La crisi di governo letta da Sciascia

Una delle caratteristiche dei gialli di Leonardo Sciascia è che non si concludono quasi mai con la sconfitta dei colpevoli e la vittoria dei buoni. Al contrario, in genere finiscono con un giro di maschere che lascia intuire i buoni e i cattivi, ma che conferma che il mondo è in mano a questi ultimi.

La crisi del governo Conte è un giretto di maschere niente male.

Prima di tutto raccontiamo che cosa stava accadendo fino a un mese fa.

Conte teneva seminascosto il Recovery Plan, immaginava di farlo gestire all’esterno del Governo da una governance di tecnici o di manager vicini al Governo, tendeva a non fare riforme strutturali, rabboniva la gente con i rimborsi (in parte giusti, in parte nocivi perché non accompagnati da quelle riforme in grado di ridurre e contenre il debito pubblico), si eclissava dalla politica estera mediterranea e europea per gli imbarazzi generati dal filo trumpismo atlantico e dai rapporti equivoci con Erdogan (vedi la liberazione degli ostaggi italiani in Africa, accompagnata dalla sostituzione ai vertici dei Servizi del sardo Carta, troppo istituzionale, troppo militare), teneva stretta la delega ai Servizi Segreti, prima preparandosi a dare all’esterno il controllo delle reti telematiche dell’intelligence, attraverso la nascita di una Fondazione, poi comunque riservando a sé il controllo quasi che temesse più la distanza della prossimità dei Servizi (lontani i tempi in cui gli uomini di potere italiani mettevano distanza tra sé e le questioni più spinose della Difesa).

Mentre erano in corso queste manovre di pura sopravvivenza al potere, il Debito pubblico schizzava al 154,6%, la scuola e l’università venivano amministrate da due ministri di straordinaria inadeguatezza, la giustizia sprofondava nella follia delle manette facili di Davigo, seguita dal processo eterno di Bonafede e poi svelata nella sua profonda crisi dal caso Palamara, insabbiato, coperto, nascosto in modo da non determinare quella rivoluzione dell’ordinamento che la stessa Europa richiede come misura di accompagnamento al Recovery Plan. In questo quadro terribile, nessuno al governo ha detto una parola sull’urgenza del concorso anche dei lavoratori a reddito fisso ai costi della pandemia; nessuno ha avuto la forza di dire che anche i dipendenti pubblici, proporzionalmente ai loro redditi e esentando quelli più bassi, dovrebbero concorrere ai costi della pandemia con una tassa momentanea di scopo; nessuno ha avuto la forza di dire che bisognerebbe cogliere l’occasione per riformare radicalmente il nostro sistema formativo, dalla scuola alla formazione professionale; nessuno ha avuto la forza di dire che lo Stato dovrebbe riprendere il controllo diretto delle infrastrutture strategiche; nessuno ha avuto la forza di riconoscere che il Sud è ormai un altro Paese rispetto al Nord per colpa di una secolare politica di subordinazione fiscale.

Insomma, si potrebbe dire, ce n’era abbastanza per fare una crisi di governo seria, profonda, strutturale.

E invece no. In Italia ciò che è serio è colpevole.

Mentre accadevano e non accadevano queste cose, il nuovo ideologo del Pd, Goffredo Bettini, portava avanti l’antico disegno di riunire la sinistra politica italiana (cioè quella che prende a pretesto gli ideali di giustizia sociale per conqusitare il potere) attraverso la fusione tra Cinquestelle, Pd e Leu, dicendo ai cattolici moderati del Pd (gli eredi di Prodi ma non di Moro) di scegliere: o stare a fare nel Pd ciò che i miglioristi facevano nel Pci o staccarsi e rifare un partitello di vaga ispirazione cattolico-democratica, una sorta di CDU tedesca in salsa italiana. La ricostruzione lunare fatta in questi giorni da Ezio Mauro sulla terza rete della Rai del Congresso di Livorno del 1921, con una manipolazione buonista della storia del Pci in Italia, con un’obliterazione incredibile dei rapporti tra Gramsci e il Pci durante la carcerazione del leader sardo, va in questa direzione, fa parte della creazione della mitologia della sinistra senza i socialisti (i più odiati), senza l’analisi profonda dello scontro tra Craxi e Berlinguer (né più né meno della vergognosa ricostruzione del sequestro Moro che Mauro fece su Repubblica, con un’esaltazione della linea dura del Pci e di Scalfari), cioè senza verità ma con tanta retorica del “giusto”.

