Energia e Sardegna: disperazione alle porte

Faccio fatica a occuparmi di energia perché è un terreno su cui ho sperimentato che cosa significhi trovarsi come avversari proprio i sardi che si tenta di difendere.
Molti sardi, più o meno inconsapevolmente, sostengono il potere di grandi imprese private e parapubbliche e la protervia dei ministeri italiani, senza capire nulla, ma proprio nulla, della parte del loro destino che stanno liquidando.
Inutile affidarsi ai giornalisti perché non sono più allenati alle cose complesse e faticose: loro, ormai, commentano comunicati altrui e se non hanno un comunicato ritengono di non avere una notizia; anche se passa loro sotto gli occhi, non la vedono.
I sindacati… boh! Ci sono? Contano sempre meno perché sempre meno persone lavorano e quelle che lavorano si sentono più tutelate dagli avvocati che da loro, soprattutto dopo l’entrata in vigore di quel disastro dei rapporti di lavoro che è il Jobs Act di Renzi.

Che rapporto c’è tra energia e lavoro in Sardegna?

Dico prima ciò che dimostrerò: in Sardegna la transizione ecologica verso le rinnovabili, poiché non è stata preparata alcuna transizione, costerà migliaia e migliaia di posti di lavoro, cioè fame.

Emissioni in diminuzione per la prima estinzione industriale
Il 2 maggio l’Ansa ha rilanciato questo commento dell’Assessore dell’Industria sul monitoraggio delle emissioni di CO2 previsto dal Piano energetico regionale (della Giunta Pigliaru; quello che tutti citano, ma la cui filosofia tutti tradiscono, dalla Destra – e fin qui niente di nuovo – alla Sinistra sarda champagnante e cavialante dei nostri tempi).

Il monitoraggio frainteso
Il monitoraggio effettuato dalla RAS evidenzia che grazie alle azioni di efficientamento energetico promosse (dalla Giunta precedente) le emissioni di CO2 della regione sono progressivamente diminuite con un decremento rispetto al valore registrato nel precedente monitoraggio di – 21%. Tale risultato è sicuramente di impatto e mette in evidenza l’efficacia delle politiche energetiche messe in campo dalla RAS volte a gestire efficientemente l’energia e ad efficientare il patrimonio pubblico.
Tuttavia una lettura più approfondita del documento di monitoraggio fa emergere che tale riduzione è prodotta da una riduzione dei consumi energetici nel settore industriale. Questo dato deve far riflettere attentamente giacché è il sintomo  di un primo effetto delle politiche europee di decarbonizzazione attraverso la fiscalizzazione (cioè l’imposizione di tasse) delle emissioni.
La nuova direttiva europea ETS2018/410 UE, attualmente operativa, e quella immediatamente precedente, impone per un livello di emissioni superiore a una data cifra, di acquisire titoli di emissioni sul mercato europeo (EUA). Il valore del titolo di emissioni ha subìto, a valle della entrata in vigore della direttiva, un incremento sostanziale passando, ad aprile 2021, a  circa 45€/ton (https://www.sendeco2.com/it/prezzi-co2).

Le tasse chiudono le fabbriche vecchie
Che impatto ha questa escalation? Facciamo un esempio.
Consideriamo una delle centrali termoelettriche sarde, quelle più economiche in termini di produzione sono quelle a carbone,  e consideriamo solo il costo del combustibile utilizzato per produrre un MWh.
Dall’analisi dei dati del Gestore del Mercato Elettrico del 2019 si ottiene che di solo combustibile il costo del MWh prodotto dalla centrale sarda è pari a 20€/MWh di sole materie prime.
Se a questo sommiamo il costo delle emissioni, ipotizzando ottimisticamente un livello di emissioni di 1 tonCO2/MWh, si ottiene un costo di combustibile ed emissioni di 65€/ton, a fronte di un prezzo di mercato dell’energia elettrica nel 2019 di 50 €/MWh.
Va da sé che una centrale ha anche altri costi e pertanto in queste condizioni è fuori mercato. Ma se questa condizione sussiste per i combustibili meno cari (carbone) sarà ancora più significativa per i prodotti più pregiati (derivati dal petrolio) o per quelli che per il tipo di combustibile trattato, presentano livelli di emissione più elevati.
Quindi, come vedete, la riduzione delle emissioni di CO2 così repentina nel 2018 è sì un’ottima notizia, ma una analisi più approfondita che supera la valutazione asetticamente numerica, pone in luce il segnale di un progressivo ridimensionamento della capacità produttiva regionale indotta dai fenomeni di fiscalizzazione delle emissioni. Le tasse nuove stanno uccidendo le fabbriche vecchie. In mezzo a questa decadenza annunciata e non governata stanno quanti lavorano nelle fabbriche vecchie.
Una riduzione simile e così rapida delle emissioni è stata  prodotta  della chiusura dell’ALCOA, come riportato nel PEARS. Pertanto i dati dovrebbero essere letti con maggiore sensibilità tenendo conto anche degli aspetti socio economici associati.

