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Storia: l’omicidio Mattarella, Andreotti, Gelli e la Sardegna

Posted on 23 Agosto 202624 Agosto 2026 By Paolo Maninchedda 11 commenti su Storia: l’omicidio Mattarella, Andreotti, Gelli e la Sardegna

Il libro di Miguel Gotor, L’omicidio di Piersanti Mattarella, Einaudi, 22 euro, è uno di quei volumi che in altri contesti politici, diversi da quello italiano, avrebbero provocato un terremoto etico, culturale e politico. In Italia, invece, sta attraversando le librerie placidamente, senza scossoni.
È un volume con un difetto metodologico che ne limita la godibilità. Tutti gli storici e i filologi sanno che cos’è la Kellenkunde, la critica delle fonti, cioè quella lunga e minuziosa indagine che, chiunque affronti testi relativi a specifici periodi o a fenomeni letterari e/o culturali, deve svolgere prima di giungere a rendere conto di ciò che ha capito e di come lo interpreta. Purtroppo, Gotor conduce il lettore lungo la sua indagine delle fonti e in molti casi ne determina lo smarrimento. Sarebbe stato un libro più felice se più agile, più coeso e con un’appendice documentaria monumentale, magari glossata, utile per i palati più esigenti. Ma tant’è, è comunque un libro importante.

I terroristi neri Gotor è molto credibile e convincente nel rafforzare la tesi della moglie del Presidente ucciso, testimone oculare dell’omicidio, e cioè che ad assassinare il marito sia stato l’estremista nero Giusva Fioravanti, assolto nei diversi gradi di giudizio dall’accusa (peraltro Gotor non manca di far notare che la giudice che assolse i terroristi neri fu poi condannata per reati che ne intaccano seriamente la credibilità e l’autorevolezza). Ed è chiaro che l’insieme, ricchissimo, dei dati raccolti e confrontati, conforta la prima ipotesi investigativa di Falcone, e cioè che l’omicidio ebbe moventi diversi, politici e mafiosi: eliminare una personalità politica che si stava rafforzando e stava marginalizzando, grazie all’alleanza col Pci di Pio La Torre, i settori politici più mafiosamente compromessi con la fazione mafiosa di Ciancimino-Riina, e eliminare un grande ostacolo alla rete di destabilizzazione e condizionamento della Repubblica italiana che vedeva la P2 servirsi, per questi scopi, dell’eversione fascista e di settori dell’intelligence italiana, ma anche della mafia siciliana (di cui Calvi divenne il banchiere, dopo Sindona, proprio attraverso la mediazione di Gelli) e che dunque aveva in Sicilia un asset strategico, finanziario, politico e criminale. Il guaio è che la grandezza di questo fenomeno è stata tale da poter far apparire la ricostruzione storica puntuale di Gotor come un esercizio di complottismo, tanto rilevanti e incredibili sono gli eventi trattati, non ultima quella strage di Bologna che si staglia, con gli stessi protagonisti, a otto mesi (2 agosto 1980) dall’omicidio Mattarella (6 gennaio 1980).

Andreotti Il libro è anche un severo e documentatissimo atto d’accusa rispetto ad alcune sentenze importanti, non ultima quella su Andreotti, perché dimostra che essa è stata confezionata al prezzo delle due ritrattazioni rilevanti di Buscetta e Mannoia, i quali hanno fornito dell’omicidio Mattarella due versioni differenti separate dalla morte di Falcone. Prima del 1992, cioè con Falcone in vita, i due affermarono concordemente che l’omicidio avvenne senza che la commissione provinciale di Cosa Nostra lo avesse deciso e ciò perché era stato voluto da Riina (su richiesta di Ciancimino), ma doveva avvenire nel territorio di Stefano Bontate, il rivale di Riina (che verrà assassinato un anno dopo, nel 1981, durante la seconda sanguinaria guerra di mafia). I killer non dovevano essere mafiosi o genericamente siculi. Attraverso gli “ibridi connubi” (espressione di Falcone) che già legavano segmenti mafiosi con settori della massoneria militanti in formazioni di estrema destra (legate a doppio filo con Gelli e con i Servizi), si registrò la convergenza di interessi per l’esecuzione e anche la merce di scambio con i Nar: aiutare Fioravanti a far evadere dall’Ucciardone il comandante nero Concutelli.
Quando invece morì Falcone, i due pentiti sostennero che Bontate (interlocutore mafioso di Salvo Lima, l’uomo di riferimento della corrente andreottiana in Sicilia) era partecipe della decisione sull’omicidio Mattarella, che Andreotti venne prima dell’omicidio in Sicilia per tentare di impedirne l’esecuzione e dopo per lamentarsene, e ciò fu decisivo per ritenere Andreotti mafioso fino al 1980 (e quindi assolvibile per prescrizione) e, invece, virtuoso governante dal 1980 in poi.

