Politica

Tagliagambe: una replica necessaria a un’accusa infondata

struzzodi Silvano Tagliagambe

Aglio e cipolle e cipolle per aglio
Adriano Bomboi sulla rubrica ‘L’Opinione’ del 3 agosto, che purtroppo ho avuto modo di vedere solo oggi, critica il mio articolo sull’esigenza di un nuovo paradigma per la cultura del lavoro, pubblicato in questo magazine, ricostruendo nel modo seguente le mie posizioni:

“Tagliagambe ricorda che Eurofound (agenzia UE dedita allo studio delle condizioni del lavoro) considera i costi sociali ed economici dei Neet (cioè quella fascia di soggetti che non studia e non lavora), e dice che sulla base della stessa linea in Sardegna andrebbe considerato il vuoto economico prodotto da chi non studia e non lavora. Perché, ad esempio, chi non è neppure occupato nella terra, tenderà a spostarsi in città e verso le zone costiere, contribuendo a spopolare le zone interne”.

Sulla base di questa sommaria ricostruzione egli formula il seguente giudizio: “In questi termini Tagliagambe dice che l’assistenza, per fermare questo processo, non sarebbe più impropria ma opportuna. Cioè diventerebbe giustificabile usare soldi pubblici per fermare lo spopolamento interno dell’isola e il suo conseguente deserto economico. Qualcuno mi corregga se sbaglio.

Ma se non sbaglio, siamo evidentemente al limite del buon senso, perché se i nostri intellettuali, dopo aver assistito a decenni di sperpero di denaro pubblico, insistono nella medesima direzione, è il segno che gli argomenti sono finiti e bisogna passare ad una ricetta liberale. Lo dico a malincuore perché stimo Tagliagambe, sono un suo lettore”.

Mi scusi Bomboi, ma se c’è qualcosa “al limite del buon senso” è farmi passare per un fautore dello sperpero del denaro pubblico, in quanto il mio intervento andava proprio nella direzione opposta e mi spiace se, evidentemente, non sono stato abbastanza chiaro nell’esporre la mia posizione.

Il tempo come risorsa
Mi corre allora l’obbligo di ricordare, per dissolvere questo fraintendimento, che da anni cerco di richiamare l’attenzione, in vari scritti e interventi pubblici, su alcune conseguenze in campo economico dell’apparato categoriale della teoria dei sistemi complessi, dal quale discende una valutazione, densa di implicazioni, circa la crescente importanza del tempo come “risorsa”. Questi sistemi sono infatti sensibili alle variazioni, anche di modesta entità, delle condizioni di partenza, al punto che un lieve “shock” all’inizio di essi è in grado di determinarne l’esito finale. Se invece un sistema di questo tipo, per un motivo qualsiasi, entra in un campo di attrazione che gli conferisce un più o meno elevato grado di stabilità, acquista una spinta tale da richiedere un’azione impegnativa per poterlo “ridirezionare”. Sotto il profilo economico ciò ha una conseguenza rilevante, che può essere espressa dicendo che un intervento pubblico efficace è molto spesso più una questione di “timing” ottimale, cioè di tempestività nell’effettuare e portare a compimento l’intervento medesimo e di determinazione del momento preciso in cui compierlo, che non di livello delle risorse investite. Ci sono modelli che mostrano efficacemente come interventi pubblici quantitativamente modesti in termini di risorse impiegate, ma realizzati al momento giusto, determinino risultati di gran lunga superiori a quelli di interventi ad alto contenuto di spesa, ma effettuati al momento sbagliato. La gestione del tempo è pertanto sempre più decisiva per il successo economico e sociale e anche per la prestazione economica. Sono dunque talmente nemico dello spreco delle risorse di tutti da considerare un delitto anche la perdita di tempo!

Le istituzioni e lo sviluppo
Questo è un primo modo per risparmiare denaro pubblico, anziché sperperarlo, senza per questo compromettere il successo e l’efficacia delle misure adottate. Ce ne sono anche altri, segnalati, ad esempio, da Douglass North nella sua opera del 1990 Institutions, Institutional Change and Economic Performance che pone al centro dell’attenzione il tema delle relazioni tra istituzioni e sviluppo e che gli è valsa il conferimento, nel 1993, del premio Nobel per l’economia.