La transizione ecologica
Ciò che non si è ben capito è che le politiche europee di transizione ecosostenibile determineranno inizialmente, nei contesti impreparati, come la Sardegna, una crisi profondissima che sarà possibile superare solo con politiche di transizione sociale ed economica di accompagnamento. Serve la cultura del riformismo solidarista-socialista con l’esattezza e los crupolo del vecchio azionismo.

La Sardegna è tra le regioni europee con il maggior livello di emissioni pro capite a causa della presenza di un’industria primaria energivora e di un sistema di produzione elettrico alimentato con carbone e petrolio. Quanti hanno coscienza di questa situazione attuale della Sardegna, che la pone in una posizione a dir poco critica in Europa e in Italia?

Le politiche ambientali europee hanno giustamente impresso una forte accelerazione al processo di riduzione delle emissioni attraverso delle politiche di fiscalità che sono diventate e diventeranno sempre più pressanti e che porteranno progressivamente le attività produttive altamente emissive fuori dal mercato.

In questo scenario, molte delle attività produttive di tipo industriale presenti nell’isola, se non adotteranno nel breve periodo politiche industriali orientate alla transizione energetica, saranno destinate a chiudere amplificando ulteriormente la crisi sociale dell’isola e impattando pesantemente sui lavoratori sardi. Al momento non si nota alcuna attività di transizione e riconversione, solo cassa integrazione. Ci si sta preparando a chiudere.

Il bisogno e il tradimento
Il problema è complesso e la soluzione non è unica, ma certamente c’è la necessità della definizione di una strategia che abbia al centro  l’interesse della Sardegna, dei suoi lavoratori, delel sue risorse e del suo futuro nel mondo moderno.

Le risorse ambientali in termini di sole, vento e acqua sarebbero tali da rendere la Sardegna un modello di riferimento in campo energetico. Purtroppo, per colpa dell’assenza di uno straccio di coscienza nazionale sarda, cioè di un vincolo che ci faccia sentire uniti da un comune sforzo di civiltà, queste risorse naturalmente destinate alla Sardegna per risolvere le criticità indotte dalla transizione ambientale sono diventate una risorsa asservita all’interesse italiano e al mercato senza alcun vantaggio per la Sardegna.

Il Tyrrenian Link, l’interconnessione tra Sardegna, Sicilia e Campania che, come si legge dal sito di Terna,  ha lo scopo di trasformare la Sicilia nell’Hub energetico del Mediterraneo è il monumento vivente alla subordinazione della Sardegna, al suo uso da parte di altri senza vantaggi per sé.

Gli investimenti per il Tyrrenian link sono rilevanti, 3,7 miliardi di euro, e verranno coinvolte circa 250 aziende. C’è da chiedersi: quante di queste sono sarde? Ma questo sarebbe il minimo e neanche il necessario; altro è chiedersi: quali sono i vantaggi di un’opera di tali dimensioni per la Sardegna?

La risposta ufficiale è agevolare la trasmissione dell’energia prodotta da energia rinnovabile tra le isole e il continente e stabilizzare la fornitura di energia elettrica alla Sardegna quando sarà completato il phase-out delle centrali a carbone.

Se le industrie emissive sono destinate ad uscire dal mercato cosa alimenterà questo cavo?

Un approfondimento su  tale riflessione fa emergere che un’eccellenza tutta sarda è il suo sistema di gestione integrato delle acque che è caratterizzato da una serie di bacini e di centrali idroelettriche di pompaggio capaci di accumulare significative quantità di energia rinnovabile. Questo in Sardegna c’è e in Sicilia no! Questa accumulazione è indispensabile per stabilizzare l’hub siciliano. La Sardegna, nei disegni dell’Italia e di Terna, ha la sola funzione di ‘proteggere’ le spalle della Sicilia.

Con una lettura di questo genere, si può pensare che la Sardegna assuma un ruolo strategico nell’accompagnare la transizione energetica nazionale svolgendo la funzione di sistema di regolazione delle rinnovabili per il meridione d’Italia, vision più che giustificata per investimenti di tale entità volturati nelle bollette di tutti gli italiani di una azienda di stato che ha questo come mission.

Questo approccio di tipo centralizzato italiano, non risponde però alle necessità della Sardegna e non risolve le criticità socio-economiche indotte dalla transizione energetica.

Infatti, la recente storia delle interconnessioni ci insegna che a seguito della realizzazione del SAPEI, l’interconnessione tra Italia e Sardegna, la gestione della trasmissione di energia sia stata prevalentemente dalla Sardegna verso il Continente e l’automazione delle rete di trasmissione ha condotto la gestione delle rete sarda da Cagliari nel Continente con un significativo depotenziamento della struttura tecnica presente in Sardegna. Il potere di gestione ha la stessa direzione dell’energia elettrica: prodotta in Sardegna, diretta e governata altrove (con tutti i vantaggi di ricchezza, lavoro e potere, fuori dalla Sardegna).

Inoltre, sempre la storia recente ci insegna che lo sviluppo della generazione da fonti rinnovabili, soprattutto di grandi impianti, ha prodotto impatti occupazionali limitati per non dire nulli.