La P2 Ciò che però nel libro risulta illuminante è la ricostruzione millimetrica dei rapporti tra la P2 (e il suo mondo di relazioni dirette e dissimulate), la mafia siciliana, gli ambienti dell’eversione nera e le strategie infiltranti e destabilizzanti della Libia in Italia. Si impara, leggendo, come il comune antisemitismo dei libici e dei fascisti sia stato il collante tra i disegni sempre golpisti dell’estrema destra italiana (con le due fasi della strategia della tensione, quella iniziata nel 1969 con la strage di Piazza Fontana e la seconda, culminata nella strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980) e quelli destabilizzanti di Gheddafi. Si impara che la tragedia di Ustica (27 giugno 1980) fu in realtà un tentativo dei servizi occidentali, compresa l’Italia dei servizi fedeli all’allora Presidente Cossiga che, in chiave anti Urss, tendeva a emarginare le politiche filo-arabe di Andreotti e a gestire nel solo scacchiere mediorientale (quelle dell’ormai defunto Moro), di uccidere Gheddafi, fallito proprio perché un pezzo dell’intelligence italiana (quella più vicina a Andreotti e Gelli) avvertì il dittatore libico, il quale, dissimulandosi dietro i terroristi neri Fioravanti e più, si vendicò dopo a Bologna.

La Sardegna Questo mondo massonico, presente a tutti gli appuntamenti strategici della storia, innervato nelle istituzioni, con rapporti ibridi con la malavita e con la Libia, svolgeva le sue funzioni anche in Sardegna nel decennio 1975-1985, dove si svolse una dura battaglia politica e propagandistica intorno agli impianti petrochimici di Rovelli (e Moratti) e alla propaganda prodotta per sostenerne la realizzazione. Rovelli acquistò La Nuova Sardegna nel 1967 e nel triennio successivo, 1968-1970, acquisì il controllo dell’Unione Sarda. Il dissenso rispetto alla chimica di Stato, finanziata dallo Stato ma gestita dai privati, venne di fatto confinato al mormorio delle correnti interne dissenzienti (invero poche e minimali) ai due partiti maggiori: Dc e Pci.
Tutte le correnti democristiane stavano con Rovelli, sebbene con accenti diversi, mentre dentro il Pci gli alleati erano due pezzi da Novanta come Angius e Raggio. Per ricostruire il sistema Sir, rinvio ai lavori sempre attuali di Sandro Ruju (il suo sito è uno tra i migliori e più ordinati della storiografia in open access oggi disponibili), uno studioso di alta scuola, non a caso incredibilmente tenuto lontano dalle cattedre universitarie dal ferocissimo mondo accademico turritano.
Ebbene, la Sir nacque sotto l’ombrello di Andreotti e fu a un passo dall’acquisire Montedison, andando a sbattere però sull’Eni, e lì si rovinò, con il consueto strumento dell’azione giudiziaria dalla quale, poi, una manina sottrasse carte che consentirono agli eredi di Rovelli di uscire dalla vicenda, non solo col padre assolto, ma con essi stessi indennizzati.
La Sir entra in crisi (1978) contestualmente alla maturazione da parte dell’estrema destra italiana e di Gelli della seconda stagione della strategia della tensione, culminata nella strage di Bologna. Non è un dato causale, ma contestuale sì.

