Da “The young Pope” agli errori giudiziari, dai linciaggi di stampa a Napalm 51

23 ottobre 2016 09:530 commentiViews: 698

57331_ppldi Paolo Maninchedda

Il Vangelo di oggi agita tanti fantasmi civili, scuote alle fondamenta l’ipocrita cultura italiana in cui, ahimé, siamo cresciuti. Ne riporto il testo:

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» Lc 18,9-14.

Verremo giudicati, questo è il primo punto. E già su questo ci sarebbe da ridire. L’uomo non ha sempre pensato di essere giudicato al termine della sua vita. Anzi, per un lungo periodo ha ritenuto che la vita non fosse sua davvero, ma che in realtà si trattasse di un copione scritto da altri di cui ciascuno è solo un interprete, come può esserlo un bravo e convincente attore. Come si sarebbe potuto giudicare un attore per aver interpretato un copione non scelto? Certi studi sul cervello e sul patrimonio genetico di ciascuno inducono a pensare che i copioni esistano. Ne sarà soddisfatto Lutero, che potrebbe vedere nel DNA della santità il segno della predilezione divina a dispetto del DNA comune, quello da sbarco, che non porterebbe i segni della Grazia. Fatto è che il Vangelo di oggi sembra indicare una predilezione divina per il DNA da sbarco, quello che porta a essere ingiusti e adulteri ma che induce anche a una richiesta di compimento e di perdono che risulterebbe essere una grande occasione per salvarsi. Ecco, in questo spazio equivoco quanto inevitabile è stata costruita l’Italia: pecca fortemente ma credi più intensamente. A leggere molte biografie sembra proprio che funzioni così, cioè che chi ha creduto fortemente sia riuscito a smettere di peccare. Bisognerebbe provare, avendone il tempo: sa vida che colat che raiu in s’istiu! Ma proprio la storia insegna che non la pena ma il perdono hanno educato a non peccare. E qui gli Stati vanno a gambe all’aria. Tutti gli Stati – e non può essere diversamente – credono nel valore riabilitativo della pena. Ma io sono stato in un carcere e ho sentito gli ergastolani dire che per loro lo Stato ha sentenziato che la pena non è riabilitativa. E d’altra parte, che fare con i serial killer? Che fare con i grandi boss della mafia? Che fare con i grandi delinquenti della finanza? Insomma, sembra proprio che Montale avesse ragione, si naviga a vista: «Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
Ovviamente, tutti quelli che fanno una fatica immensa per essere retti, per non rubare, per non tradire, per non essere ingiusti, si adirano da morire a vedere che i loro sforzi sono causa di dannazione anziché di salvezza e chiedono che l’onestà, la santità, la lotta costante contro il male venga un po’ apprezzata, che ci sia un piccolo merito riconosciuto anche ai normali che non rubano, non tradiscono, non commettono cose ingiuste.
E come dar loro torto?
Sono gli “onesti quotidiani” che reggono la baracca, che fanno andare avanti lo Stato, la scuola, la famiglia; gli eroi pubblici, che in nome delle loro gesta a vantaggio di tutti chiedono esenzioni di regolarità e di onestà sono dei grandi costruttori di alibi per sé stessi e per gli altri.
Tuttavia anche gli “onesti quotidiani” hanno le loro gatte da pelare, perché resi forti dalla loro onestà diventano giudici implacabili dei ladri, degli adulteri e degli ingiusti.
Sono questi quelli che in ogni tempo, in ragione del fatto che non hanno mai sparlato di nessuno, hanno sempre pagato le tasse, non hanno mai tradito il coniuge né in opere né in pensieri, vogliono la pelle di tutti coloro che essi pensano siano invece devianti di varia taglia. Ecco perché gli “onesti quotidiani” sono spesso gli artefici di linciaggi morali indecenti, di punizioni esemplari, di richiami all’ordine.
La piccola borghesia italiana ha formato i bambini sul libro Cuore e gli adulti sul rancore.
Oggi internet, Facebook ecc. creano le migliori condizioni per questa rancorosa guerra civile, che vive di tribù, di gente che si riconosce e si iscrive sempre dalla parte giusta che è quella che dà la colpa agli altri, che insinua continuamente, che immagina complotti, crea teoremi, distrugge esistenze. Napalm 51, il nuovo personaggio di Crozza, è un paradigma di come si cresca nutriti da certezza della propria onestà e da rancore verso il mondo ingiusto e crudele che vuole fregare tutti.
