E va a finire che il governo cade sulla (in)Giustizia

Il Pd non ce la fa più a reggere il manettismo, il cinesismo e l’antieuropeismo caotico dei Cinquestelle, ma non può neanche completamente emanciparsi dal proprio poterismo, quel cinico, pessimo, opportunistico piegare tutto alla conquista del potere che ha dalle origini ucciso buona parte della Sinistra italiana. Tuttavia, sulla pretesa di abolire la prescrizione, mi pare di registrare un sussulto che stia impedendo di barattare potere con diritti fondamentali. Speriamo. Meglio votare e perdere le elezioni che perdere la libertà.

L’abolizione della prescrizione, nel quadro disastrato e feroce della Giustizia italiana (indagini che durano quanto pare ai PM, ben oltre il limite fissato dal Codice di procedura penale, pentiti manipolati, prove costruite a tavolino, connessioni astruse e piegate alle tesi di accusa ecc. ecc.) ieri ha generato un altro mostro: Giancarlo Caselli ha proposto di abolire il secondo grado, l’appello.

Siamo al delirio. Non commento direttamente perché ho troppa memoria di questo schifo che è l’amministrazione della Giustizia in Italia e la farei lunga, rinvio a questa bella intervista al professor Padovani della Sant’Anna di Pisa.

Ciò che noto è la pochezza della politica sarda: non si parla mai dei diritti, della qualità dei diritti di cui si gode in questa terra.

Non si parla del diritto alla salute, devastato dal mandato prefettizio di Moirano che adesso è così ghiotto per il nuovo potere che non viene ancora riformato.

Non si parla del diritto alla libertà di movimento, devastato dalla doppia continuità territoriale varata in solitudine dal Presidente della Regione appena eletto.

Non si parla del diritto allo studio e della rarefazione dell’istruzione di qualità in ampie aree della Sardegna.

Non si parla del diritto alla libertà personale, violato ripetutamente in tanti procedimenti giudiziari.

Non si parla del diritto alla onorabilità e alla reputazione, violato da tanti processi giudiziari o digitali.

La politica sarda si occupa di piccole cose, non genera lavoro, non genera ricchezza, non genera sapere. Genera rendite e conflitti per le rendite. Un deserto di idee e di valori di rara inconsapevolezza cui bisogna opporre un’etica e un’azione della resistenza che è qualcosa di più profondo della consueta militanza politica.