In questo libro North sottolinea quanto sia importante e urgente ovviare alla mancanza di qualsiasi “tentativo riuscito di integrare, in modo significativo, i cambiamenti istituzionali sul lato della domanda all’analisi complessiva della crescita della produttività nel lungo termine. Questa mancanza non trae origine semplicemente dal fatto che la teoria economica classica ignora le istituzioni, ma anche dalle difficoltà che impediscono l’individuazione di dati o indicatori a livello macroeconomico per valutare l’impatto delle istituzioni. Infatti, una cosa è misurare l’impatto diretto di norme ambientali o regole amministrative sui costi di trasformazione o di produzione (di solito, l’incidenza non è elevata); altra cosa è valutare l’impatto indiretto in termini di aumento dell’incertezza e quindi di scelte non fatte. Non esiste alcun modo semplice per misurare il volume di prodotto perso in relazione al tempo impegnato, i costi e l’accresciuta incertezza che derivano da norme e regole che ormai disciplinano ogni aspetto della produzione e dello scambio. Si valutano soltanto i costi di transazione rispetto agli scambi effettivamente avvenuti e non il valore della produzione e degli scambi mai effettuati a causa di costi di transazione talmente elevati da precludere tali attività economiche.

Eppure non tener conto, a causa delle difficoltà di valutazione, di tali opportunità perse, significa trascurare un aspetto essenziale del processo di crescita economica” .

Il costo economico dei “né-né”
Come esempio significativo di queste opportunità lasciate per strada e del volume di prodotto perso per scelte non fatte, di cui parla North, nel mio articolo incriminato ho citato il calcolo dei costi economici dei NEET fatto non da un Pinco Pallino qualsiasi, ma da Eurofound, l’Agenzia dell’Unione europea che ha il compito di fornire i dati e le conoscenze per contribuire allo sviluppo delle politiche sociali e legate al lavoro. I numeri che ne risultano, per l’Italia, sono impressionanti: quello sostenuto dal nostro paese in seguito a questo fenomeno risulta infatti essere di gran lunga il costo totale annuo più elevato (32,6 miliardi di euro): in termini di percentuale del Pil questo significa per noi più del 2%.

La domanda che mi ponevo era allora la seguente: è politicamente, socialmente, culturalmente, moralmente ma anche economicamente sostenibile e giustificabile un simile sperpero di risorse umane che si traduce anche in uno spreco di possibili risorse economiche dell’entità segnalata da Eurofound? È questa la domanda che dovrebbe prendere in considerazione e alla quale dovrebbe rispondere Bomboi prima di accusarmi di fuoriuscire dai limiti del buon senso e di classificarmi tra i fautori della dissipazione del denaro pubblico.

Un secondo aspetto che North ha il merito di mettere in evidenza nella sua opera è la sempre maggiore consapevolezza che le teorie sul funzionamento dei sistemi economici e sociali e delle organizzazioni formali concorrono in misura certo non secondaria a determinarne le performance nella misura in cui riescono a “fissarsi” nelle aspettative degli agenti economici o sociali relativamente a eventi futuri che influenzano le loro decisioni correnti. Sono infatti proprio tali aspettative a determinare almeno in parte la performance corrente del sistema considerato.

Su queste basi il premio Nobel per l’economia sottolinea come per capire il processo di cambiamento occorra conoscere le credenze degli agenti sociali e il modo in cui evolvono. A questo proposito egli insiste spesso nell’indicare come una delle carenze fondamentali delle teorie economiche via via egemoni e anche attualmente correnti la sottovalutazione del ruolo delle idee nel compimento delle scelte, che ha avuto, a suo giudizio, conseguenze disastrose quando queste stesse teorie hanno cercato di affrontare in qualche modo il problema del cambiamento.

Per porsi nella maniera corretta di fronte a questo problema, secondo North, non si può fare a meno di un vocabolario teorico in cui compaiono termini come “credenza”, “desiderio” e simili. Egli ritiene cioè che questi elementi siano strumenti essenziali per descrivere e spiegare un comportamento, o, quanto meno, che il ricorso a essi si presenti come la strategia più efficace per raggruppare e organizzare i dati comportamentali di cui disponiamo. Di conseguenza, le attribuzioni dei relativi stati mentali andranno considerate come dei real patterns, cioè un qualcosa che delimita processi con un effettivo grado di validità e di realtà.

Una volta acquisito e fissato questo presupposto, North enuncia le seguenti cinque proposizioni sul cambiamento istituzionale, che costituiscono la struttura analitica da lui utilizzata per interpretare la storia politico-economica della seconda rivoluzione economica:

“1. La chiave del cambiamento istituzionale consiste nell’interazione continua tra istituzioni e organizzazioni nel contesto economico di scarsità, quindi di competizione.

2. La competizione costringe le organizzazioni, per sopravvivere, a investire costantemente in conoscenze.

3. Il quadro istituzionale determina quali tipi di conoscenza vengono percepiti come portatori dei rendimenti più elevati.

4. Dati la complessità dell’ambiente, i limitati flussi di ritorno delle informazioni sulle conseguenze delle azioni e il condizionamento culturale ereditato, sono i modelli mentali degli attori a determinare le percezioni.

