Buffonate commissariali di corte

Il Decreto semplificazioni si compone di ben (se ho contato bene ieri) 48 articoli, quasi cento pagine.
Per semplificare in Italia bisogna complicare. Parla di tutto e di più, perché in Italia quando c’è una decretazione d’urgenza ci si infila anche la disciplina del condensato di ortica.
Si sa da anni ciò che l’Italia dovrebbe fare, basterebbe leggere gli studi preparati dal Ministero della Funzione Pubblica, ma al momento di farlo, li si dimentica e si preferisce l’illusionismo al riformismo.

E così, per la Sardegna, il premier meringato ha dichiarato che con qualche commissariamento lui avrebbe risolto la sete dell’isola. Solo a leggere stupidaggini così banali vien voglia di predisporre un colpo di piatto a rialzare, corrisposto ex abrupto alla congiunzione presidenziale posteriore tra arti e tronco.
Cominciamo dalle dighe.

Chi chiese di avere poteri commissariali per intervenire su alcune dighe della Sardegna, destinatarie di importanti finanziamenti incagliati nella mostruosa legislazione italica di settore?
Con certezza li chiese la Regione Sardegna sotto la Giunta Pigliaru e con altrettanta sicurezza si può affermare che li negò il Governo italiano (ricordo ancora l’odore di muffa delle sale d’attesa di Palazzo Chigi). Occorre forse ricordare che a guidare Italia Sicura, la struttura per il dissesto idrogeologico italiano, sotto il Principato Renzi venne chiamato, non un illuminato burocrate, non un manager, ma un aggressivo giornalista (con il quale stavamo per arrivare alle mani in un bar perché pretendeva di parlare di cose serie mangiando un panino al tonno!).

Chi chiese veri poteri commissariali per aggiustare lo sfascio realizzato dalla Protezione civile alla Maddalena con i lavori per il G8? Con certezza la Regione Sardegna sotto la Giunta Pigliaru. E con altrettanta sicurezza si può affermare che li negò il Governo italiano (ricordo ancora la compostezza immobile della trinità in solio ipostatizzata dalla Boschi, dal Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal capo della Protezione Civile, cui ci contrapponemmo in formazione sardomastrucata io, Balzarini e De Martini.

Ora dunque accade questo, in sintesi.
La Regione ha sempre chiesto allo Stato poteri commissariali per le opere la cui realizzazione era dolosamente ritardata dallo Stato (ma anche da alcuni Consorzi di Bonifica ancora non bonificati dall’incapacità e dal buon senso. Mi dicono ora che uno dei più sgangherati si accinge a fare un solido piano di assunzioni a saldo elettorale. Ottimo. Perfetto!).
Lo Stato non ha mai modificato il suo quadro normativo e la sua volontà politica di non nominare commissari. Ora ha deciso di farlo per una parte, e rappresenta alla Sardegna i commissariamenti come la risposta all’inefficienza sarda.
Perfide facce bipartite!

Questi chiapparoli governativi ricreano il mercato delle prebende commissariali, degli incarichi politici per sbloccare ciò che la politica produce, indicando il modello Genova come supremo traguardo (e bisognerà pure ragionare sul fatto che si siano spesi 202 milioni di euro per un ponte di 1.100 metri, con costi a metro quadro quasi doppi rispetto a quelli di mercato).

Ora la bellezza è che quando la Regione ha proposto a suo tempo i commissari, immaginava di individuarli tra i dirigenti e i funzionari regionali. Invece qui ritorna l’antico brivido, l’intesa sui nomi, anche esterni, dei commissari tra Presidente del Consiglio e Presidente della Regione. Si riapre il mercato, signore e signori, nove posti potenzialmente a 100.000 euro l’anno. Una boccata d’ossigeno insperata per la coesione ideologica e morale della maggioranza. Qui siamo a livello bacchico e quindi ci fermiamo. Dopo c’è il bivio tra l’inferno e l’oblio, quest’ultimo prediletto da alcuni giornalisti senza voglia e senza memoria.

One thought on “Buffonate commissariali di corte

  • Franco Sardi says:

    Per la serie, chi ha causato il danno ora si da li strumento per coprirlo. Che tristezza, ci hanno scippato anche il termine “sovranismo” per farne una macchietta. Quando va bene

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