La notizia era nell’aria da giorni, ma solo ieri L’Unione Sarda ha scelto di correre il rischio di darla: la Guardia di finanza, su delega della Procura regionale della Corte dei conti, ha acquisito presso la Presidenza della Giunta e altri enti pubblici la documentazione relativa alla privatizzazione dell’aeroporto di Cagliari e al progetto di integrazione con gli scali di Olbia e Alghero. La notizia non dimostra ancora alcun illecito, ma induce a rileggere l’ordine del giorno approvato in tutta fretta dal Consiglio regionale poco prima della pausa estiva. L’atto non pone formalmente fine all’operazione: la subordina però al controllo pubblico della holding e la rallenta, mentre lo stanziamento regionale di 30 milioni è stato rinviato dal 2026 al 2027.
Il dato su cui riflettere, ormai, non è soltanto il merito della questione. Il suo svolgimento ha dato ragione a quella minoranza che sosteneva che l’ingresso del privato nella società di gestione dell’aeroporto di Cagliari dovesse essere preceduto da una gara e che l’operazione dovesse riconoscere alla Regione un ruolo importante e decisivo, non quello di spettatore imposto dall’assetto voluto da F2i. Il punto politico è un altro: che cosa significa che finalmente un’istituzione dello Stato si sia mossa rispetto all’assetto di potere che sta governando e brutalizzando la Sardegna?
C’è in primo luogo da constatare che uno dei cardini dello Stato di diritto, la divisione e l’indipendenza dei poteri, si è rivelato un buon anticorpo contro la cappa di interessi privati e pubblici che ha preso il sopravvento nell’Isola. La magistratura contabile non ha dichiarato colpevoli né accertato responsabilità: ha esercitato il controllo che le compete e la sua Procura ha ritenuto necessario acquisire gli atti. È già molto, in una vicenda nella quale la decisione politica aveva preceduto la piena chiarificazione giuridica ed economica dell’operazione.
Il granellino imprevisto, che ha rallentato l’operazione, è stato lo zelo giuridico e la funzione di controllo correttamente esercitata e interpretata dai giudici contabili. Non è ancora una sentenza; è il ritorno delle domande dentro un procedimento che sembrava costruito per procedere senza rispondere.
Viviamo in tempi nei quali in Sardegna la politica non ha generato alcuna grande strategia, alcuna visione. È un’età piatta.
Non c’è uno straccio di idea sull’energia e sul ruolo che la Sardegna sta giocando, da spettatrice e suo malgrado, nell’assetto strategico energetico italiano.
Non c’è uno straccio di idea sull’industria. Il Sulcis è un porto delle nebbie, dentro il quale si accavallano impianti desueti e antistorici, vestigia di impianti utili soprattutto a mantenere vivi finanziamenti pubblici e la tentazione di portarvi il vecchio progetto di trattamento della black mass, la polvere nera ricavata dalle batterie al litio esauste. Su impianti trasferiti, destinazioni e finanziamenti servono però atti e dati: i sussurri, da soli, non bastano.
L’area industriale di Porto Torres è un equivoco: doveva essere il gioiello della chimica verde; oggi ospita una centrale termoelettrica, impianti eolici e poco altro.
Non c’è uno straccio di idea sulla rivoluzione digitale in corso.
Non c’è uno straccio di idea sull’emergenza educativa sarda, con livelli di istruzione che vanno pericolosamente abbassandosi e ai quali non si risponde solo con agevolazioni economiche a pioggia.
Non c’è alcuna strategia sulla principale emergenza sarda: lo spopolamento.
Non c’è più alcuna cultura della storica, ingiustificabile e ingiustificata ingiustizia fiscale cui la Sardegna è sottoposta, per sua colpa ma non solo, da secoli.
Non c’è una strategia sui trasporti, che per un’isola significa essere ostaggio di altri o, peggio, rassegnarsi all’isolamento.
Non c’è una visione seria sul turismo, perché quella carnevalesca dei grandi eventi viene scambiata per strategia, mentre può produrre visibilità e presenze temporanee ma non sostituisce trasporti, servizi, formazione, governo del territorio e continuità dell’offerta.
