Discutiamo di sardismo a Sinistra. Mi danno del Tarzan

Nei giorni scorsi ho pubblicato questo post che, prendendo spunto da una recente pubblicazione e dalla corrispondente intervista di lancio, poneva il problema della tendenza della storiografia marxista in primo luogo a ignorare, snobbare e se possibile obliterare le storiografie concorrenti, specie quelle dotate di una struttura di pensiero, e poi a tacciare tutte le forme di post autonomismo e di indipendentismo in un campo semantico stratificato che al valore minimo ha il concetto di provincialismo, al valore medio quello di nazionalismo destrorso e al valore massimo quello di eversivismo.

Dicevo poi che in questo modo la Sinistra ha dato sempre sostanza politico-culturale alla visione che i Servizi Segreti italiani hanno comunque del pensiero e della pratica politica indipendentista.

Ho citato libri e autori, tra questi Girolamo Sotgiu.

A stretto giro di posta mi ha risposto, con toni assolutamente inattesi, Vindice Lecis. Questo il testo, diviso per parti per poterlo poi commentare più agevolmente.

1 Oggi ho letto uno scritto di un noto docente naturalmente indipendentista (però ci assicura europeista parlamentarista e non insurrezionalista qualsiasi cosa furbescamente significhi) che attacca in modo volgare la storiografia marxista sarda assimilata a una velina dei servizi segreti.
2 Una flatulenza dal Marghine che prende di mira Marrocu, Mannuzzu e specialmente Girolamo Sotgiu accusato di stalinismo.
3 Gli rispondo invitando tutti a leggere i libri messi all’indice dal nostro e denunciando la volgarità di questi attacchi. A Tarzan, facce ride!”

Commentiamo.

Parte prima: prima parte.
Risaltano gli avverbi. Perché io sarei un docente naturalmente indipendentista? In cosa si concreta il tono ironico in questo avverbio? L’ironia è una figura della distanza, quindi il naturalmente non vale nel senso che chi è colto non può che essere indipendentista (in questo senso l’ironia verrebbe meno perché verrebbe meno la distanza); l’ironia consiste nel suggerire che è innaturale che tanti docenti universitari oggi abbiano simpatie indipendentiste, per cui il successo di queste idee sarebbe una moda, un qualcosa cui chi è colto non dovrebbe aderire perché effimero e non ragionato.
L’avverbio è il segno del fastidio provato verso una forma di pensiero che si sta diffondendo e che ha svelato la sterilità di quello marxista nello spiegare e nello stare nella modernità. La lotta di classe si è estinta con la dissoluzione delle classi ad opera della tv e dei social.
Spiegare il mondo come riflesso della proprietà dei mezzi di produzione oggi significa preparare l’insurrezione contro la più grande fabbrica inquinante del mondo, la Cina, ultimo baluardo ufficiale del comunismo, in teoria, ultimo regime autoritario ordinato e produttivo sopravvissuto all’estinzione, in pratica.
Questa estinzione culturale non significa per nulla che chi è stato comunista, chi ha militato nel Pci, ha sbagliato. No, perché quel posizionamento in Italia aveva le sue giustissime ragioni, come ne avevano altri, quello azionista, quello socialista e quello cattolico sociale, la vera eresia dell’Italia da cui, guarda caso, provennero nel tempo tutti i leader delle formazioni a sinistra del Pci. Essere contro il pensiero comunista e i suoi metodi non significa essere contro le persone comuniste. Significa contrastare le visioni e le egemonie, ma non odiare nessuno. Non ho alcuna virtù, ma quella di non sapere odiare è radicata fino a rasentare, mio malgrado, la stupidità.

