Esiste la bellezza in politica?

di Paolo Maninchedda
Bonum est pulchrum, diceva san Tommaso, e viceversa Pulchrum est bonum: Il Bene è bello e Il Bello è Bene.
Alla fine di queste poche righe si capirà perché mi è venuta in mente un po’ di filosofia medievale (quel tanto che serve ai miei studi, quel poco che accompagna la mia visione del mondo).
Ieri un amico ruvido (gli amici ruvidi sono quelli che ti vogliono bene ma che ti danno sempre la colpa di un’omissione, perché secondo loro tu dovresti fare qualcosa che non fai, ma quando la fai, ti dicono che l’hai fatta male) mi ha lasciato questo commento sul sito: «oh maninchedda!! arribare a lampadas est in picada.  su trettu est longu pro andare a punt’in susu, mescamente in cumpantzia de imbrogliones. hasta la vista “comandante paule”».
Anche i miei amici di sempre mi hanno chiamato ‘comandante’ il giorno del mio matrimonio, ma loro, che hanno uno spiccato senso dell’ironia, lo fecero per prendermi in giro, perché sanno molto bene che piuttosto che comandare il mio istinto è comprarmi un orto inaccessibile, scosceso e con qualche quercia, con un capanno di 50 metri quadri e non ricevere nessuno. Mi misero dietro una foto di Che Guevara e mi fecero, come si dice, a beffe.
L’amico ruvido di ieri, invece, mi sta contestando (e non è la prima volta) la solita omissione. Io dovrei fare un gesto, assumere una posizione ‘da comandante’, da uomo che guida le truppe e nella fattispecie dovrei abbandonare Pigliaru, andare all’opposizione e da lì candidarmi a guidare gli stessi che ho prima abbandonato, più qualcun’altro, nella nuova alleanza  per la Nazione Sarda. A parte la logica, si sottovalutano due cose: il cuore e il sacrificio.
Le relazioni umane per me sono importantissime. La rottura con Soru, che mi costò mesi di malattia, fu prima una rottura di relazioni umane e poi di relazioni politiche. Io e Francesco Pigliaru siamo molto distanti su tante cose, ma siamo legati da vincoli di rispetto personale che non consentono gesti fondati sul calcolo, sulla freddezza della convenienza politica. Ci si può separare consensualmente per esaurimento, per dissenso su troppe cose specifiche, non per calcolo. Sbaglio? Forse, ma fino ad oggi questo istinto di protezione delle persone che ho incontrato nella mia vita, mi ha consentito di avere ancora relazioni con i miei compagni delle scuole elementari. Con gli amici si può dissentire in profondità, ma prima di dire la parola ‘addio’ bisogna aver ragioni per consumare la tenerezza dell’umano che scalda la nostra esistenza.
Detto questo, io e Pigliaru non abbiamo la stessa visione e la stessa prospettiva.
Tuttavia frequentiamo spesso luoghi sociali e culturali comuni.
Questi luoghi sono quelli nei quali io e il mio partito stiamo cercando di costruire ciò cui abbiamo dato spesso diversi nomi: il Partito della Nazione sarda, l’area dei progressisti indipendentisti sardi, l’area dell’Europa dei popoli ecc.
Questo mondo non riesce ad unirsi; al contrario, è specializzato nella frantumazione e nella scelta della rinuncia all’azione di governo (si candidano meglio all’opposizione e alla contestazione che al governo); in questa frantumazione Pigliaru non c’entra un fico secco, se non come dato occasionale ed episodico. Questo mondo è ricchissimo di cultura e di intelligenza, ma anche di risentimento e di dolore autentico. C’è tanta gente che attende di essere riconosciuta per il valore che ha e ha avuto. Questo mondo è attraversato da passioni struggenti e violente che si traducono in parole e gesti molto duri, aggressivi, devastanti, il cui movente vero è fare spazio intorno a sé per rendersi visibili, come è giusto che sia per ogni uomo che ritiene di avere qualcosa da dire (anche se è vero che tutti i grandi del mondo, quando il destino ha dato loro la possibilità di rimanere lucidi in vecchiaia, hanno capito tardivamente di aver sprecato la vita per la gloria. Ci sono spazi profondi dove si può sperimentare una grandezza che dà un piacere fisico e spirituale ben più alto dell’adrenalina delle masse).
