dare valore al denaro, per migliorare il rendimento dei patrimoni, per generare ricchezza e lavoro.