Io, Gandhi e la giustizia italiana

16 luglio 2017 11:050 commentiViews: 1867

di Paolo Maninchedda
Oggi L’Unione Sarda ce la fa. A pagina 8 (cioè non nella pagina della cronaca locale, ma nella pagina regionale) dà notizia di un’indagine in corso della procura di Oristano che ha portato alla perquisizione dell’ufficio di un indagato. Il reato ipotizzato è il voto di scambio, realizzato, secondo il giornale e secondo gli inquirenti, nella forma ‘posti di lavoro’ in cambio di voti. Tale indagato è stato candidato nella liste del Partito dei Sardi e il giornalista immediatamente ricorda che il Partito dei Sardi è guidato da Paolo Maninchedda e vi milita anche il sindaco di Macomer Antonio Succu, primario del reparto in cui lavora l’indagato. A scanso di equivoci, è verissimo che io guido politicamente il Partito dei Sardi, ma è ancora più certo che non mi occupo né mi sono occupato di concorsi.
Questo giochino delle indiscrezioni di stampa che preannunciano o annunciano iniziative della magistratura e che usano la sintassi (cioè l’accostamento) con tecniche di insinuazione un po’ primitive (di cui era maestro Cossiga e i suoi degni allievi che hanno avvelenato l’Italia di inutili sospetti) l’ho già vissuto nel 2015. Non reagii perché mi imbattei in un magistrato molto scrupoloso che, accertata la cantonata in cui erano precipitati, corresse immediatamente il tiro. Pur adiratissimo, lasciai perdere, perché credo ancora nella buona fede e nella naturale bontà delle persone. Io intuii di essere odiato profondamente da alcuni settori degli apparati dello Stato italiano, ma constatai anche che esistevano magistrati scrupolosi, consapevoli che il privilegio che la legge dà loro di usare in esclusiva la violenza è un privilegio molto pericoloso e delicato, da usarsi con grande parsimonia.
Ora si ricomincia e penso che da qui al marzo 2019 cercheranno di coivolgermi anche tra i mandanti dell’epidemia di dermatite atopica che si sta diffondendo per il cambio climatico. L’argomentazione sarebbe fortissima: posto che Maninchedda non è riuscito a far piovere, è responsabile della calura e dell’incidenza dei raggi ultravioletti sullo sviluppo delle irritazioni e delle malattie oncologiche della pelle.
L’Unione Sarda di oggi si presta anche alla pressione psicologica.
Sentite infatti cosa dice: «alcune delle persone che potrebbero aver beneficiato di favori nei concorsi avrebbero già confermato i fatti».
Chi ha fatto sapere queste cose?
Certamente non un passante disinformato. Woodcock, per molto meno, è stato interrogato per quattro ore, qui non solo si fa sapere ‘guarda che sappiamo già tutto’ ma si entra molto nel dettaglio, dettagli spiegati sempre dal passante di turno.
Si descrive il meccanismo delittuoso su cui si starebbe indagando, cioè la parte che l’accusa protegge di più per evitare agli indagati di prepararsi nella difesa. Si dice infatti che “il sistema avrebbe funzionato più o meno in questo modo: alcuni giorni prima del test (previsti negli anni dal 2013 al 2016) per la copertura dei posti di Operatori socio sanitari e infermieri) venivano anticipate le domande dell’esame. Programmi e risposte potenziali erano disponibili giorni prima delle selezioni sul sito internet dell’Assl: oltre tremila quesiti che per i più fortunati, quelli entrati nelle grazie di Manai e dei suoi amici, diventavano soltanto qualche centinaio. In cambio non soldi ma, questo stanno cercando di accertare gli inquirenti, voti”.
Ma come, prima si dice che vi è chi ha già confermato i fatti e poi si dice che si sta cercando la conferma dei fatti? Perché si fa questo giochino? È legittimo? In Italia si fanno le indagini in piazza con questo livello di dettaglio, con questo clima psicologico? Voglio sperare di no.
Chiusa questa parentesi, va detto che L’Unione non è sola in questa operazione già vista, ci sono poi un po’ di consiglieri regionali e di dirigenti di partito che tifano, e quanto tifano, i quali non potendo confrontarsi sulla politica e sulla cultura, lavorano sull’indiscrezione, sull’insinuazione e sulla creazione del clima della presunzione di colpevolezza (e quanto hanno lavorato a declinare lo scontro politico in scontro giudiziario!). Quando ero Assessore ho subito campagne di stampa interamente menzognere ma mai fino al punto dal consentirmi di denunciare chicchessia. Per di più gli avvocati mi hanno spiegato che ormai le querele finiscono in mano ai giudici di pace, un’odissea! Qui ormai tutti possono dire di un altro ‘ladro, ‘mafioso’ ecc. ecc., e i palazzi di giustizia fanno spallucce, è libertà di opinione. Questo è il clima dell’Italia, marcia.
Comunque sia, appena mi sono dimesso – e anche sulle mie dimissioni calunniate nei corridoi bisognerà tornare e ci tornerò in ogni sede – sono andato dal mio avvocato e gli ho chiesto consiglio sulla possibilità che la mia azione di governo potesse avere innescato  indagini giudiziarie. Ero e credo di essere rimasto l’unico assessore che non ha sottoscritto alcuna polizza assicurativa. Il mio avvocato mi suggerì di usare l’art. 335 del Codice di Procedura Penale, che consente a ogni cittadino di chiedere di sapere se è iscritto al registro degli indagati. L’ho fatto (credo di essere stato l’unico assessore nella storia autonomistica a farlo) e l’ho fatto nelle tre procure dei territori in cui avevo agito di più: Cagliari, Nuoro e Oristano. devo ancora farlo a Tempio e a Sassari. Cliccate sui nomi delle città e vedrete il certificato: non risulto iscritto al registro degli indagati. E dunque queste certificazioni dimostrano che le Procure non inseguono le maldicenze e i teoremi politici costruiti ad arte.
Poi gli stessi avvocati mi hanno spiegato che queste certificazioni in Italia non servono a molto, perché possono dirti che non sei indagato ma lo sei. Ma un cristiano normale che cosa deve fare se non usare ciò che la legge gli permette di usare? Io spero e credo ancora di vivere in uno stato di diritto.
Se il certificato non serve a niente, allora si entra in uno scenario tanto terribile quanto immaginario, nel quale però io vivo da almeno 8 anni e nel quale sembrava e sembra reale, pur senza riscontri, la sensazione che ho avuto sin dal 2009, quella di essere seguito, ascoltato, spiato in ogni movimento, svelato in ogni debolezza. Devo immaginare che tutti prima o poi sapranno che ho avuto una crisi nervosa durante il mio mandato assessoriale; non ho nessuna vergogna ad ammetterlo: ho preso farmaci e mi sono curato. Lo dico prima io di chiunque altro, qualora mi avessero spiato, perché so che  in Sardegna ci si è  guardati bene dall’adottare il regolamento adottato dal Procuratore Guariniello sulla privacy. Leggetelo: è un capolavoro di civiltà giuridica che recepisce una determinazione del garante per la Privacy. Quante procure lo hanno adottato in Italia? Pochissime, perché ai fini dell’accusa infilarsi nelle pieghe private per fiaccare l’imputato piace dai tempi dell’Inquisizione italiana, il tribunale di cui Adriano Prosperi scrisse che si sa pochissimo rispetto a quanto ha agito.
Ma nonostante il mio corpo abbia mandato segnali di debolezza, io ho uno spirito con spazi infiniti in cui mi rifugio e dove nessuno può battermi per cui riesco a dire anche le cose che scrivo oggi perché so che cosa è la dignità di un uomo.
Ecco, questo io non sopporto in uno Stato di diritto: non sopporto che si spii una persona in attesa che commetta un reato. Non sopporto lo Stato di polizia strisciante e non ho paura a dirlo, anzi provo pena per gli uomini politici che mi dicono che ho ragione ma che tremano come foglie dinanzi a ogni sopracciglio aggrottato che intravedono al palazzo di Giustizia. Chiunque mi conosca sa che odio i cellulari, che non sopporto che si parli con me con i cellulari sul tavolo. Odio tutto ciò che trasforma in pubblico il privato, che enfatizza e fraintende ogni parola. Infatti il mio cellulare sta più nel cassetto che nel taschino.
Ho profonda ammirazione per magistrati come Falcone e Borsellino che dimostrano che non bisogna mai parlare di ‘Magistratura’ ma di ‘Magistrati’, come pure non bisogna mai parlare di ‘Politici corrotti’ ma di alcuni politici corrotti. Le generalizzazioni sono fasciste nell’animo.
Tutto questo per dire una cosa: so perfettamente che da qui al marzo 2019, ma soprattutto (se per caso dopo il marzo 2019 le cose dovessero evolversi verso un governo sardo a forte caratterizzazione indipendentista) dopo il marzo 2019 io sarò aggredito dalla politica dossierante e dagli apparati dello Stato italiano. So che cercheranno di accusarmi delle cose più infamanti per infangare il disegno politico. Io lo so (come direbbe Pasolini). Come intendo difendermi? Come dice di fare Gandhi: sacrificandomi ma tenendo duro.
Non ho paura. Lo dico a gran voce: non ho paura dei maldicenti e degli apparati dello Stato italiano che volessero valorizzarli.  Farò come Gandhi e siccome so che nessuno legge più Gandhi, oggi vi fornisco, per metterle agli atti dei plurimi fascicoli a me dedicati, delle pagine di Gandhi che mi ispireranno nei prossimi anni. Nel frattempo, insegno libertà nella mia Facoltà.