The young Pope di Sorrentino è un capolavoro della superficialità rancorosa tutta italiana. Jude Law è Alberto Sordi di Un borghese piccolo piccolo divenuto Papa dopo la morte del figlio. Avevo avuto una strana sensazione di primitivismo già guardando La grande bellezza. Sorrentino non sa che cosa sia la sintassi, l’unione di parti in un discorso sensato. Il suo discorso è una giustapposizione di quadri, è uno specchio rotto e forse è bene che sia così, perché è bene che si rappresenti il fatto che l’Italia non sa dove sta andando, non sa cosa dire, riesce solo a fare fotografie che poi monta in un album secondo un ordine non razionale, nel senso che potrebbe essere alterato e ricomposto con risultati di senso opposto, senza perdere di bellezza. Tuttavia, nel giovane Papa, il file rouge è un’ipotesi sul potere tutta negativa, tutta superficiale, tutta luoghi comuni, tutta frammentata e illogica, tutta acconciata, però, con un make up straordinario che accredita come Buono il Bello. E qui Sorrentino è un buon esempio per il Vangelo di oggi, per la sua inattualità: Gesù non contemplava un nesso tra l’estetica e la moralità. Invece oggi le griffe fanno il Bene; ciò che è griffato è legittimo, ciò che è bello ed elegante è giusto. San Tommaso non aveva capito che ritenere il Bonum (il Bene)  e il Pulchrum (il Bello) attributi di Dio avrebbe portato Dolce e Gabbana a divenire, senza proferire parola, nuovi mastri di morale.
A fronte di tutto questo, ci sono poi i giudici terreni, che spesso sbagliano ma che sono tanto potenti da indurre a non far parlare dei loro errori. Qualche giorno fa è accaduta una cosa che mi ha fatto riflettere. Appena nominato assessore mi sono trovato di fronte il dottor Ettore Incalza, capo della struttura di missione del Ministero delle Infrastrutture. Ministro era allora Maurizio Lupi. Io ebbi uno scontro durissimo con Incalza, perché ritenevo (e ritengo) che fosse un vero nemico della Sardegna, fortemente impegnato a impedire che le grandi infrastrutture dell’isola trovassero copertura nelle risorse dello Stato italiano che lui invece riteneva dovessero andare alle grandi opere dei valichi, della linea ferroviaria Milano Roma ecc. ecc. Arrivai al punto di non sedermi al suo fianco e stavo predisponendo un atto contro di lui perché ci aveva comunicato via mail la correzione di un documento che poi aveva lasciato invariato con grave pregiudizio per la Sardegna. Fatto è che poco dopo l’ingegner Incalza venne arrestato, passò 19 giorni in carcere e due mesi ai domiciliari. Maurizio Lupi si dimise da ministro, pur non essendo indagato, perché Palazzo Chigi parlò di disagio per un Rolex regalato da un costruttore al figlio del ministro. L’accusa per tutti era di associazione a delinquere più tanti altri reati. Che cosa è accaduto di nuovo? È accaduto che il Gip di Firenze Antonio Pezzutti ha archiviato l’accusa di associazione a delinquere per infondatezza delle notizie di reato.  Il costruttore è risultato essere amico di famiglia ben prima dell’avvento di Lupi al Ministero.
Altra notizia: il somalo che ha passato 19 anni in galera per l’omicidio di Ilaria Alpi è risultato innocente, dopo una controversa vicenda giudiziaria, ma non grazie ai nostri sistemi investigativi, ma grazie alla trasmissione Chi l’ha visto che ha rintracciato all’estero il testimone che lo aveva accusato, il quale ha dichiarato di averlo fatto perché gli era stato chiesto dalle autorità italiane.
All’episodio del somalo è stato dato grande rilievo, all’inchiesta sgonfiata sul caso Incalza, neanche un po’. La borghesia italica non gradisce di chiedere scusa a un ex potente.
Mi spiace dirlo, ma molta magistratura italiana  tragicamente giustizialista e superficiale, usa il carcere con una facilità degna di miglior causa, affida al processo la cura del dettaglio che durante le indagini invece è un optional, e tutto perché? Perché la magistratura italiana è figlia della piccola borghesia del rancore, del sospetto prima di tutto, della gogna pubblica come rito di purificazione come un tempo erano i roghi e le forche. E so di rischiare a dire queste cose, ma è l’unica forma di difesa da apparati che sanno tutto di tutti e rispetto ai quali si ha la sola difesa di sperare nel buon senso e in un cambio di orizzonte culturale che occorre veramente costruire. Lo faccio oggi che è la domenica in cui ci viene suggerito di non trarre facili conclusioni da giudizi sommari.

 

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