Canapa e centrodestra: in Piemonte sì, in Sardegna no

Sulla coltivazione della canapa legale (la canapa sativa) in Sardegna scriverò nei prossimi giorni per dimostrare come solo qui possa accadere che un potere dello Stato si alzi la mattina e anziché occuparsi solo dei delinquenti, si occupa di tutti come se tutti fossero delinquenti.

Per il momento mi preme invece far notare ai consiglieri di Centrodestra (A noi!) della Sardegna, quelli con i quattro mori esibiti anche nelle mutande e puntualmente calati di fronte agli eredi del mascellone (A noi!), che mentre in Piemonte il centrodestra unito ha varato una disciplina di coltivazione e lavorazione della canapa legale (eccola qui), LEGGE CHE NON E’ STATA IMPUGNATA DAL GOVERNO (così togliamo tutti gli alibi), qui in Sardegna, una compagnia di giro di consiglieri regionali, anziché fare una legge stando in Consiglio regionale, gira la Sardegna a fare riunioni, a sentire opinioni, a dare pacchette sulle spalle, a raccogliere pareri e a prendere per i fondelli gli ingenui (Ahi noi!). La beffa è che i progetti di legge del consiglio regionale sardo (ecco qui il testo unificato delle proposte di maggioranza e opposizione) sono stati presentati in Consiglio (e mai trasformati in legge) prima dell’approvazione della legge piemontese; e dunque i sardi hanno iniziato e studiato e i piemontesi hanno fatto.

Il consigliere regionale è in Consiglio regionale per fare leggi, non per organizzare riunioni circensi in giro per la Sardegna mettendo in campo il giochino di raccogliere facile consenso perché si fa parlare la gente. Chi è maggioranza deve fare leggi, non chiacchierare intorno alla possibilità di fare leggi. La verità è dunque che in Piemonte Fratelli d’Italia e Lega non hanno fatto finta di non sapere che la canapa legale è diversa dalla marijuana come invece fanno in Parlamento a Roma, perché in Piemonte i soldi contano, si sa che quando sono onesti sono anche sudati e nessuno si fa prendere per il fondo dalle chiacchiere e dalle finte paure agitate per dominare i deboli.

Qui in Sardegna, Fratelli d’Italia e Lega non parlano ma frenano, e i sardisti chiacchierano e non fanno, chiagnono. Il risultato è che la regione d’Italia con il clima e i terreni più adatti a produrre coltivazioni di canapa legale e derivati di grande utilità per l’economia e per la persona, cioè la Sardegna, è costretta a vendere a prezzi irrisori la sua produzione a chi? Ma ovviamente ai grossisti e trasformatori piemontesi e liguri. Questa è la grande differenza: in Piemonte i soldi si fanno e si rispettano, qui i soldi si raccontano e si invidiano, si blocca tutto e non si produce ricchezza, per poi elemosinare dallo Stato italiano quattro spiccioli. Siamo all’ennesima replica de Su teraccu in giubba, nota commedia sull’onorevole Sochiedere Chiedetemi del collegio di Nonlavoratechenonserve. Le parole usate per prendere in giro la gente fanno l’alito cattivo e sporcano l’anima, ma non serve ricordarlo a chi si mette la cravatta per coprire la necrosi morale del muscolo cardiaco. Qui non è la Juventus che ha battuto il Cagliari; qui è l’intelligenza che ha battuto la stupidità.

0 commenti su “Canapa e centrodestra: in Piemonte sì, in Sardegna no

  • Questa è la differenza fra nord e sud qui sono sardisti che non capisco un cazzo in Piemonte sono leghisti che vogliono il bene delle loro aziende e dell’economia della regione per non parlare degli organi di controllo che fanno di tutto affinché non diano hai produttori quanto spetta con una sorta di odio, e pensare che dei 150 milioni che spetta all agricoltura 80 vanno agli organi di controllo paghiamo anche il servizio veterinario che sarebbe dovuto Alà ASL

  • Ma invece, a riguardo della solerte campagna di controllo e sequestro che viene fatta ai danni di coltivazioni legali cosa ci dice? Perché c’è questa morbosa necessità di scovare l’illecito anche quando questo non vi è, mentre i soliti noti continuano nei loro reati ambientali (rifiuti, incendi), venatori e chi più ne ha ne metta? Perché c’è una cospicua maggioranza di sardi che si attiene alle regole e che subisce i comportamenti di una salda minoranza di incivili, barbari che controllano il territorio?

  • Ecco si ci spieghi meglio. Io ho letto che l’unico istituto chimico farmaceutico autorizzato a produrre cannabis per la terapia del dolore è a Firenze sotto controllo dell’esercito. So per certo che funziona perché conosco una persona che lo prendeva per una malattia terribile come la sindrome di Marfan è una mia cara amica contrastava il malessere post chemio Rossa purché non trattata e in tisana. Basta demonizzazioni è una pianta efficace dal punto di vista terapeutico