Parte prima, seconda parte
Il tono comincia a incattivirsi e le parole usate danno ragione completamente a ciò che avevo scritto circa l’additamento da parte della Sinistra degli indipendentisti come eversori. Che altro significato avrebbe diversamente affermare che io mi dichiari furbescamente europeista, parlamentarista non insurrezionalista? Perché sarei furbo a dichiararmi indipendentista, ma anche europeista, parlamentarista e non insurrezionalista, cioè assolutamente legalitario? La risposta è in rebus. Per Lecis chi è indipendentista non può essere europeista perché nazionalista, non può essere parlamentarista perché settario e autoritario, non può essere non insurrezionalista perchè la via legale e parlamentare di modifica della Costituzione con il riconoscimento della Nazione Sarda e dei poteri che le competono non sarebbe propria degli indipendentisti sardi.
E dunque gli avverbi di Lecis che cosa rivelano? Che lui e i suoi ci considerano dei rivoluzionari mascherati pronti a insorgere. Una cantonata di comodo che serve a creare il ghetto e poi a dare il via libera agli organi dello Stato per reprimere il pericolo. Prima o poi l’intera vicenda giudiziaria che ha colpito il Partito dei Sardi verrà a galla nei suoi retroscena, ma noi siamo già certi che prima è partito dagli ambienti degli apparati di sicurezza un tentativo di incriminarci per reati politici gravi, poi, non avendo trovato alcun riscontro (perché non ve ne è alcuno e mai ve ne sarà), è partita un’altra attività di setaccio cui nessuna forza politica è stata mai sottoposta. Queste cose accadono quando il clima politico lo consente, se non addirittura lo richiede.
Non sto minimamente dicendo che Lecis è responsabile della nostra persecuzione. Non lo è e ci ha sempre trattato con estrema cortesia. Ma non si accorge del clima che creano lui e chi la pensa come lui.

Parte seconda
Qui inizia l’argumentum ad personam che anche Lenin legittimava nella prassi rivoluzionaria. Se l’argomento è toccante, non se ne deve parlare e si deve attaccarne l’autore. Goebbels era un maestro infernale di questa tecnica. Ora, Lecis assimila le mie parole a una flatulenza del Marghine. Traduco nella semantica del mio paese: le mie parole sarebbero assimilabili a uno stadio intestinale precedente esiti infausti quali il troddiu e la pisina, il primo spaccone, esibizionista, rumoroso; la seconda silente, anonima, infingarda. Il problema è che la trivialità del paragone ne intacca la credibilità. Sembrano parole di veemenza bettolante per assenza di argomenti, allo stesso modo con cui i violenti prendono a pugni con più gusto chi ricorda loro i loro torti.
Girolamo Sotgiu non era stalinista? Io ho letto i suoi libri, primo perché me li hanno fatti studiare, poi per curiosità. E lo era, altroché se era stalinista, come quasi tutti quelli della sua generazione. Quasi tutti.
O si vuol dire che tra lui e Cardia non vi era alcuna differenza? E infatti chi chiese conto al Pci sulle pagine di un quotidiano dei lati oscuri della prigionia di Gramsci fu Cardia. Ma le mie critiche riguardano lo storico e il politico, non la persona. Sotgiu è Giusto delle Nazioni per aver salvato una bambina ebrea e per me chi salva una vita è salvo per sempre. Sotgiu arriva all’università per meriti accademici? No, ci arriva per meriti politici, come accadeva allora per figure di spicco di tutti gli schieramenti. Lui fece parte di un’ampia azione che innescò sulla storiografia erudita cagliaritana un ceppo di forte militanza politica. Con i prodotti di quella stagione, oggi datati, bisogna pur cominciare a fare i conti.