La prima reazione all’egemonia di Rovelli nell’informazione fu guidata dal rivale industriale di Rovelli, Angelo Moratti, come ha ben ricostruito in un recente articolo Andrea Corda. Secondo Piercarlo Carta, il primo direttore di Tuttoquotidiano, il giornale nato per rompere l’accerchiamento informativo di Rovelli,
«Oltre al fondatore della Saras Raffinerie Sarde SpA Angelo Moratti, lʹassetto editoriale era costituito da Paolo Ragazzo (proprietario di alcune cliniche private), Luigi Giuntelli (imprenditore nel settore dei laterizi), Enrico Rocca (primo proprietario dellʹHotel Mediterraneo di Cagliari e presidente del Cagliari Calcio dal 1960 al 1967). In quel periodo, tra Angelo Moratti e Nino Rovelli non correva ʺbuon sangueʺ in ragione della loro concorrenza di interessi in campo industriale, così l’azionista della Saras decise di emulare il suo concorrente, controllando anche lui un giornale in Sardegna, con lʹintento di opporsi al monopolio dellʹinformazione detenuto dal patron della Sir. Lʹobiettivo di Moratti era replicare il campo della ʺbattagliaʺ con Rovelli dal settore chimico a quello giornalistico‐editoriale. Per questo motivo, egli acquistò diverse quote azionarie della Sedis SpA nel 1973. Ma, pochi mesi dopo, ci fu un colpo di scena: Rovelli e Moratti strinsero un gentlemenʹs agreement, con lʹobiettivo di non darsi fastidio. Per questo motivo, Moratti si defilò dal progetto editoriale, uscendo dalla società prima che il giornale iniziasse le pubblicazioni. Attraverso lʹavvocato Nicoletti, vendette le sue azioni e le offrì agli altri soci: fu Paolo Ragazzo ad acquistare le quote inizialmente detenute da Moratti».

La società editrice di Tuttoquotidiano era la Sedis, la quale si dotò inizialmente di redattori provenienti da testate tutte riconducibili alla Destra italiana (lo stesso Carta, benché principalmente cognato di Ragazzo, era un redattore del Giornale d’Italia al quale era stato segnalato, però, non dal MSI ma dal PLI di Cocco Ortu junior) bilanciati da un manipolo di giornalisti cagliaritani, di area centrista, alcuni centristi, non pochi massoni.

Due redattori, uno sardo e uno romano, risultarono poi iscritti nelle liste della P2.

Ma la vicenda che fece più scalpore, fu l’arresto, operato da un allora giovane commissario di polizia Mario Marchetti, del redattore Enrico De Boccard, un ex repubblichino di Salò, autore di uno dei più celebrati libri della cosiddetta “letteratura dei vinti”, Donne e mitra, nonché fondatore di quei “Gruppi di difesa dello Stato” di cui parla ampiamente Gotor come ossatura della Gladio Nera, cioè  di quella struttura paramilitare, attenzionata con mille mediazioni dai servizi americani e italiani, che non doveva fronteggiare l’eventuale invasione russa (come la Gladio legittima), ma impedire l’arrivo del Pci al potere attraverso le forme regolari della democrazia parlamentare (che poi era la linea berlingueriana interrotta, anche per colpa dell’ottusità di Berlinguer, con l’omicidio Moro).

Come è noto, la vita di Tuttoquotidiano fu breve, ma caratterizzata da una forte dialettica culturale interna, che rese il giornale un po’ corsaro e capace di intaccare seriamente l’egemonia dell’Unione a Cagliari e della Nuova a Sassari, grazie anche all’inserimento di circa 15 giornalisti antirovelliani, espulsi dalla Nuova Sardegna e confluiti nel nuovo quotidiano. Nel 1976, quando già era in corso la procedura di liquidazione fallimentare, fa la sua comparsa nella proprietà Flavio Carboni, l’amico e collaboratore di Licio Gelli e Roberto Calvi, nonché il socio di Carlo Caracciolo, di lì a poco, nell’acquisto della Nuova Sardegna, anche questo maturato in ambienti massonici di alto rango.