Gandhi spiega la sua scoperta della non-violenza e ne dà una generale caratterizzazione

Fino al 1906 mi sono affidato esclusivamente alla ragione. Ero un riformatore ed un ottimo redattore di petizioni, in quanto avevo sempre una chiara visione dei fatti, che mi proveniva da una rigorosa osservanza della verità. Tuttavia, quando giunse il momento critico, nel Sud Africa, dovetti scoprire che la ragione non era sufficiente.

La mia gente era eccitata – anche la pazienza ha un limite – e si cominciava a parlare di vendetta. Mi trovai di fronte all’alternativa tra aderire anch’io alla violenza o trovare un altro metodo per risolvere la crisi e far cessare l’ingiustizia, e allora mi venne in mente l’idea di rifiutare di obbedire alle leggi discriminatorie, affrontando per questo anche la prigione. Nacque così l’equivalente della morale della guerra. A quel tempo ero ancora legalista , in quanto ritenevo che tutto sommato l’azione dell’Impero britannico giovasse all’India e all’umanità. Giunto in Inghilterra poco dopo lo scoppio della guerra mi arruolai e poi, quando fui costretto a tornare in India a causa di una pleurite, organizzai una campagna di arruolamento a rischio della mia stessa vita, con sommo scandalo di alcuni dei miei amici. La disillusione avvenne nel 1919 dopo l’approvazione del Black Rowlatt Act e il rifiuto del governo di riparare i torti che ci erano stati fatti. Così nel 1920 divenni un ribelle. Da allora mi sono andato sempre più convincendo che la ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l’avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti chiuse, alla voce della ragione. Nessuno probabilmente ha redatto più petizioni o difeso più cause perse di me, e posso dirvi che quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L’appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell’uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana.

(Young India, 5 novembre 1931)

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