La guerra della notizie false e della reputazione in rete

5 gennaio 2017 07:340 commentiViews: 530

di Paolo Maninchedda
Si è svolta in questi giorni una dura battaglia tra gli esperti della Rete del Movimento 5 Stelle, da un lato, e il presidente dell’Antitrust Pitruzzella, che aveva proposto il varo di regole europee contro le notizie false nel web, dall’altro.
In sostanza, mentre Pitruzzella proponeva qualcosa di simile a una legge, con il suo corredo di controlli, controllori e sanzioni, Grillo reagiva con il feticcio della democrazia diretta, ossia dicendo che doveva essere la rete – ovviamente colta nella sua apparente democraticità, non nelle gerarchie di ruolo che collocano le società di Casaleggio on line in posizione di forza rispetto a un qualsiasi cittadino – a giudicare la reputazione dei giornali e dei grandi siti web di informazione.
Sta accadendo una cosa semplice e prevista: la rete non ha la possibilità di creare vere gerarchie di credibilità e anzi, appena le determinasse, verrebbe sospettata di manipolazione da quella stessa subcultura complottistica che ha creato e che è stata la sua fortuna. Bugie e verità convivono mischiandosi in modo inestricabile nelle prime fasi dell’annuncio di una notizia, per poi separarsi e manifestarsi diversamente nel corso del tempo.
Ovviamente i manipolatori, i calunniatori o semplicemente i ballisti giocano sulla rapidità. Si pensi al ben noto caso della campagna elettorale di Trump che ha prima trasformato una innocente pizzeria in un luogo di prostituzione minorile gestita dalla Clinton e poi armato la mano di alcuni americani, animati dal sacro fuoco di spazzare via questo certo luogo di perdizione. La smentita è arrivata dopo, troppo tempo dopo la rapidità delle emozioni suscitate.
Il discorso sarebbe lungo, ma certamente il rimedio non è quello proposto da Pitruzzella.
Il mondo ha sempre dovuto difendersi dalle bugie. I servizi segreti di tutto il mondo hanno manipolato costantemente l’opinione pubblica e le loro tecniche oggi sono largamente usate, più o meno consapevolmente.
Ciò che sfugge a molti è che non ci si difende censurando l’emissione dei messaggi, perché il rischio della censura e della limitazione della libertà di pensiero e di opinione sarebbe altissimo.
Ci si difende rafforzando gli strumenti di tutela della reputazione e dell’interesse pubblico a disposizione dei singoli cittadini e degli Stati.
La magistratura italiana, forse perché oberata di lavoro, è stata molto tollerante con l’ingiuria, la diffamazione e la calunnia. Adesso sembra registrarsi un’inversione di tendenza che colpisce anche i commenti anonimi postati nei siti web dei quotidiani, le ricostruzioni tendenziose iterate in più post e tali da restituire un profilo alterato della vittima designata, i giudizi orientati sulle qualità morali degli individui. Ma sono solo primi vagiti. Fino ad oggi la rete è stata lo sfogatoio di ogni pulsione.
Certo è che la verità è un interesse pubblico non tutelato. La stessa professione del giornalista è ormai in crisi (non vi è infatti più nessuno che affidi a una persona professionalizzata la narrazione della realtà, non foss’altro perché troppi professionalizzati hanno abusato del ruolo e hanno scientemente fatto evolvere se stessi in guru dell’opinione pubblica, in predicatori non più narratori) perché gli Stati non tutelano la verità come interesse pubblico e lasciano che l’opinione pubblica sia esposta alle manipolazioni.
Nelle more di questo disordine, c’è chi cerca di fare cassa sul naturale desiderio dei singoli di non vedere rovinata o intaccata la propria reputazione. C’è stata una società che, su base volontaria, si è offerta di certificare la reputazione pubblica di singoli e società. Il Garante della Privacy ha duramente censurato l’iniziativa e ne ha svelato la pericolosità, perché fondata sull’utilizzo di dati personali molto sensibili.  
E qui casca l’asino. Il vero oggetto del desiderio di servizi segreti, grandi società proprietarie di big data, grandi catene commerciali, grandi gruppi finanziari, è l’identità personale, è la conoscenza dei pregi e dei difetti, delle virtù e dei vizi delle persone. Il grande business del futuro è la fine della segretezza della vita, la fine dell’inviolabilità dell’identità, perché l’animo umano, multiforme e onnivoro, è un mercato immateriale immenso e manipolabile su cui è possibile far soldi stando seduti di fronte a una tastiera ben collegata col mondo. Prestiamo attenzione al Phishing, alla pesca dei deati personali. Il cuore del problema, oltre alla galoppante ignoranza, è lì.

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