In questo vuoto hanno preso piede interessi privati e parapubblici, nonché ambienti informali e non istituzionali che fungono da camera di compensazione: prima maturano gli equilibri, poi li fanno ratificare dalle istituzioni, Consiglio regionale in testa. È questa la tesi che l’inchiesta sugli aeroporti rende politicamente urgente verificare: non l’esistenza del privato, che è fisiologica, ma la precedenza dell’accordo privato sull’indirizzo pubblico.
Facciamoci delle domande: dove è maturata l’idea della fusione degli aeroporti? Certamente non nella programmazione regionale.
Dove e come è maturato lo spostamento dell’asse commerciale della città metropolitana di Cagliari verso Elmas?
Da chi sono state fortemente sostenute entrambe? Moltissimo dalla Nuova Sardegna, che ha strutturato il proprio azionariato come luogo d’incontro di importanti soggetti imprenditoriali e finanziari dell’Isola. Questo non prova una regia né rende illegittima una linea editoriale; rende però doveroso dichiarare con trasparenza gli interessi coinvolti quando un giornale sostiene operazioni capaci di incidere sul valore e sul potere dei propri azionisti. Un metodo, uno stile: decisione extraistituzionale, ratifica politica.
Da chi è stato fortemente voluto il progetto del nuovo stadio del Cagliari, fortemente oneroso per le casse pubbliche e il cui rischio grava prevalentemente sul Comune piuttosto che sul privato?
Dove, come e perché Abbanoa ha affidato oltre 230 milioni di euro senza gara a una banca? Se l’affidamento è stato costruito come operazione non contendibile, occorre spiegare pubblicamente la norma invocata, l’interesse economico, la durata e le ragioni per cui nessun confronto competitivo sarebbe stato possibile.
Da chi è stata fortemente voluta la nomina di Domenico Bagalà al vertice dell’Autorità di sistema portuale della Sardegna?
Più che attribuirne la paternità a questo o quel soggetto senza documenti pubblici, la domanda decisiva è un’altra: attraverso quali interlocuzioni quel nome è diventato la scelta finale? C’entra il Forte Village? La trasparenza del percorso conta quanto il curriculum del prescelto. E quali, se non quelle gestite dall’Autorità, sono le aree strategiche dello sviluppo economico della città capoluogo?
Da chi è stata gestita la trasformazione di Villa Certosa in hotel, ora all’attenzione della Regione, rilevante come proposta in sé ma anche come modello per altri interventi simili, per esempio Cala Juncu?
Dove è maturato il folle progetto di Cala Finanza? Oggi la proposta sembra figlia di nessuno, ma non è per niente così.
Le domande non equivalgono a prove. Ma quando le decisioni strategiche arrivano nelle istituzioni già confezionate, la ricostruzione pubblica della loro genealogia diventa essa stessa una questione democratica.
È evidente che la piattezza della politica è stata colmata e viene tuttora infarcita di piccoli e grandi interessi privati.
I consiglieri regionali si sono difesi da questo rigurgito di lobbismo usando il bilancio regionale come banca per la propria rielezione.
Hanno iniziato in modo sfacciato con gli stanziamenti ad personam nelle leggi finanziarie; oggi lavorano con maggior pudore allo stesso scopo, mascherando meglio la direzione dei flussi di denaro. Non si può assegnare contabilmente a ciascun consigliere una quota di uno o due milioni senza ricostruire emendamenti, beneficiari e riconducibilità politica; si può però descrivere e misurare il fenomeno: una nebulosa di microstanziamenti territoriali, spesso privi di una cornice programmatoria e perfettamente leggibili come investimento elettorale. Il loro intervento, in genere, è ad aerosol: microinterventi dispersi che rivelano come molti consiglieri siano sindaci o ex sindaci e concentrino in un punto il proprio consenso. Sono finite le visioni d’insieme perché non esistono più leader territoriali; esistono egemonie locali in competizione fra loro.
In più, la riforma Solinas dei gabinetti assessoriali ha creato un’ampia fascia di personale politico lautamente pagato. Qui converrebbe pubblicare il confronto esatto fra indennità, retribuzioni e costi complessivi: il dato sarebbe più devastante dell’invettiva. Il giusto privilegio economico di chi viene eletto si è così esteso ingiustamente alla fascia larga dei comitati dei sostenitori. Il lobbismo politico si è sommato al lobbismo privato.