5. Le economie di scopo, le complementarità e le esternalità di rete di una data matrice istituzionale, fanno sì che il cambiamento istituzionale sia quasi sempre incrementale e caratterizzato dalla dipendenza di percorso” . Particolarmente importante, ai fini del nostro discorso, è la quarta proposizione, che conferma e rafforza il ruolo determinante dei modelli mentali degli attori sociali, che sono di solito collegati a uno o più scopi, nella determinazioni dei loro modi di percepire la realtà. Questi modelli devono, ovviamente, evolvere per tenere conto del feedback delle nuove esperienze, che può corroborarli e rafforzarli, o falsificarli e indurre quindi a modificarli o sostituirli.

La path dependence
Può però succedere – sottolinea North – che questa capacità di rispondere all’azione degli input e dei segnali che la realtà ci trasmette venga meno e che il sistema, di conseguenza, diventi incapace di far fronte alle sempre nuove e mutevoli esigenze poste dal suo sviluppo e dalla sua crescita in un ambiente caratterizzato da una competizione via via più ampia e diffusa. Questa situazione di stallo e di incapacità di rinnovarsi può avere tra le sue cause l’ interesse delle organizzazioni politiche ed economiche, dei soggetti collettivi e individuali, soprattutto di quelli che sono in condizione di compiere scelte che influiscano e incidano effettivamente sulla situazione, a perpetuare il quadro esistente. Questo interesse fa emergere “stili di pensiero” e ideologie tendenti a far sembrare “razionale” la matrice istituzionale disponibile, distorcendo quindi le percezioni degli attori a favore di politiche concepite a vantaggio delle organizzazioni esistenti. E porta, soprattutto, a incorporare le regole, le norme, le convenzioni e le credenze, espresse da quegli “stili di pensiero”, in costituzioni, diritti di proprietà e vincoli informali i quali, a loro volta, influenzano i risultati economici. Questa “impalcatura” non solo restringe il numero delle scelte possibili in un dato momento, ma è all’origine di quella che gli informatici chiamano “path dependence” (dipendenza dal circuito”), espressione e concetto che ben si adatta anche alla situazione di cui stiamo parlando. Quando determinati soggetti, ad esempio degli imprenditori, cercano di cambiare un aspetto dei risultati economici, compiono delle scelte che sono vincolate non solo dalla tecnologia e dalle risorse disponibili, ma anche da questa impalcatura. Ne deriva che un effettivo cambiamento può essere innescato soltanto attraverso la critica radicale degli “stili” e delle ideologie che facciano, eventualmente, da ostacolo a esso, e attraverso la loro sostituzione con una nuova cultura e con una nuova etica.

Questo è il senso corretto da dare alla mia affermazione, così duramente contestata da Bomboi, che oggi ci troviamo, con tutta probabilità, di fronte a “un mutamento di prospettiva che comporta una diversa attribuzione di significato ai medesimi fenomeni rispetto alle teorie correnti ed egemoni”. L’esempio dei benefici anche economici di misure atte a stimolare e favorire un ritorno dei giovani all’agricoltura, o alla pastorizia e all’allevamento, per facilitarne l’ingresso nel mondo del lavoro (misure auspicate oggi, con una presa di posizione pubblica, anche dalla Copagri Sardegna), era stato proposto, come del resto ho scritto esplicitamente, proprio per illustrare sinteticamente ciò che intendevo parlando di questo mutamento di prospettiva.

A sostegno di questo orientamento è intervenuto, con la consueta lucidità e chiarezza, Pietro Ciarlo in un articolo dal titolo “Per l’ambiente e l’agricoltura indirizzi chiari e politiche efficaci”, pubblicato il 18 agosto u.s. su ‘Sardegna Soprattutto”. Eccone un passo particolarmente incisivo ed esplicito: “L’agroalimentare in Sardegna è una delle poche cose concrete, ma ha bisogno di politiche pubbliche efficaci. E’ in corso di elaborazione il Programma di sviluppo rurale 2014-2020. Per questo periodo spettano alla Sardegna 1.308 mln di euro, qualcosina in più dei 1284 del precedente periodo di programmazione, e in periodi di tagli non è poco. Comunque, in relazione agli abitanti, si tratta di quasi il 50% in più di quanto assegnato alle regioni ordinarie. E’ un’occasione da non perdere. La precedente amministrazione regionale non è riuscita a fare nulla di buono, bisogna cambiar passo. Innanzitutto ascoltare le realtà produttive. […] In questi giorni sono entrate in vigore le misure statali del pacchetto ‘campolibero’ contenute nel decreto competitività ormai definitivamente convertito in legge: tali misure sono in particolare indirizzate ad incentivare il lavoro giovanile in agricoltura e a favorire la commercializzazione dei prodotti, punto dolente del nostro agroalimentare. Ci sono risorse e spazi normativi per politiche pubbliche efficaci. Bisogna agirli”.

Questo è ciò di cui sono fermamente convinto anch’io e che intendevo sostenere con il mio intervento del 1° agosto pubblicato su queste colonne.