Il nuovo stadio Sant’Elia: il privilegio dei ricchi in faccia al degrado dei poveri

Non passa giorno che non si parli come di un imminente miracolo del nuovo stadio Sant’Elia, per il quale si dovrebbe addirittura ringraziare il patron del Cagliari Calcio perché ci metterebbe dei soldi suoi per edificarlo.
A me poco importa osservare che prima sembrava che i soldi venissero messi tutti dalla società e ora si è capito che ci sarà un robusto contributo pubblico, in un assetto finanziario pubblico privato che dà qualche brivido. Poco importa anche andare indietro negli anni e verificare che cosa vi sia in più o in meno (in termini di risorse pubblico/private e di cubature) rispetto al progetto di Cellino, con il quale io non ho rapporti, ma che nessuno mi toglie dalla testa che sia stato messo prima alla porta e poi in galera perché risultato antipatico a qualcuno, ma non perché imprenditorialmente incapace (e certo a lui non è capitato di avere fabbriche che a sua insaputa inquinavano).

A me interessa osservare che a questo zelo per lo stadio, dove si gioca a calcio, non corrisponde neanche lontanamente alcun interesse per le case di Sant’Elia, per gli appartamenti dei palazzoni risalenti alla visita di Papa Paolo VI, dove non si gioca, si abita. Palazzoni in profondo stato di degrado, sui quali a suo tempo si fece un accordo di programma tra Regione e Comune e del quale non si è più fatto niente.

Ora sembrerebbe che si vorrebbe infervorare le folle sullo stadio e non fare nulla per le case.
Questa ignobilissima gerarchia – prima lo stadio e poi, forse, le case – è vigliacca, cialtrona e degna della più feroce e contundente delle battaglie politiche. E noi la faremo. Ogni volta che si celebrerà l’urgenza dello stadio, noi pubblicheremo la gravità delle condizioni dei palazzacci.

Ma ciò che vogliamo cominciare a dire e fare, e far notare, è come già gli atti stessi del Comune di Cagliari comincino a svelare un certo disagio per violazione del pudore.

La storia inizia il 2 dicembre 2015, quando la società Cagliari Calcio presenta un’istanza di «Proposta per l’affidamento della concessione per la realizzazione e gestione, in condizioni di equilibrio economico finanziario, del nuovo stadio di Cagliari», ai sensi della Legge n. 147 del 27 dicembre 2013 – Art. 1, comma 304 (Legge di stabilità 2014). Fermiamoci un attimo.

Che cosa prevede il comma 304 (oggi abolito e sostituito dal Decreto Legislativo 86 del 2019)? Lo trovate qui. Tra le altre cose dispone che lo studio di fattibilità presentato dalla società non possa «prevedere altri tipi di intervento, salvo quelli strettamente funzionali alla fruibilita’ dell’impianto e al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa e concorrenti alla valorizzazione del territorio in termini sociali, occupazionali ed economici e comunque con esclusione della realizzazione di nuovi complessi di edilizia residenziale».

Adesso leggete questa delibera del Consiglio Comunale, dalla quale si apprende che dal 21 al 28 novembre 2018 la società Cagliari calcio ha presentato un aggiornamento del precedente progetto, il quale, ma guarda un po’, prevede sensibili modifiche al progetto precedente tra le quali l’aumento della capienza, la modifica della sagoma e una struttura ricettiva/direzionale di 8.000 metri quadri.
Poco più avanti, si dà un nome più preciso alle cose: si tratta di un albergo connesso con un centro commerciale e un centro direzionale.
Ovviamente, secondo la delibera, tutto concorre simultaneamente all’equilibrio economico finanziario dell’opera e alla valorizzazione del territorio circostante. Ma posto che c’è veramente da chiedersi se per la fruibilità dell’impianto – come previsto dalla legge citata – serva davvero prevedere che lo stadio disponga di un albergo proprio e di un centro commerciale, si può comunque e con certezza sostenere che l’albergo e i suoi correlati servano piuttosto per l’equilibrio finanziario; ma qui i conti non tornano se a fare alberghi e centri commerciali sono anche i soldi pubblici, che però non fanno ciò che dovrebbero fare: garantire l’abitabilità delle abitazioni pubbliche prima di fare bar, alberghetti e centri commerciali. I conti non tornano proprio. Sembrerebbe che Comune e Regione, che se ne fottono delle loro case popolari di Sant’Elia, siano però allettati dall’idea di dare al Cagliari Calcio i soldi non solo per lo stadio, ma anche per l’albergo, il centro commerciale e il centro direzionale. Una spiccata sensibilità di utilizzo del denaro pubblico, non c’è che dire.
Io resto dell’idea che bisognerebbe ricordare agli attuali amministratori i tanti episodi nei quali imprenditori di varie nazionalità sono venuti in Sardegna a dire ai sardi di voler relazizzare delle cose, ma anche di volerlo fare con i soldi dei sardi, non con i propri.
Alla prossima puntata.