Parte terza
L’argumentum ad personam passa dall’intestino all’inquisizione e anche questo stacco è troppo veloce, è sguaiato. Mi si accusa di aver messo all’indice i libri criticati. Ma non scherziamo! Io sarei felicissimo che i libri che ho citato venissero letti e che se ne comprendesse l’impianto ideologico, che è quel modo di procedere che ha chi non cerca la comprensione della realtà, ma cerca nella realtà la conferma delle proprie convinzioni. Leggete Sotgiu, Marrocu, Mannuzzu, ma dopo leggete anche Luciano Carta sulla rivoluzione sarda, e scoprite che non si può capire quella rivoluzione con i paraocchi della lotta di classe, come, con gli stessi, non si capisce nulla della Sardegna di oggi. Dopo, leggete anche Lilliu e chiedetevi perché la chiave di lettura del mondo antico (e di quello contemporaneo negli scritti politici) è così differente.
Resta da parlare della clausola finale, non calibrata ritmicamente, un cursus fortebraccesco a modello troppo evidente fino ad apparirne una brutta copia, insomma, una clausola dal sen fuggita, ma altrettanto pisina dell’altra. L’accusa di cambiare schieramento per convenienza mi fa ridere: la mia vita parla di una politica fatta senza convenienze personali e con molte e pubbliche convinzioni, ma è proprio questa evidenza che fa rabbia. Io sorrido, perché è l’accusa costruita a tavolino in epoca soriana. Poi i fatti hanno dimostrato chi era realmente ondivago. Prima si disse che il Psd’Az in cui io militavo era un reprobo e lo si spinse a Destra; poi, per vincere le elezioni a Cagliari lo si è sdoganato per la Sinistra, per poi essere infilzati dal cinismo politico di Solinas e essere gettati all’opposizione da chi si era tanto vezzeggiato. E il bello è che Soru aveva teorizzato il recupero del Psd’Az a Sinistra per bilanciare l’influenza del Partito dei Sardi. Le bugie dettate dalla superbia e dalla convenienza hanno sempre le gambe cortissime.

0 commenti su “Discutiamo di sardismo a Sinistra. Mi danno del Tarzan

  • Però, Luciano Marrocu, «discussione […] sulla tradizione del sardismo […] ed eventualmente sul suo futuro»!!!
    Si una cosa b’at chi no est “eventualmente” est su presente e benidore, chi est benindhe e passendhe puru donzi die! E nois tenimus ancora tempus pro nos pèrdere in d-unu… dibbatimentu o protzessu a sighire a pèrdere tempus in discussiones chentza fine mancus chi depemus fàghere su redde rationem pro carchi assolutzione o cundenna eterna?!!!
    Candho sa realtade istórica de sa Sardigna, si no nos amus postu bàtoro caratzas in ogros pro no la bídere pro su chi est istada e mescamente est, e si assumancus amus lézidu carchi cosa de cust’istória e mescamente si no che fimus emigrados in vattelapesca nessi custa úrtima chimbantina de annos, est gai crara chi la tiant bídere fintzas sos tzegos e la tiant leare a su menefrego solu sos pistadores de abba pro no nàrrere zente meda prus cualificada ma incualificabbile!
    Tiaimus pàrrere no zente manna cun d-unu mínimu de cumprendhóniu, ma criaduras chentza libbertade e ne responsabbilidade ca… dipendhent de sos mannos fintzas pro lis segare unu biculedhu de pane a bi lis dare a cantu in manu.
    Ma ite amus imparadu? Solu a pedire, ispetare sos miràculos chi nos depent pròere o rúere dae manos a chie los ischit fàghere e prànghere o fuire o brincare a sa carrotza prus manna?
    Mannos pro debbadas, si semus zente! No est custa puru “fuga dalla libertà” (pro la nàrrere cun sas peràulas de E. Fromm), e ateretantu a fuire de sa responsabbilidade nostra coment’e criaduras chi no ischint leare mancu su pesu issoro etotu?
    Si podet ischire a ite sos Sardos, totu, semus pessendhe e a ite nos semus preparendhe? Sighimus su caminu de iscaminamentu de cantos ant fintzas tentu sa capatzidade, o cussa ant chircadu e pro cussu si sunt preparados, de guvernare inderetura s’Italia e ant lassadu pònnere sa Sardigna a dispositzione de donzi porcheria e afarismu e no ant ischidu guvernare unu pópulu de carchi millione de pessones in d-una terra rica de donzi bene fata de apenas 24.000 km cuadros?
    A fàghere ite si sunt preparados custos ‘campiones’ balentiosos mannos, a guvernare sa Sardigna?
    Ma mescamente, ca como sa libbertade e responsabbilidade in discussione est solu sa nostra, e no de sos antepassados, a ite nos semus preparendhe o nos cherimus preparare? A sighire s’istória nostra che criaduras de asilo infantile?
    Deo a su postu de Maninchedda no bi tio pèrdere mancu unu minutu, ca sa chistione chi tenimus imbia est su ite tenimus de fàghere e comente lu podimus e nos preparamus a fàghere, no de che mòrrere in su mare de sas discussiones e de sas peràulas.

