C’è una differenza tra parlare della guerra e sapere che cosa sia la guerra. La prima cosa riesce a tutti, specialmente a quelli che non hanno mai sentito un’esplosione se non alla televisione. La seconda richiede esperienza, conoscenza, coraggio e, soprattutto, rispetto per la verità.
A Cagliari, alla Fondazione di Sardegna, si sta svolgendo un ciclo di incontri intitolato Conoscere l’Ucraina. Storia, propaganda e guerra, organizzato dall’Associazione OCI Volontariato e da Liberi Oltre le Illusioni, con il patrocinio e il contributo della Fondazione di Sardegna e il patrocinio del Comune di Cagliari e della Regione Sardegna.
È una delle iniziative pubbliche più intelligenti e serie che siano state organizzate in Sardegna sulla guerra in Ucraina.
Le prime due giornate, dedicate rispettivamente alla storia, alla lingua e alla letteratura ucraine e alla guerra combattuta attraverso la propaganda e la manipolazione delle informazioni, hanno mostrato che si può parlare di una tragedia immensa senza trasformarla in uno spettacolo, senza scadere nella retorica e, soprattutto, senza concedere alla menzogna la dignità di un’opinione.
La competenza dei relatori, storici, giornalisti, analisti internazionali ed esperti, ha tenuto alta l’attenzione di un pubblico numeroso per incontri lunghi due ore e mezzo. Non è poco, in tempi nei quali si pretende di spiegare la storia del mondo con trenta secondi di video e una faccia sufficientemente indignata.
Ma la giornata più importante potrebbe essere proprio l’ultima.
Venerdì 9 ottobre, dalle 17 alle 19.30, nella sede della Fondazione di Sardegna, in via San Salvatore da Horta 2 a Cagliari, si parlerà di «Come si vive la guerra».
Il programma prevede testimonianze dirette, diritto internazionale e racconti dal fronte.
È qui che la questione cambia natura.
Perché la guerra raccontata da chi la vive non è quella delle cartine geografiche sulle quali si spostano frecce colorate, né quella delle dichiarazioni diplomatiche, né quella dei propagandisti che giustificano la distruzione delle città con qualche ragionamento sulla geopolitica.
È la guerra delle persone. Di chi deve decidere se scappare o restare, di chi perde la casa, di chi vive sapendo che una notte potrebbe non avere un mattino. Di chi scopre che la propria libertà, considerata fino al giorno prima una condizione naturale dell’esistenza, è diventata una cosa per la quale si può morire.
La propaganda ha bisogno di cancellare le persone per poter giustificare la violenza. Le riduce a numeri, a etnie, a interessi strategici, a pedine di un gioco che qualcuno pretende di governare dall’alto.
Le testimonianze dirette fanno esattamente il contrario: restituiscono un volto e una voce a ciò che la propaganda vorrebbe rendere astratto.
Non occorre essere esperti di politica internazionale per capire che l’invasione di uno Stato sovrano non è una controversia tra condomini. E non occorre essere militanti di alcunché per riconoscere che un popolo aggredito ha diritto a difendersi.
Occorre, semmai, conservare la capacità di distinguere le responsabilità, senza rifugiarsi in quella falsa equidistanza che finisce sempre per favorire il più forte.
Venerdì vale la pena esserci. Non per partecipare a una manifestazione di appartenenza, ma per ascoltare. Perché la conoscenza è il primo antidoto alla propaganda e ascoltare chi vive una guerra è uno dei pochi modi rimasti per sottrarla alle chiacchiere di chi la usa.

E’ curioso leggere certi commenti, spesso e non volentieri, sui social, sui blog, sui giornali riguardo le lobby. A leggere un pò tutti in Italia hanno o partecipano ad una lobby, tranne chi scrive. E con ciò, a scanso di equivoci, non sto né confutando né acclarando il pensiero di sergio caredda.
Ma per favore, signor Caredda, la gente va dove si trovano le migliori condizioni, e la sede della Fondazione è tra le più attrezzate di Cagliari e viene data gratuitamente. Tutto qui. Quanto alla lobby, se ha certezza della sua esistenza e della sua attività, la combatta a viso aperto, in modo da dare modo anche a noi di aprire gli occhi, nel caso.
Peccato che su un tema così necessario la sede sia davvero poco credibile, un castello della lobby per parlare seriamente di Ucraina? Ma anche no, soprattutto conoscendo chi c’è dentro quelle mura e cosa sta facendo a scapito della Sardegna. L’Università sarebbe stata davvero più auterevole e credibile come sede. Ma non la Fondazione Sardegna.
Domani sera ci sarò, il tema è troppo importante per non esserci