Questo mondo non ha bisogno di un comandante. Non serve Lussu o la fortissima personalità che lasci un segno nella storia. Un comandante crea un esercito, non un popolo.
Servono due cose: 1) una grande pazienza che insegni a perdonarsi, a lasciar perdere le chiacchiere e le maldicenze, che educhi a pensare che l’avversario che si è immaginato come nemico non esiste nelle fattezze che le chiacchiere e le solitudini gli hanno attribuito; 2) un sacrificio collettivo, una fatica da fare insieme, un deserto da attraversare che tempri un popolo. Guardiamo a Gandhi e al modo di costruire una nazione fondandola su gesti e pratiche lente, collettive, ma contrassegnate dalla progressiva acquisizione della fiducia in se stessi, della forza della trasformazione della realtà e delle cose.
Qui torniamo al Pulchrum est bonum. La bellezza della politica, i trascendentali della politica, come direbbero i filosofi, sono la pazienza, la capacità di stringere accordi anche con chi non ti ha capito, il coraggio, la tenacia, la determinazione a cambiare le cose dalle piccole cose, lo sguardo amorevole verso chi si incontra. La bellezza non è banale, dà forze e convinzione.
Sono pronto a guidare, ma a modo mio, da sotto, non da sopra; non per lasciare un segno, ma per togliere cicatrici e ferite.
Io ho il senso tragicomico di me stesso, come penso dovrebbe averlo ogni persona, per evitare di prendersi troppo sul serio e di fare del male agli altri. Quando si hanno queste convinzioni, non ci si candida a nulla.
Si vive, si cerca di rappresentare con la vita i valori in cui si crede, e si accetta di guidare solo se quella vita ha assunto un valore tale da essere ritenuta utile a un disegno comune. Uno Stato, ossia una grande architettura di diritti, procedure, libertà, occasioni, opportunità, non si costruisce a tavolino: bisogna costruire una svolta della storia per fare uno Stato.
Per cui, amico ruvido, il problema non è Pigliaru; il problema è il dopo Pigliaru, e il problema del dopo-Pigliaru siamo noi. Io sono un pezzo del problema perché non mi impongo a nessuno, perché non mi difendo più dalle maldicenze, perché non accetto di accendere conflitti inutili. Se devo guidare qualcosa, propongo che me lo si dica e che si discuta la mia proposta: la mia proposta è sarda, completamente sarda e completamente europea; è una fatica inclusiva anche dei miei detrattori (non perché gli opposti si attraggano, ma perché la classe dirigente sarda è molto articolata e non riconducibile a una sola cifra culturale e psicologica), un’alleanza larga ma coesa, una fatica immane per diventare un popolo che dimentica l’abitudine alla rivendicazione e sperimenta la dura fatica della costruzione di sé. Propongo un percorso molto faticoso per costruire una felicità civile durevole.

0 commenti su “Esiste la bellezza in politica?

  • Tutte le trasformazioni,anche un nuovo incarico, hanno necessità di tempo e specialmente condivisione e rispetto dei patti.Ti fa onore il rispetto nei confronti di Pigliaru ( d’altra parte né io ma penso tanti altri non avremo aderito al PDS se non vi fosse stata questa moralità “politica”).

  • Mi ha colpito molto… vorrei sapere di più del vostro programma se possibile… grazie

  • parole bellissime,propositi ammirevoli(io ne so qualcosa ma questo non interessa nessuno)) ma in tutto questo è certo che la sardegna possa ancora aspettare due anni con a capo una bravissima persona ma del tutto inadeguata a guidarla

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