  • Paolo Maninchedda says:

    Già, Luciano, hai ragione, ma non ho tutte le forze che tu pensi io abbia. Ci proverò.

  • Luciano Marrocu says:

    Caro Paolo,
    ricostituito il rispetto reciproco come studiosi (mai per altro messo in discussione) e cogliendo l’occasione per esprimere tutta la mia simpatia per il tuo stile politico -sui contenuti il discorso è un altro- ti ringrazio per le parole d’apprezzamento e ti dico: tu che sei più giovane, più attivo e più politico perché non trovi modo di promuovere una discussione seria, magari anche in presenza come si dice,
    sulla tradizione del sardismo, sul suo presente ed eventualmente sul suo futuro?

  • Paolo Maninchedda says:

    Caro Luciano, se hai letto il primo articolo, avrai anche notato che espressamente dico che sei cosa assolutamente diversa da Sotgiu, non foss’altro perché tu i concorsi li hai dati. Certamente non conosco tutte le tue pubblicazioni, ma ti assicuro che ne ho lette diverse. Per esempio, appunto, Procurade ‘e moderare: racconto popolare della rivoluzione sarda 1793-1796, o anche La perdita del Regno o ancora Theodor Mommsen nell’isola dei falsari. Storici e critica storica in Sardegna tra Ottocento e Novecento (per non parlare del volume sui Falsi d’Arborea che conosco alla sillaba) o per ultimo la tua Storia contemporanea che ho glossato. Ma, ti stupirai, ho letto anche Faulas e devo avere a casa di mio padre un qualcosa di tuo sulla Sardegna socialista, ma adesso non ne ricordo esattamente il titolo. Prontissimo, dunque, a discutere di storia sarda, delle sue fonti, spesso neglette e occultate dal fumo delle candele dei devoti delle diverse fedi, quando e dove vuoi, ma resto altrettanto convinto che il tuo acume storico si è poco rivolto all’esercizio critico degli ideologemi che la storiografia di sinistra ha ormai diffuso in ogni scuola di ogni ordine e grado della Sardegna, mentre è stato sempre sospettoso e acutissimo verso l’idea della nazione Sarda. Proprio a questo tuo scetticismo critico hai dedicato un passaggio della tua intervista all’Unione Sarda, intervista cui ho fatto riferimento. Pronto a ricredermi, ovviamente, ma so di cosa parlo. Io resto molto convinto che sia giunto il momento di fare un serio bilancio critico della storiografia del secondo Novecento in Sardegna, perché adesso coloro che ne furono i protagonisti sono privi del potere accademico, editoriale, politico che li ha tutelati mentre esercitavano parti un’egemonia culturale non sempre proficua. Ora restano solo i libri e bisogna parlarne. Altrettanto ovviamente, tu non c’entri nulla nel confronto con Lecis; non ti ho mai sentito proferire niente di men che meno offensivo verso alcuno. Un caro saluto.

