La Maddalena e i piedi sporchi del governo italiano

di Paolo Maninchedda
Sono giorni molto difficili, perché è sempre più chiaro che nell’area progressista della Sardegna e in ampi settori del mondo liberal-democratico immune da subordinazioni leaderistiche si deve arrivare a definire la strategia migliore per difendere gli interessi nazionali dei sardi. Ma sono anche giorni nei quali occorre difendere questi stessi interessi nella contingenza data di una Repubblica italiana ormai in fuga da gran parte del suo territorio e limitata nelle funzioni a interventi tampone.
Parliamo della Maddalena.
Metà febbraio: il Presidente della Regione mi dà l’incarico di rimettere in moto la macchina per arrivare a gestire efficacemente il plafond finanziario oggi disponibile per la riqualificazione e la bonifica dell’isola.
Il 1 marzo la delegazione della Regione da me guidata ha incontrato quella del Governo italiano, presieduta dal sottosegretario Boschi.
Dopo più di un’ora di lavoro si arriva a definire una road map che prevedeva:
1) in capo alla Regione e alla Protezione Civile, la soluzione del contenzioso legale con Mita che impedisce o rende molto rischioso qualsiasi intervento sull’Arsenale de La Maddalena;
2) in capo al Governo della Repubblica Italiana la definizione di una norma di legge per attribuire alla Regione poteri commissariali tali da comprimere i tempi delle procedure e rendere efficaci i lavori per la riqualificazione e le bonifiche.
Il 10 marzo si svolge nella sede dell’avvocatura dello Stato di Cagliari un incontro tra la Regione e la Protezione civile, assistita per l’appunto dall’avvocato dello Stato. In quell’occasione si è dato mandato all’avvocatura di Stato di contattare la società Mita per verificare le condizioni per una transazione tombale della controversia che la oppone alla Protezione civile, in modo tale da riconsegnare i beni alla Regione liberi da oneri di alcun tipo, siano essi finanziari o di altra natura.
Il 24 marzo l’Avvocatura dello Stato ha comunicato alla Regione e alla Protezione civile di aver concordato con Mita una transazione per un valore determinato in una somma notevolmente inferiore a quella stabilita dall’arbitrato precedente (appellato dal Governo).
In poche parole, il 24 marzo la parte di procedura affidata alla Regione e alla Protezione civile era conclusa.
Ovviamente il prosieguo prevedeva che il Governo reperisse la somma necessaria alla transazione e procedesse a stabilizzare l’accordo. Evidentemente mancano i soldi (perché della volontà della Boschi e di Gentiloni non dubito). Fatto è che nei giorni scorsi la società Mita ha comunicato all’avvocatura che l’accordo raggiunto ha la scadenza fissata a trenta giorni a far data da questa ultima comunicazione.
Da questo momento in poi, ogni ritardo che faccia spendere anche un euro in più rispetto alla somma concordata apre scenari di responsabilità che non sono banali.
Il Governo italiano tace.
Il governo italiano parla di politiche di sviluppo ma non ha i soldi per fare un saldo e stralcio: cipria in faccia e piedi sporchi. Ma il problema è che al fianco di questi comportamenti italiani c’è sempre qualche sardo che difende gli italiani e attacca i sardi che pongono loro questioni nazionali sarde, e così il quadro si confonde, le responsabilità si attenuano e la vita continua a fluire nel consueto disordine subordinato.
Noi stiamo dritti anche nel fango e nella nebbia.