Renzi, invece, ha tentato di realizzare il disegno opposto: fare il Macron, cioè far nascere una sorta di partito riformista laico capace di isolare la sinistra politica, di renderla minoritaria e relegata all’opposizione come è stata a lungo in Italia. Renzi ha istinto tattico, ma non gli viene riconosciutà profondità culturale ed è odiato dagli intellettuali italiani proprio per la sua velocità di intuizione, che è ciò che gli intellettuali impegnati politicamente hanno sempre invidiato ai politici proprio perché loro ne sono privi. In ogni caso, il disegno di Renzi necessitava di un luogo riconosciuto di pensiero che non è nato e dunque il disegno si è incagliato e prosegue carsicamente, cioè nella condizione che gli è meno favorevole.

Ora, c’è da chiedersi, ma questi tatticismi mascherati, che tanto sarebbero piaciuti a Sciascia (che però fece qualche pasticcio con le maschere, non capendo praticamente nulla di Moro), perché si mascherano di interesse pubblico, perché occultano il loro interesse di parte, che è quello di conquistare l’egemonia politica e istituzionale?

Lo fanno perché sanno che queste strategie non sarebbero comprese, perché sono vecchie. Oggi lo scontro sulle forniture dei vaccini sta mostrando che l’unico potere opponibile alle grandi imprese globalizzate è quello militare che però può essere usato solo eccezionalmente. Il resto dei conflitti, compreso quello sulle monete, non passa per processi democratici ma solo ed esclusivamente per processi dimensionali. È la grandezza che abilita al conflitto: potere globalizzato contro potere globalizzato, questo è l’unico vero conflitto, gli altri sono stupidaggini. Il grande problema è come restare liberi in questo scontro e l’unica formula capace di coniugare libertà individuale e coordinamento globale è quella federalistica. Oggi, in Italia, si è lasciato il tema del federalismo, cioè delle sovranità distinte e diverse che si associano per un bene superiore, alla Lega che nel Parlamento europeo ha scelto di stare con Le Pen e Orban. Solo in Italia poteva essere fatto un omicidio ideologico di questo tipo. Solo in Italia si è potuto sdrucire al Sud un tema così importante da gettarlo in pasto ai localismi separatisti della Mafia.

Tutto questo non lo trovate nella rassegna stampa della Rai, né nelle colonne dei giornali d’arredamento italiani. Ed è per questo che non capite perché è un bene che Conte si sia dimesso e sarebbe un bene che tornasse a fare l’avvocato. Ma ancora meno potreste capire perché Conte dovrebbe essere sostituito da Di Maio o peggio da Franceschini (Dio ne scampi!), perché giustamente direste che non sono migliori di Conte. O ancor meno capireste un nuovo incarico di Conte con la ricomposizione del rapporto con Italia Viva di Renzi e qualche aggiustamento nel governo (già la cacciata di Bonafede sarebbe comunque un buon segnale, ma Conte non ha la forza di farlo).

A questo punto Sciascia farebbe vedere che cosa sarebbe bene fare, e cioè un governo guidato da Draghi o Cottarelli o anche da Emma Bonino (che lo saprebbe fare benissimo e con risultati che anche i cattolici, che la temono come il fuoco, non riescono a immaginare), fondato su una nuova visione federalistica dell’Italia (con la Sardegna riconosciuta come Nazione), erede della migliore tradizione azionista, socialista e solidarista, capace di isolare a Destra la Meloni (il vero pericolo italiano, la vera maschera che nasconde l’antica anima fascista, fatta di retorica allettante e di duro potere praticato) e di favorire un’evoluzione dell’area progressita italiana verso la vera laicità politica, verso uno Stato costruito sulla sussidiarietà e sulle libertà, sui doveri e sui diritti individuali e non sulla forza degli apparati. Ma dopo averlo fatto intravvedere, Sciascia lo farebbe morire in ragione del suo pessimismo radicale sulla natura umana che gli impediva di solo pensare che un giglio potesse spuntare in un campo di cardi.
Invece, certo la fioritura è difficile, ma non impossibile perché la natura umana è imprevedibile e forte nel male, ma anche nel bene.

0 commenti su “La crisi di governo letta da Sciascia

  • Cosimo Merella says:

    GRAZIE, per aver interpretato e scritto, al meglio, quello che una buona parte dei Sardi nonchè Italiani hanno in corpo.

  • Delogu Giuseppe mariano says:

    Non vedo però come si possa immaginare che la Bonino possa riconoscere la Sardegna come Nazione: ancora pensiamo che qualcuno ci regali una generosa e graziosa concessione? Come ai tempi dei graziosi Savoiardi? Il federalismo è costruzione dal basso, non un regalo da un’entità superiore. Condivido il resto dell’analisi, complimenti.

  • Franco Sardi says:

    Ti leggo sempre con piacere, ma il tuo post di oggi è di un altro pianeta. Offre una visione della realtà che apre il cervello.
    Grazie

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