La Grecia e le elezioni a Cagliari e Olbia

canefonnese1di Paolo Maninchedda
Sto studiando molto, in queste settimane, un tema a mio avviso decisivo per il futuro del Partito dei Sardi e della Sardegna: la forma dello Stato e la lotta politica.
È un tema su cui sono state scritte molte pagine importanti che hanno tutte un comune denominatore: la storia è il teatro di minoranze attive che devono tener conto del libero formarsi della pubblica opinione.
Più è veloce la comunicazione politica, più la pubblica opinione si forma su semplificazioni. Più debole è il sistema educativo di un Paese (famiglia, scuola, cultura ecc.), più disordinata è la lotta politica. Più è ordinata la vita di un Paese, minori sono le semplificazioni. Più sono efficienti le istituzioni, maggiore è la richiesta di conoscenza e minore la disponibilità a farsi manipolare. La struttura dello Stato (Poteri, diritti, doveri) è decisiva per la qualità e la forza di una Nazione.
In Grecia si è votato pro o contro l’austerity,  non pro o contro il debito. I giovani greci, decisivi, non hanno accettato una competizione fondata sui complessi ragionamenti che stanno dietro il debito greco. Hanno fatto un ragionamento ottocentesco: il popolo vuole la fine delle politiche di austerità; il popolo è sovrano; ci si adegui.  Qui non serve valutare se il ragionamento sia giusto o sbagliato, serve invece osservare che i messaggi politici responsabili hanno bisogno del tempo del ragionamento per essere condivisi; viceversa, la lotta politica ormai richiede rapidità, suggestione e emozione. Gli interessi individuali e sociali non sono più alla base dell’aggregazione politica. La cittadinanza universale varata dal web ha generato la crisi dei soggetti collettivi stabili (le nazioni) e il varo delle ‘moltitudini del momento’, dell’identità temporanea legata a un fattore che ‘carsicamente’ monta, esige una decisione e poi torna a inabissarsi. Questo seleziona anche la classe dirigente adatta alla lotta del momento. Tra il tempo del gladiatore o dell’attore e quello del monaco c’è un abisso.
Piaccia o non piaccia le cose stanno così e lasciano intravvedere un’evoluzione difficile del quadro politico verso gli effetti, tanto noti alle persone di cultura, quanto sconosciuti ai più, della democrazia diretta. Ma avremo modo di parlarne.
Oggi mi preme notare che a meno di un anno dalle elezioni di Olbia e Cagliari si sta andando ad affrontarle con analisi e mezzi tradizionali.
Queste due città voteranno ‘alla greca’, come hanno votato Porto Torres e Nuoro. E come sta accadendo in queste ore in Grecia, anche i vincitori hanno e avranno le loro gatte da pelare, perché o si ha una cultura per rendere coerente il momento rivoluzionario con quello del governo (cioè, o si è fatta la rivoluzione possedendo una solida cultura riformista e una certificata capacità di governo) o si finisce come i tanti rivoluzionari che giunti al potere o sono stati costretti dalla forza delle cose (superiore alla forza dei loro intelletti e delle loro capacità) a fare esattamente ciò che si erano candidati a cambiare o, per non cedere alla forza delle cose, hanno limitato la libertà e la ricchezza dei loro concittadini.
Le aree urbane della Sardegna voteranno come se non fossero in Sardegna, come se fossero a Hong Kong o in Florida. Voteranno cercando una semplificazione, una bandiera, un’emozione. Non cercheranno buon governo e cose ben fatte e risolte. Cercheranno un simbolo del loro disagio, del loro desiderio, della loro tensione, magari per essere disponibili a pentirsene un attimo dopo averlo votato, ma voteranno ciò che li aiuterà a tirare fuori un grido.
La lotta politica in Sardegna non tiene conto di quesi fattori, è indifferente ai ‘bisogni emozionali’ del popolo sardo, il quale si vendicherà… anche su se stesso!

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