In questo contesto, esoso per le casse pubbliche e inconcludente nella trasformazione della realtà, la sfacciataggine nell’uso e nella destinazione delle risorse ha trovato nell’abolizione dell’abuso d’ufficio una formidabile legittimazione culturale corroborata dalal resa della magistratura.
L’abolizione del reato non ha però reso leciti gli affidamenti illegittimi né cancellato la responsabilità contabile, la disciplina dei contratti pubblici, la corruzione, il peculato, la turbativa d’asta o il falso. Ha eliminato uno strumento e, soprattutto, ha diffuso l’idea che ciò che non è più penalmente perseguibile per un verso, lo sia divenuo in assoluto. È qui che la ritirata del controllo diventa politica prima ancora che giudiziaria.
In questa zona grigia può inserirsi anche la criminalità organizzata, che non arriva necessariamente con la coppola, la droga o capitali sporchi facilmente riconoscibili. Può entrare con denaro già ripulito, società formalmente rispettabili, consulenze e partecipazioni. Per impedirlo servono controlli sulla provenienza dei capitali, sui titolari effettivi e sulle catene societarie; ma il varco locale è aperto dalle cattive abitudini dei colletti bianchi e dalla crescita degli ibridi connubi tra pubblico e privato.
È in questa melma che la Procura della Corte dei conti ha battuto un colpo. Non sappiamo ancora che cosa troverà e sarebbe scorretto anticiparlo. Sappiamo però che qualcuno ha finalmente preteso di vedere le carte. Oggi, grazie a quel gesto, sotto la cappa di liquami che ci sovrasta si respira con una cannuccia. È poco. Ma è già aria dello Stato.

E non si è detto dei disastri che stanno combinando in sanità con comunicati social fuorvianti e la logica della sanità un tanto al Kg.
Concordo forse veramente questi “signori” che abitano in viale Trento e in via Roma stanno facendo tutto ciò ad arte secondo i dettami di Mao Zedong. Creano grande confusione sotto il cielo al fine di rendere la situazione eccellente (per loro stessi).
Paolo.
Pochi sardi hanno il coraggio di evidenziare in modo chiaro e netto la situazione dell’isola di Sardegna e dei suoi scoccianti indigeni.
Non mollare.
Prof. perchè le altre regioni hanno scelto la gara pubblica mentre la Sardegna ha scelto la trattativa privata eppure il fondo F2i sta partecipando alle gare pubbliche qui vuole tutto senza gara qualcosa non torna e mi sa che il grande Movimento dell’onesta se ne stia accorgendo come fa la presidente a dire che stanno cambiando in meglio la Sardegna
Egregio, sul suo articolo del 13 agosto scorso sulle cause della retromarcia in Aula sul tema fusione aeroporti, ipotizzai una terza possibilità oltre le due da Lei suggerite: che qualche bisbiglio fosse arrivato alle orecchie pentafarlocche. Altro che bisbiglio…. ben due gruppi di PG avevano iniziato a sequestrare documenti. Oltre ad imporre lo stop ad una scelta politica oscena, il lato positivo è che forse, è dico forse, qualcuno, o più di uno, tra coloro che devono controllare si è svegliato. Bentornata Bella Addormentata. Saluti.
Cazz…(scusi il francesismo) ja lu sabbiani! (Ho detto tutto).
Il punto, forse, è proprio questo: la Sardegna non può continuare a essere governata da pochi, mentre ai sardi resta soltanto il compito di prendere atto delle decisioni già confezionate altrove. Aeroporti, porti, grandi opere, territorio, risorse pubbliche: troppo spesso la sensazione è che prima si costruiscano gli equilibri tra interessi privati, finanziari e politici e soltanto dopo la politica istituzionale venga chiamata a ratificarli. E quando la politica perde la capacità di immaginare il futuro, qualcuno inevitabilmente riempie quel vuoto. Ma una democrazia non può ridursi a questo. La questione non è essere contro i privati, contro gli imprenditori o contro gli investimenti. Il problema è chi decide, nell’interesse di chi e con quale trasparenza. Una Regione forte dovrebbe dettare gli indirizzi, pretendere garanzie, difendere l’interesse collettivo e rendere conto ai cittadini. Non limitarsi a inseguire decisioni maturate in altri luoghi. Per questo credo che sia arrivato il momento di ribellarsi democraticamente a questo modo di governare la Sardegna. Ribellarsi significa tornare a interessarsi della cosa pubblica, pretendere che le carte siano accessibili, chiedere conto delle scelte, conoscere chi le propone e quali interessi rappresenta. Significa non delegare sempre agli altri e non accettare come inevitabile ciò che inevitabile non è. La Sardegna non è proprietà di pochi gruppi, di poche famiglie, di pochi imprenditori o di pochi professionisti della politica.