In conclusione c’è bisogno di una attenta riflessione sulla transizione energetica e l’acquisizione della consapevolezza del ruolo strategico che le risorse della Sardegna hanno, in modo che l’oro verde di cui si dispone sia prioritariamente utilizzato per salvaguardare, generare e valorizzare il lavoro dei sardi. Questo i sardi lo sanno, ma non vogliono trarne le conseguenze: troppo impegnativo.

0 commenti su “Energia e Sardegna: disperazione alle porte

  • Roberto Saba says:

    Segnalo sul tema un articolo di Euractiv https://www.euractiv.com/section/energy-environment/news/eu-carbon-price-hits-record-e50-per-tonne-on-route-to-climate-target/ che apre in questo modo “Il prezzo del carbonio dell’Unione europea ha raggiunto un livello record di oltre 50 euro per tonnellata martedì (4 maggio), una pietra miliare in quello che gli analisti dicono che è probabile una salita a lungo termine verso i livelli di prezzo necessari per attivare gli investimenti in tecnologie pulite innovative […] Gli analisti dicono che il prezzo del carbonio nell’UE deve ora salire a livelli abbastanza alti da innescare tagli di CO2 nell’industria, dove le alternative a basse emissioni di carbonio non possono ancora competere sul costo con le tecnologie tradizionali basate sui combustibili fossili.”
    “Il prezzo del carbonio deve essere abbastanza alto da permettere all’Unione europea di raggiungere lo zero netto entro il 2050”, ha detto Mark Lewis, chief sustainability strategist di BNP Paribas, riferendosi all’obiettivo a lungo termine del blocco di eliminare le sue emissioni nette entro il 2050. Questo richiederebbe un prezzo di CO2 abbastanza alto da rendere l’idrogeno prodotto da energie rinnovabili competitivo con l’idrogeno prodotto da combustibili fossili, ha detto Lewis. “Su questa base, penso che circa 90 euro a tonnellata sia un’aspettativa ragionevole per il 2030”.
    L’articolo evidenzia come “Finora, la maggior parte di questi tagli sono venuti dal settore energetico, dato che i prezzi più alti di CO2 hanno contribuito a rendere le centrali elettriche alimentate a carbone antieconomiche, innescando un passaggio dal carbone al gas, che emette meno CO2”. Ma questa è stata “la parte facile, cioè il passaggio dal carbone al gas nel settore energetico”, secondo l’analista di Berenberg Lawson Steele, “che si aspetta che il prezzo del carbonio nell’UE sia più che raddoppiato entro la fine di quest’anno”. A seguire sarà l’industria a subire l’impatto e ad essere chiamata a rimanere competitiva di fronte ai costi più alti del carbonio, investendo nelle nuove tecnologie che saranno necessarie per rendere possibile la transizione a basse emissioni di carbonio. Il quadro è pertanto peggiore di quello rappresentato da Paolo Maninchedda perchè investirà, in primis, tutti gli impianti ETS in Sardegna, non solo quelli che producono energia, ma anche quelli petroliferi, della produzione e lavorazione di prodotti metallici, della produzione di cemento e gli impianti chimici. Mettere a punto una strategia per una “transizione” energetica e climatica che sia giusta dovrebbe tenere nel dovuto conto lo scenario evidenziato da Paolo Maninchedda e porre attenzione degli impatti che si genereranno da qui al 2030 sull’intero sistema industriale regionale, mettendo a punto urgentemente tutti gli strumenti e gli investimenti necessari.

  • La riduzione del 21% delle emissioni di CO2 dovuta al minor consumo di energia del settore industriale in continua dismissione, mi ricorda la storiella di tziu Antoni, che si lamentava del suo cavallo che era morto proprio quando si era abituato a non mangiare.
    Quanti tziu Antoni si lamenteranno della chiusura delle fabbriche proprio quando avranno smesso di emettere Co2?

  • Questo argomento sarà nei prossimi mesi una delle radici d’una pianta malefica che appesterà l’Europa intera;
    … si chiama Stagflazione.
    I governanti invece che estirparla prima che diventi ingovernabile, mi sembra la stiano innaffiando e concimando per bene.

  • Cun políticus iscallaus avatu de totu is cambaradas de is partidus italianus comenti si fait a no andai fendi morri sa Sardigna? Ca si genti dhui at chi depiat cumprendi custas cosas depiant èssi issus e no sa genti chi no iscít mancu aundi iscudi sa conca e mancai dhis pregontat su prexeri o s’acotzu e totu morit ingunis, ma no èssi in sa política miseràbbili apedhiaus isceti a “binci” eletzionis po duas pimpiridas de afariedhus personalis, sempri avatu e istichius in is buciachedhas de is políticus “locomotiva” italianus, po no narri in calincunu istampu callenti prus in bàsciu a brigúngia e dannu de totu sa Sardigna sempri prus disastrada.
    Ma de ciorbedhu e cusciéntzia ndi portant (e ndi portaus?!) po tenni calincuna idea e apenas de coràgiu e disponibbilidadi po cambiai?!

  • siamo come il Congo
    abbiamo le miniere di diamanti
    ovvero le fonti di ricchezza
    altri le sfruttano per arricchirsi
    noi morti di fame
    e zitti

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