0 commenti su “Il nuovo stadio Sant’Elia: il privilegio dei ricchi in faccia al degrado dei poveri

  • Piena ragione nel merito e nella forma. Credo che la questione sia destinata a trasformarsi in un problema piuttosto serio – apertosi fin dallo scorso anno – per la giunta in carica.
    cordialità
    mf

  • Ma gli daranno l’ecomuseo o la poli-multi-biblio-tecno-centro…chi se ne frega delle case popolari!

    I residenti di quelle abitazioni potranno andare al costo di 10 euru, (con riduzione per i pargoli a 4’99€) all’ ecomuseummu…
    … ci saranno vernissaggie’sss, gli shovvu Rum di desainu!, la Streette artss, i corsi di ballo sardo ma pure di hip hoppos;
    la tradizione con l’innovazione; s’innovazione lampu!…ma itte cherides de prusu!

    Nella biblio-multi-tec si troveranno giornali, libri e filmisi, d’ogni genere (anche quelli con le donne nude).
    E se dentro le catapecchie comunali di S.Elia piove peggio di fuori l’utente-abitante-residente-cittadino potrà recarsi all’ecomuseummu (in questo caso si prevede una riduzione del biglietto al 50%) il quale è dotato di eco-riscaldamentescion con cappotto biotermicusu …fatto di lana di pecora compressa, che terrà i nostri Sant’Elia Boys al calduccio e pure bene istruiti sulla raccolta differenziata, sul buco dell’ozono o i macachi della Polinesia.
    …una volta che l’acqua sarà defluita e il freddo passato essi faranno ritorno, più colti di prima, alla loro umili dimore ….oppure potranno lungo la via del ritorno far un giro al centro commerciale…anche questo, grazie al gentil contributo statale, dotato d’ogni confortsss.

    P.s.
    A chi sta in Consiglio Regionale o Comunale:
    La vicenda è di uno squallore inarrivabile; ma ho la certezza che non lo capiate…
    … proviamo così;
    con le figure:
    Guardate la foto delle case popolari di S.Elia e poi il rendering dello stadio… fate l’esercizio di osservare le figure per almeno 2 – 3 minuti e fate un confronto…
    …come si fa’ a non chiedersi:
    Ma che cazzo stiamo facendo?

  • Mario Pudhu says:

    Okeja, Paulu tenes resone, fintzas, comente si narat, da vendere!
    E però sa zente chi istat in Sant’Elia ite tenet de fàghere, milliones?!
    E poi, cherimus pònnere totu la pubblicità, il movimento, le feste e il giro di affari de un’istàdiu gai?!
    De sa zente de Sant’Elia, intantu chi si la podet godire faghindhe tifu pro s’iscuadra, si ndhe podet chistionare per le condoglianze, le dichiarazioni di compassione e fintzas di solidarietà, si sutzedit carchi disastru e, si no sutzedit nudha de iscandhalosu mannu meda, de su bisonzu e istare male ordinàriu de custa zente… “chie istat male si acotet!” naraiat cudhu, cioè, in pagas peràulas, “Me ne frego!” (chi est de cultura “fratelli” d’Italia, e de su restu custa zente de Sant’Elia iscommito chi mancari est petzi de frades sardos e coment’e cultura mancu a paragone cun cudhos! )

  • In una realtà piccola, sportivamente provinciale, che festeggia la salvezza in serie A come se fosse uno scudetto, quest’opera faraonica mi ricorda l’atteggiamento dei “barrosi”a sa sarda, che istigano al litigio ma, quando iniziano a menar le mani, sanno solo far ridere gli avversari.
    In un contesto urbanistico e sociale complesso come quello di Sant’Elia quest’opera è un pugno in un occhio. A volerla pensare male, potrebbe essere vista come il primo passo di una riqualificazione urbanistica fondata sul trasferimento del quartiere popolare per lasciare libere le aree ai privilegiati di turno: prima i soldi e poi le persone. Da panem et circenses a pallonem et circenses…e tutti contenti…che tempi!
    L’opera sarà anche un bel progetto architettonico, ma la vedo come un bel ritratto dipinto su una tela ratoppata.

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