I latini dicevano (et respice finem) che le cose andrebbero sempre predisposte in ragione delle conseguenze che determinano, ma, aggiungo io, anche per capire realmente da quali ambienti sono state generate. Fatto è che nel 1979, dopo la chiusura di Tuttoquotidiano, gli impianti della SEDIS furono acquistati all’asta dal libico Mohamed Mustafa Bazama, che costituì le Grafiche Elmas (Gr.El. S.p.A.). Si trattava inizialmente di capitale privato personale. Un documento del Consiglio regionale del settembre 1983 (pp.40-41) conferma che l’imprenditore operava nello stabilimento già «da circa quattro anni». Nel 1986, però, entrarono i capitali pubblici libici della LAFICO, il fondo statale Libyan Arab Foreign Investment Company che proprio nel 1976 era entrato nel capitale Fiat: Grafiche Elmas cambiò proprietà e denominazione, diventando EDITAR S.p.A., società a capitale misto italo-libico appartenente al gruppo LAFICO.
Ed eccoci così nello stesso brodo culturale descritto da Gotor che lega cause ed effetti massonici a ambienti libici, prima apparentemente privati, poi esplicitamente pubblici. Un caso? Non credo. Coincidono gli anni, gli ambienti, gli scambi, il modus operandi di certa massoneria (Carboni arriva a Cagliari, ma si sposta con Caracciolo a Sassari e al suo posto arrivano i libici, laddove prima avevano operato appartenenti ai “Gruppi di difesa dello Stato”) che fecero da sponda all’omicidio Mattarella. Non è per niente un caso.

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Comments (11) on “Storia: l’omicidio Mattarella, Andreotti, Gelli e la Sardegna”

  1. Paolo Maninchedda ha detto:
    25 Agosto 2026 alle 18:32

    Verissimo, ma questo non significa che il Pci abbia mai perseguito scopi eversivi rispetto all’ordine della Repubblica Italiana.

  2. Vittorio Murgia ha detto:
    25 Agosto 2026 alle 18:18

    Legale e istituzionale? Quanto pronunciato da Togliatti, Ingrao e Napolitano nel 1956 contro i Patrioti ungheresi ed a favore dell’armata rossa sovietica massacratrice fa ancora oggi venire i brividi. Furono indegni d’essere definiti “statisti”. E che dire del Togliatti orgoglioso di aver rinunciato alla cittadinanza italiana per quella sovietica? “Come Italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Da cittadino sovietico mi sento di valere 10mila volte più del migliore cittadino italiano”. Frase ignobile, che un vero Statista non pronuncerebbe neppure sotto tortura. Offese gli Italiani ed i mandolinisti, musicisti rispettabili. Togliatti non la smentì e neppure la rinnegò in seguito. Del patriota italico aveva ben poco. Ciò va evidenziato per onestà intellettuale.

  3. Paolo Maninchedda ha detto:
    25 Agosto 2026 alle 06:57

    Egregio Murgia,
    è vero che ci sono episodi certificati di devianza rivoluzionaria, violenta e ingiustificabile, delle formazioni partigiane comuniste (basti pensare al fratello di Pasolini). Ma è sbagliato negare che dal ritorno in patria di Togliatti il PCI non si sia impegnato a svolgere una funzione integralmente legale e istituzionale.

  4. Vittorio Murgia ha detto:
    24 Agosto 2026 alle 17:40

    I comunisti l’eversione la coltivarono durante la Resistenza e nei primissimi anni del dopoguerra: non volevano riportare in Italia la Democrazia, ebbero nell’animo la volontà di sostituire la dittatura nera con la loro “dittatura del proletariato”. Furono autori di massacri anche di sacerdoti e di seminaristi (ricordo Don Umberto Pessina e il giovanissimo Rolando Rivi). I veri Partigiani sono quelli che volevano spazzar via il nazifascismo senza secondi fini occulti: penso ai monarchici, azionisti, cattolici, liberali. In quanto ad alcune osservazioni di Ariovisto, ricordo che l’Italia dichiarò guerra alla Germania il 13 ottobre 1943, che al Ministero della Difesa giacciono negli archivi dei documenti i quali dimostrerebbero che il Governo ed il Ministro competente gli ordini alle nostre Forze Armate li diedero in quel settembre 1943. Se poi non furono presi in considerazione, è un’altra faccenda. Sulle 15 richieste di armistizio agli Alleati, mi paiono troppe. Fin quasi alla fine del 1942 il Paese sembrava ottimista sull’esito del conflitto. Da Gennaio 1943 le nubi si fecero nere. La Francia nel 1940 si arrese ai tedeschi e oltre 2 milioni di militari furono catturati. 3 volte il numero dei nostri Militari dopo l’Armistizio! Il presidente della repubblica Lebrun lasciò Parigi e si recò a Bordeaux (nel 1943 in Italia ci fu il trasferimento da Roma a Brindisi), ma non risulta che in Francia si sia mai parlato di “fuga a Bordeaux”. Numerosi Capi di Stato fecero come Vittorio Emanuele III e come Lebrun: nessuno di loro è definito . Questo, per la cronaca.