  • Canapa e dintorni
    Il sistema agricolo nel suo complesso risulta senza dubbio uno dei settori economici nei quali si può leggere la politica Comunitaria espressa ai suoi massimi livelli. Regole uguali in tutti gli stati membri.
    I regolamenti comunitari denotano nei loro schemi regole precise che una volta calate nei territori dell’Unione difficilmente generano dubbi o necessitano di interpretazioni.
    Nel caso specifico della canapa, i regolamenti comunitari disciplinano in particolare le prerogative che deve possedere la canapa inserita nell’ordinamento colturale aziendale per l’ammissione ai regimi di aiuto.
    Va detto che l’ambito legislativo italiano – con la promulgazione della LEGGE 2 dicembre 2016 , n. 242 – pare su questa stessa linea, emanando un provvedimento snello, di dieci articoli, peraltro con invito all’art. 8 alle Istituzioni pubbliche, tra le quali le Regioni, per “promuovere azioni di formazione in favore di coloro che operano nella filiera della canapa […]”.
    L’articolo 2 della Legge è inoltre estremamente esplicito nel comma 1: La coltivazione delle varietà di canapa […] di cui ad apposito elenco […] é consentita senza necessità di autorizzazione.
    Vi sono due veti ben specificati dalla norma:
    – la verifica delle quantità di principio attivo THC nella coltura (lo Stato ha sempre a cuore che non ci diamo troppo alle distrazioni extra monopolio);
    – la verifica che le quantità eventualmente impiegate per produrre energia non eccedano quelle necessarie alla produzione di energia esclusivamente per i consumi aziendali.

    La legge regionale, piemontese o sarda, ha motivo d’essere? Qui le mie competenze giuridiche mostrano le proprie lacune.
    Sicuramente va incentivato uno studio sulle possibilità di accoglimento della canapa da parte dei mercati.
    Sicuramente va stimolata la ricerca: quali varietà più idonee ai substrati agrari ed al clima isolani.
    Sicuramente va sempre incentivala l’aggregazione dell’offerta e l’operatività secondo un’ottica di filiera.
    Sicuramente vanno tutelati i produttori agricoli che spesso si ritrovano in azienda personaggi – sempre continentali (mi piace usare questo termine) – che propongono soluzioni per diventare ricchi coltivando ad esempio banane in serra o promuovendo la coltivazione della paulownia, una pianta di origine cinese la cui coltivazione viene proposta come un investimento molto redditizio ma è ovviamente una proposta accompagnata dalla vendita delle piante.
    Tornando al testo licenziato dalla Quinta Commissione agricoltura del Consiglio Regionale della Sardegna, si evince con forza la volontà del legislatore di rendere complesso ciò che complesso non è.
    Mi colpisce in particolare l’obbligo di comunicazione di dati che sono già presenti nell’anagrafe nazionale delle aziende agricole – il fascicolo aziendale, questo sconosciuto – e quindi l’ulteriore aggravio di competenze per uffici che già soffrono di ataviche carenze d’organico.
    Inoltre, se la norma nazionale autorizza gli agricoltori a coltivare canapa con gli unici veti citati, non si comprende quest’esigenza di mappare una coltura annuale. Peraltro con dati già presenti nelle Banche dati del settore.
    Fa riflettere anche il fatto che l’attività di marketing, propedeutica ad ogni tipo di progetto e ad ogni settore, sia appena accennata nell’art. 2, comma 2 b) m). A chi daremo tutta la canapa che vorremmo coltivare?
    Ciò che è importante evidenziare pare la contribuzione pubblica in conto capitale per tutti, dal produttore al trasformatore ed al ricercatore. E già, per stare in tema, stiamo drogando il settore.

  • Sa veridade est chi in Sardigna seus de unu bellu pagu (si est pagu prus de duos séculos!) «una manica di balordi» a trivas de pare «maggioranza» e «opposizione» ifatu de chie nosi at pigau a dónnia logu cun “orgoglio alle stelle” de sos canes suta sa mesa de totu sos colores e mannària (de su machine e torracontu personale in númene de carchi ideale chentza ischire mancu chie semus e inue zughimus sos pes, solu cun sa conca apicada a su Corru mannu de sa Furca tricolore).
    Si no l’amus bidu ancora semus nàschidos custu manzanu e mancu chito, mortos de sonnu.

  • Questa questione, ricorda moltissimo il periodo in cui i piemontesi, quelli del regno di Sardegna, ritardardavano volutamente l’ingresso del grano prodotto nell’isola, che maturava prima ed era di gran lunga piu’ ricercato di quello prodotto nelle valli del nord, con gli stessi identici e conseguenti sviluppi di natura commerciale a nostro danno! La storia quando la si ignora, e’ capaccissima di ripresentarsi con altre vesti e di farci ripagare un conto gia’ ampiamente saldato. AhiNoi!

  • La verità è che abbiamo votato una manica di balordi, sia in maggioranza che in opposizione. Non hanno il senso del loro ruolo, non studiano, non conoscono l’abc della politica. Pensano solamente ( gli uni a piazzare amici ed amici degli amici) e gli altri a prendere qualche briciola che gli buttano così. La cosa che li unisce è solo lo stipendio lauto e il Bar.
    Alla faccia del Popolo Sardo.

  • Denunciare ancora la inettitudine di questi è come sparare alla croce rossa.
    Sullo specifico argomento, ritiene che la Regione Sardegna possa legiferare sulla coltivazione e trasformazione della Canapa?
    Senza alcuna certezza sul punto, sembra che la disciplina venga fatta ricadere fra le materie (giusto per il prodotto che ne ricavato è non per l’attività) di sanità e pubblica sicurezza che sarebbero di competenza esclusiva dello Stato.
    Il caso Piemonte sembra aprire un varco, o forse è un cortocircuito, nel riparto delle competenze.

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