  • Luciano Marrocu says:

    Caro Paolo, mi ha fatto in prima battuta molto piacere che il mio libro Storia popolare della Sardegna e dei sardi meritasse l’attenzione di un lettore come te ricco di una sensibilità anche politica, poi però la piega che ha preso la discussione mi ha deluso, proprio perché discussione non mi pare ci sia stata. Non è obbligatorio parlando di sardismo, indipendentismo, Giommaria Angioy, Sarda Rivoluzione, Psd’AZ riferirsi ai fin troppi saggi e libri che ho dedicato alla storia sarda (segnalo solo ‘La sonnambula’, una a storia dell’Italia del Novecento nella quale per la prima volta in un libro edito da una casa editrice nazionale la Sardegna non è solo Gramsci e banditi, banditi e Gramsci) sarebbe però più corretto se mi si chiama in causa averne letto almeno qualche pagina. Per magari scoprire che, per quanto l’accostamento mi onori, non ho nulla a che fare con lo storico Girolamo Sotgiu (qualcosa a che fare con Mannuzu, sì, lo ammetto). Come un mio libro degli anni Novanta ristampato di recente -Procurare ‘e moderare- dimostra non leggo la rivoluzione angioiana unicamente ( e neppure prevalentemente ) in termini di classe. Quanto al marxismo confesso di aver letto in gioventù parti consistenti del Capitale ( o, essendone ancora di più colpito, Le lotte di classe in Francia), ma ho letto anche Max Weber, Marcel Mauss, Antonio Gramsci , Fernand Braudel, Eric Hobsbawn, Giuliano Procacci, più una quantità di altri autori. Mi vengono in mente altre considerazioni, ma non voglio annoiare nessuno. Voglio solo ribadire che se si vuole discutere seriamente e nel merito di storia sarda- che per me vuol dire di storia sarda in un contesto globale- lo farò e con grande piacere.

  • Quanta miserabilita’ : insulta per coprire la sua pochezza di studioso di una idea di comunismo che è fallita, in particolare per la mancanza di libertà e di rispetto della persona

  • Paolo Maninchedda says:

    Alessandro, grazie del commento. La genealogia è molto incompleta, ma, a essere onesti fino al midollo, risente certamente della mia predilezione (in partibus infidelium) per l’asse culturale Laconi-Cardia piuttosto che per l’asse Spano-Sotgiu-Raggio. Il Pci non ha mai fatto fino in fondo i conti con la concorrenza ideologica e culturale con il pensiero ieri autonomista oggi indipendentista o post-autonomista sardo. Certo, in Sardegna bisogna discutere di storiografia e del suo legame tanto profondo quanto occulto con la politica. Sul lavoro in archivio ho le mie riserve. Sulll’ideologema della modernizzazione come oggetto di analisi critica sono d’accordissimo, è l’unico modo per capire bene la Rinascita.

  • Indàda tzertos chi si deppen contrariare unu continentale naran d’esse nepodeddos de Gramsci e si contrariant’unu sardu sunt peus de sos fizzos de ìStalin,
    sinòno ite cherìat nàrrere de sos Sardos Lecis cando l’ada intervistadu Muroni ?

  • Alessandro Mongili says:

    Questa “genealogia” della storiografia sarda è importante, ma bisogna riconoscere i meriti di Sotgiu, altrimenti si corre il rischio di attualizzare una vicenda che, invece, occorre storicizzare. Quelli, per esempio, di avere dato risalto alla vicenda della Sarda rivoluzione. Quelli di avere in qualche modo messo fra parentesi la fase della teoria nefasta dell’italianizzazione primaria della Sardegna di Solmi. Quelli di avere lavorato in archivio (cosa che a me sembra la vera discriminante).
    In linea di principio, l’unica critica importante per tutti, marxisti e no, sarebbe quella di studiare l’adesione massiccia alla teoria della modernizzazione, che a me sembra il vero problema per tutti, indipendentisti, criptostalinisti (che in Sardegna, sono d’accordo, sono un vero “dannu mannu”), e i pochi che a destra sanno leggere.