  5. Umberto Palmas ha detto:
    24 Agosto 2026 alle 17:28

    Egregio Professore, leggo con assiduità i Tuoi articoli, da cui traggo un grande piacere sia per la prosa forbita (cosa rara al giorno d’oggi) che per la profondità dei pensieri, di cui è un esempio la recensione odierna del libro di Gotor.

  6. Enrico ha detto:
    24 Agosto 2026 alle 10:33

    Visto che si sotiene che il libro è estremamente documentato e si rifà alle fonti non si può non evidenziare che in merito al Senatore Giulio Andreotti le fonti e sopratutto le sentenze ci dicono cose diverse da quelle sostenute.
    Non è assolutamente vero che la Cassazione abbia affermato che prima del 1980 lo stesso debba essere ritenuto mafioso (Che poi al massimo si sarebbe trattato di concorso esterno ma non di partecipazione).
    La Cassazione, giudicando in merito al ricorso proposto contro la Sentenza di Appello dice testualmente:
    “I rapporti con Lima, i Salvo e con Ciancimino, gli effetti che ne sono derivati, il loro significato ai fini della decisione sono stati descritti e valutati dalla sentenza impugnata (quella della Corte di appello di Palermo) sulla base di apprezzamenti di merito espressi in termini logici e conseguenti quindi razionalmente non censurabili. La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che, quindi, possono essere stigmatizzate nel merito ma non in sede di legittimità”.
    In sostanze il giudice di legittimità dice che gli apprezzamenti fatti dalla Corte d’appello non possono essere sindacati in quanto logici, ma dice anche che a detti apprezzamenti e a tali interpretazioni ne sono contrapponibili altre dotate di uguale forza giuridica e potrebbero essere stigmatizzate nel merito ma questo non è possibile in quanto si è in sede di legittimità. Insomma la Cassazione dice: la sentenza ha una interpretazione dei fatti al quale può essere contrapposta un’altra interpretazione uguale e contraria di altrettanta forza logica. Poiché siamo in sede di legittimità non posso censurarla ma lo dico lo stesso perchè resti a futura memoria.
    In soldoni in primo grado (grado in cui si svolge l’istruttoria) assoluzione. In appello apprezzamenti ed interpretazioni che portano a dire che sino al 1980 abbia favorito la mafia (non mafioso) In cassazione viene detto si ok l’appello ha dato quella interpretazione ma se ne può dare un altra del tutto contraria e parimenti logica ma non posso farlo.
    E’ la vulgata alimentata dal fatto quotidiano e da ex pm adesso senatori che non vede quello che è scritto nelle sentenze, ma evidentemente anche l’autore del libro.
    Diciamo che se fossi io l’imputato, poi assolto con quelle motivazioni, mi divertirei a querelare chiunque mi definisca mafioso.
    A questo si deve aggiungere, sempre a beneficio della verità, che come insegna la Sentenza Contrada il reato di concorso esterno di stampo mafioso per gli anni precedenti il 1980 non poteva neanche essere contestato in quanto per i giudici di Strasburgo tra il 1979 e il 1988 (e anche prima) il reato di concorso esterno non era chiaro né prevedibile, violando così, la sua contestazione, il principio di legalità. Quindi non gli poteva essere neanche contestato dalla triade di formidabili PM che hanno sostenuto l’accusa nei processi.
    Inoltre Lima al momento in cui è stato Sindaco non era Andreottiano ma fanfaniano con Gioia referente in Sicilia e parimenti Ciancimino che restò con Gioia sino al 1976 e non fu mai organico alla corrente di Andreotti.
    Le Sentenze su Fioravanti sono definitive, pertanto se non si vuole fare dietrologia a quel dato occorre attenersi.
    Bisogna leggerle bene le fonti e magari ascoltare tutte le udienza del processo Andreotti (disponibili su radio Radicale) e anche tutte quelle del processo Pecorelli, io l’ho fatto, per farsi una idea di come si sono svolti e di come si è giunti a quei giudicati. Vi sono anche le testimonianze di numerosi uomini politici, tra i quali l’attuale PdR, sentite cosa dice.
    Non vi è un solo testimome che non parli solo ed esclusivamente de relato dei rapporti di andreotti con i mafiosi. De relato da chi. O da morti o da non pentiti. Compreso Buscetta che ha sempre begato, ma smentito dai fatti e dalle sentenze, di aver trafficato in droga. Si può condannare un uomo per testimonianze de relato non verificabili? O si rientra tra gli apprezzamenti e interpretazioni che come dice la cassazione alle quali se ne possono contrapporre altre di medesima forza logica? Per me no
    Sul piano politico Andreotti ha sbagliato a sottovalutare la mafia e sino ad un certo periodo a non aggredirla . Si ha sbagliato. Come ha sbagliato il 90 % della classe politica italiana e il 100% della D.C.
    Come ha sbagliato la magistratura che sino ad un certo periodo non condannava nessuno per reati associativi. Il processo di catanzaro insegna ed è emblematico.
    Ma una cosa sono gli errori politici altra l’essere mafioso.