Condivido tutto il contenuto. È un vero peccato che tutte le persone che la pensano nello stesso modo non si convincano che l’astensione al voto non sia la risposta giusta ai vari e gravi problemi enunciati ma che occorra necessariamente scendere in campo per scegliere i candidati più onesti e competenti alle elezioni regionali combattendo il nefasto clientelismo imperante.
Caro Paolo, nella delibera di approvazione del Term Sheet (una sorta di lettera d’intenti che definisce il percorso che fissa i punti chiave di una futura operazione societaria e finanziaria dall’indubbio significato politico) approvato dalla Giunta Reguinale il 16 marzo 26 in merito alla gestione degli aeroporti sardi, era stata formalmente inserita la clausola che prevedeva la possibilità di procedere con l’operazione di integrazione societaria anche in caso di parere contrario o negativo espresso da parte della Corte dei Conti.
Di fatto si tratterebbe (o meglio, si sarebbe trattato) di un parere…pesante quanto vuoi….ma non vincolante. La legge lo consente, Niente di visibilmente antigiuridico.
Ma proprio qui sta il punto che non capisco: se si tratta di una possibilità teoricamente già prevista e non esclusa dalla normativa vigente, che necessità c’era di rimarcarla e sottolinearla in delibera? A dir poco pleonastico….parrebbe. Ed invece no! Mi convinco che sin da subito era la strada che si era deciso d’intraprendere e, tra vedere e non vedere, meglio che sia già chiaro, tra i futuri contraenti, fin dai preliminari.
Resto perplesso. In questa stagione politica assistiamo all’attacco portato avanti dal governo nazionale di cdx agli spazi di competenza ed al ruolo stesso della Magistratura della Corte dei Conti con l’intento di contenere e sminuire la sua preziosa funzione di controllo.
Il centrosinistra sardo….ha fatto prima e meglio….e proprio lo ha scritto. Della serie: qualsiasi cosa pronunci od obietti la Corte dei Conti noi potremo proseguire comunque. Complimenti.
Per fortuna che le cose sembrano che stiano andando avanti diversamente.
Egregio Professore, dal suo riassunto si evince, a mio avviso, il motivo per cui una parte dell’elettorato sceglie di astenersi dal voto. Negli ultimi 15-20 anni si sono alternati governi che, troppo spesso, hanno dato l’impressione di lavorare più per la propria sopravvivenza politica che per il bene dei sardi. L’attuale Giunta Todde ha costruito gran parte della propria campagna elettorale criticando l’operato della Giunta Solinas. Tuttavia, a distanza di tempo, molti cittadini hanno la sensazione che alcuni dei problemi denunciati allora non siano stati risolti e che, in alcuni casi, la situazione sia persino peggiorata. Basti pensare alla sanità, alle nomine e alla gestione degli incarichi, alla situazione di Abbanoa, alla vicenda dello stadio di Cagliari e alla continuità territoriale, ed altri che non basterebbe un giorno elencarli. Sono questioni concrete che incidono quotidianamente sulla vita dei cittadini e sulle quali ci si sarebbe aspettati un cambio di passo. Più che parlare semplicemente di incompetenza, credo sia necessario interrogarsi su un modello politico nel quale la gestione del consenso e, secondo molti cittadini, l’uso politico delle risorse pubbliche finiscono per prevalere sulla programmazione e sulla soluzione dei problemi strutturali della Sardegna. Ed è proprio questa distanza tra le promesse elettorali e la realtà percepita dai cittadini che, a mio avviso, alimenta sfiducia, disillusione e infine astensionismo.