  • Sos Picistas sardos, o ex, tenent unu ‘pecadu originale’ de currèzere, si cherent èssere zente cun zente in Sardigna e fintzas in su mundhu, de oe, in d-una realtade istórica tzertu cambiada, in su chi at cambiadu, nostra e mundiale, ma chentza mai bènnere mancu, si no pro òpera de su domíniu, de donzi domíniu, sa cundizitzione umana, su diritu e dovere universale, personale e colletivu, de sa libbertade e responsabbilidade personale e colletiva chentza mai èssere, maancu sos Sardos, si no pro fortza de su domíniu, assimilabili a sos animales e babbautzos: la depent agabbare de fàghere a fizos de Massimo d’Azeglio e ndhe depent essire dae sa Gabbia e dae sas gàbbias, mancari bellas o… profetosas (fossis pro issos).
    Prof. Gerolamo Sotgiu. L’apo tentu a professore pro un’esame de “storia del risorgimento” chi…, bae e busca proite, teniat coment’e argumentu sa Sardigna. Ndhe ammento tres de sos líbberos de istudiare pro s’esame: Questione sarda e movimento operaio, Alle origini della questione sarda e, de Giuliano Procacci, Storia degli Italiani.
    Fia comintzendhe a connòschere s’istória de sos Sardos, antzis irbarriada apitzu de sos Sardos.
    De Gerolamo Sotgiu dhe tenzo un’ammentu bonu e si faghet a lu ringratziare ancora li mandho unu ringratziamentu chi che li lompat a su chelu. De ite ideas politicas fit za fit craru (e de cale partidu l’ischia de àteru), ma si fit istalinista própriu no ndh’isco. Pro istudiare s’istória de sa Sardigna no mi so frimmadu a sos líbberos suos, no solu pro “la questione sarda” ma de sas chistiones sardas, e chentza mai pessare a un’esame pro mi laureare (antzis, meda bortas mi est capitadu de m’idere in su sonnu chi mi depo ancora preparare esames pro mi laureare! Ma fintzas chentza sonniare… tenzo bisonzu de istudiare). A donzi modu de Sotgiu ndhe tenzo un’ammentu bonu e de aprétziu. Ma pro sa Gàbbia nono! E, a parte tantu àteru, un’iscóbiu bi fit in su líbberu de G. Procacci, chi depiat èssere italianu ma no sardu (sos Sardos a muntone sunt «sardi e italiani» che a su carpesce): Procacci faedhaiat totu de sos Italianos!!! De Sardos mancu s’umbra! Fossis pro isse sos Sardos fimus “fora de iscuadra”, e no incuadrados che in sos líbberos de istória “in adozione” in totu sas iscolas del Regno, del Regime e della Repubblica, ue si de Sardos e Sardigna bi ponent carchi ascruzighedha, fintzas solu su númene chentza mancu ischire proite e candho pro nàrrere carchi cosa chi istória no est ma cosa fata a pessamentu, e sa cartina ca sa Sardigna puru ndh’essiat fora dae su pizu de s’abba de su mare, est fintzas cussa totu e sempre intro de sa Gabbia, prima che l’Italia fosse ca mancu su númene bi fit, ma pro nos imparare, a nois e fintzas a sos Italianos, chi sos Sardos semus… nudha, nemos, in nedhue giai ab aeterno, chi unu populu sardu e natzione non esiste, non c’è. Sa sola esisténtzia noll’at dada l’Italia, monarchica fascista democratica. E affannapoli (o vaffa?) a sa demogratzia. Tenet sensu solu sa giungla, cun re Leone e ministros sos isciacallos e tigres coment’e comitato di affari.
    E, no balla, Professor Sotgiu, fora de iscuadra fizis bois! (como nono)
    Ca de Gerolamo Sotgiu ammento totu sa contrariedade sua contr’a sa leze de initziativa populare pro sa limba sarda e su bilinguismu, cun artículos contr’a Prof. Antoni Sanna, tandho docente de linguística sarda: sa gherra pro ndh’essire o abbarrare intro de sa Gabbia.
    Ma candho imparamus sos Sardos a la finire de fàghere a fizos de massimo d’Azeglio e a si mòvere cun libbertade e responsabbilidade? Ite ispetamus, chi sa Sardigna essat unu desertu de zente? Lis bastat sa “etichetta” o su “distintivu” in petorras, o in sas peràulas, ma no zughent ogros pro abbaidare comente semus andhendhe de male in peus fintzas si, como, inb Sardigna puru che at criaduras chi naschint cun su smarth in manu ma parent fizos de nemos e ponindhe sos pes caminendhe in vattelapesca o in nedhue?
    Ant mai fatu contu in cantas maladias sos Sardos semus “al top”, tenimus su “record”, cun d-una populatzione sempre prus impoverida de zente, malàida e imbetzada chi no si ndhe agatat unu mancu pro amministrare bidhas mannas? Candho est chi ndh’essimus de sa pulìtiga istúpida, cretina, chi amus imparadu de sa ‘democratzia’ italiana?