  7. Paolo Maninchedda ha detto:
    24 Agosto 2026 alle 07:10

    Vero, ma il Pci non fu mai implicato in trame eversive.

  8. Vittorio Murgia ha detto:
    23 Agosto 2026 alle 19:54

    Due osservazioni: Pietro Folena fu segretario siciliano del pci/pds dal 1989 al 1992. In una consultazione elettorale in cui a Corleone (cittadina in cui la mafia dominò non poco) vinsero i comunisti, gli fu chiesto un commento, e lui infastidito, si rifiutò di rispondere. Forse era imbarazzato? Seconda osservazione: Paolo Guzzanti affermò a fine anni 90 che le prove sui finanziamenti illeciti di Mosca al pci erano ben presenti negli archivi moscoviti del Pcus, ma stranamente non ci furono frotte di storici o di giornalisti che si dichiararono pronti ad esaminare quelle carte. Chissà come mai.

  9. Ariovisto ha detto:
    23 Agosto 2026 alle 14:52

    Assolutamente d’accordo, nel senso delle trame nere ordite da uno stato parallelo con la strategia della tensione. Rimasero però aperte le questioni a sinistra, più volte dibattute in area socialista, di un PCI (stalinista) di lotta e di governo.

  10. Paolo Maninchedda ha detto:
    23 Agosto 2026 alle 10:16

    Ariovisto, no, il libro non è da iscrivere nella pamphlettistica rossa. È un libro serissimo e dimostra in modo molto neutro le trame nere, di cui bisogna parlare senza paure, ma anche senza reticenze. Il PCI era certamente finanziato fino agli anni Ottata da Mosca, ma non c’è alcuna traccia, anzi, esistono prove al contrario, di alcuna attività eversiva del PCI, a differenza di ciò che maturò alla sua Sinistra. Viceversa, l’eversione nera, coperta da settori dello Stato, è stata una tragica realtà con circa duecento morti di persone innocenti.

  11. Ariovisto ha detto:
    23 Agosto 2026 alle 10:09

    Dottore, fa bene lei ha mettere una postilla sulle fonti. Ebbene, non posso entrare perfettamente nel merito, anche a me mancano i dati per un’analisi approfondita. La ricostruzione all’interno del libro, di chiara derivazione “piccina”, d’un italia tutto mafia, P2 ed eversione nera, è molto di moda, e lo fu, ancor di più, negli anni 80; ma due cose invece sono certe, e fanno purtroppo crollare il castello comunista del racconto “fantastico” sul nostro paese: i soldi di Calvi al PCI di Berlinguer (commissione di indagine sulla P2) e l’indagine di Falcone sulle infiltrazioni mafiose (Ciancimino) durante la giunta senza macchia e senza peccato di Leoluca Orlando Cascio.
    Ricordiamo ai suoi lettori (tantissimi) che in tema di racconti fantastici siamo il paese number one. Festeggiamo, difatti, il 25 aprile, la liberazione del bel paese dal giogo nazifascista. Ebbene: sino al luglio del 43 eravamo alleati dei nazisti (ma contemporaneamente, tra il 42 ed il 43, chiedemmo 15 volte l’armistizio agli alleati); destituimmo poi Mussolini; lasciammo l’esercito allo sbando; facemmo entrare nella penisola non meno di 15 divisioni tedesche ed infine…non dichiarammo guerra all’ex alleato. Ma festeggiamo lo stesso.

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