Cosa siamo e cosa non siamo

21 gennaio 2017 09:210 commentiViews: 600

di Paolo Maninchedda
Se c’è una poesia che rende bene il crollo di ogni certezza che il Novecento derivò dall’aver assistito a guerre, stragi, tirannidi e odi inestinguibili, è “Non chiederci la parola” di Montale. Gli ultimi versi sono i più celebri: «Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Sembrano parole arrendevoli, ma sono semplicemente realistiche. A volte è già molto sapere ciò che non si vuole e non si vuole essere.
Tra le cose che qualsiasi europeo con un po’ di memoria non può volere vi sono i nazionalismi con i loro parenti stretti: isolazionismo, razzismo, totalitarismo, dogmatismo e bellicismo.
Ieri il presidente americano ha portato al potere la vecchia destra euro-americana, forse un po’ più caciarona di quella inglese o francese, ma pur sempre quella maledetta destra che ha sempre portato l’Occidente alla guerra.
Noi sardi siamo dentro un secolare scenario bellico. Noi siamo una vecchia terra di mezzo mediterranea, un luogo di contatto e di transito che si trasforma in confine nei momenti di tensione tra l’Europa e l’Africa.
Noi dobbiamo stare molto attenti a ogni minima variazione degli scenari internazionali.
Oggi “Il Sole 24 ore” riporta la frase guida del discorso di Trump: compra e assumi americano. È un mix di protezionismo doganale e di orgoglio nazionale. Si promette un incremento di ricchezza grazie a una chiusura. Vedremo che non sarà così, cioè che mai una ricchezza stabile è nata da una chiusura, mentre è acclarato che tante guerre sono nate da tante chiusure.
Sono sicurissimo che in Sardegna questa frase avrà un grande successo e verrà declinata in : “Compra e assumi sardo“. Anche in questo caso: parole pericolose e promesse facili.
Vediamo che cosa tutto questo comporta.
Primo punto: noi siamo un’isola che da secoli pretende di non restare isolata. Pur essendo uno dei posti più belli al mondo, il valore del Pil del nostro settore turistico è pari alla metà di quello italiano. Ci interessa o no aumentare le presenze in Sardegna, cioè che la Sardegna sia desiderata, ricercata e frequentata? Io penso di sì.
Esiste in Sardegna una grande tradizione di pensiero sull’abbattimento delle frontiere doganali. Tutte le isole del mondo si propongono alle terre continentali come luoghi di agevolazione fiscale e di qualità della vita, i trumpiani che cosa vorrebbero? Un luogo  chiuso, con alte barriere doganali, eserciti ai confini e miseria nei paesi?
Adesso poniamoci la domanda in positivo: come si può comprare sardo e assumere sardo senza chiudere la Sardegna? Potrà sembrare paradossale ma la risposta è: avendo i poteri sovrani per aprirla ai flussi delle persone e delle merci secondo i nostri interessi (e non in forma subordinata ai grandi hub italiani), per rafforzare la consapevolezza dei consumatori sulla qualità dei nostri prodotti e del nostro ambiente (quindi una misura culturale non doganale che è in grado di far valere di più ciò che produciamo e consumiamo), per consentire l’accumulazione di capitale (cioè per evitare che la pressione fiscale impedisca l’accumulazione di capitale necessaria a sostenere sia i cilci economici positivi che quelli negativi), per cambiare radicalmente il nostro sistema formativo dalle elementari all’università e renderlo più adatto alla cultura della responsabilità, della solidarietà e dell’efficienza.
L’indipendentismo democratico è apertura consapevole, è relazione, è europeismo maturo, è cultura, efficienza e solidarietà, è democrazia, ordine e partecipazione, è identità plurale nelle radici e pluralistica nelle pratiche culturali e istituzionali. Per tutte queste ragioni non ci piace Trump e nessuno dei suoi epigoni europei, italiani e locali.

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