  • ho letto prima l’articolo incriminato, e successivamente la risposta scomposta del Lecis e posso garantire che raramente ho mai provato tanto disagio….. si percepisce una tale carica di violenza verbale, di irritazione e volontà gratuitamente offensiva (in alcun modo giustificabile dalle parole usate da Maninchedda in quel suo articolo) che la sola spiegazione plausibile può essere riassunta in un solo concetto….. il Criticato ha colto nel segno, e il Criticando ha perso la bussola e ha scritto di getto con il cervello offuscato dall’Odio……..semplicemente disarmante se si pensa a quanta povertà di pensiero può trasparire quando si perde il proprio autocontrollo ….

  • Benedetto Sechi says:

    A sinistra (area politica e culturale nella quale mi riconosco), non abbiamo mai voluto fare i conti seriamente con il diritto di un popolo all’autodeterminazione, all’autogoverno, a meno che non fossero di un altro continente, mai in Italia. Eppure, nel novecento, non mancano le riflessioni di autorevoli intellettuali e politici italiani esempi, che hanno cercato di dare una lettura anche da sinistra su questo tema. Senza scomodare il pensiero gramsciano o Lussu, riflessioni importanti in Sardegna vennero la Laconi, Cardia, tutti “politicamente” emarginati, ma con una visione dell’autonomismo autentico. Ci provammo con forza anche a sinistra del PCI. Negli anni settanta fondammo Democrazia Proletaria Sarda, partito nazionalitario di classe, ma affondato nel marasma degli anni del terrorismo. Ora è giunto il tempo di fare una seria riflessione a sinistra, quella larga plurale, che sa guardare al futuro, avendo il coraggio di rivisitare il modello di stato, che mi pare non stia benissimo in salute. Quello italiano nasce artificiosamente, con mille problemi irrisolti, anzi aggravando lo stato di sviluppo di molte sue aree: la Questione Meridionale, la Questione Sarda. E’ possibile, allora, pensare ad uno stato autenticamente federale? Dove la Sardegna si assuma le sue responsabilità e smetta di essere al soldo di interessi, politici, culturali e sociali che ci mettono sempre in secondo piano? Non mi lego alle formule ideologiche: indipendentismo, autonomismo, federalismo vanno riempiti di contenuti, guardando al mondo globale, all’Europa dei Popoli. I sardi, i catalani, non solo solo delle minoranze etnico-linguistiche, ma popoli con storia, cultura riconoscibili che arricchiscono il mondo globalizzato. Facciamola questa discussione a sinistra, una volta per tutte, Oppure rassegniamoci al nuovo sovranismo italiota, sposato da Solinas dal questo PSd’Az.

  • Giulio Ladu says:

    Ti lego semper cun piaghere a manzanu kitho, ka ando a triballare prus alligru. Custu Lecis est fintzas simpaticu. Po cumprender it’est s’idea de sos comunistas bastat a andare a si legher su ki at iscritu unu segretariu de federazione de su PCI cando si collian sas firmas po sa proposta de leze supra sa limba sarda, e non kerzo kistionare de De Mita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi usare questi tag HTML e i relativi attributi:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>