Per imparare a pensare e non solo a ripetere. Un nuovo paradigma per la cultura del lavoro.
Quanti sono i “né-né” in Sardegna?

1 agosto 2014 07:403 commentiViews: 848

nédi  Silvano Tagliagambe (così si capisce cosa si perde a non frequentarlo quotidianamente)
Una teoria non si aggiusta, si cambia
Vi è un accordo ormai consolidato tra i filosofi della scienza sul fatto che, quando una teoria può render conto di dati recalcitranti, cioè che non si accordano con i suoi schemi esplicativi e con le sue descrizioni e previsioni, solo mediante l’aggiunta ad hoc (vale a dire senza adeguate motivazioni) di nuovi termini e parametri, il miglior adattamento ai fatti che ne consegue non dovrebbe contare a suo favore. Queste aggiunte vengono spesso chiamate “ipotesi ad hoc”. L’esempio più noto di ipotesi di questo genere è l’inserimento degli epicicli e degli eccentrici nel sistema astronomico di Tolomeo, prova inconfutabile che l’accresciuta corrispondenza con i dati disponibili non compensa la perdita di semplicità. È stata proprio questa crescente perdita di semplicità a indurre a cambiare paradigma. In generale, tutta la fase di passaggio della concezione tolemaica alla concezione copernicana può infatti essere considerata una fase di competizione tra teorie che davano risultati pressoché equivalenti: solo che, mentre l’Universo di Tolomeo (con la Terra al centro) diventava sempre più complicato e aveva bisogno di aggiunte e modifiche a ripetizione (gli “epicicli”, appunto), l’Universo di Copernico (con il Sole al centro) nella versione di Keplero apparve ben presto essere il modello più semplice ed elegante per spiegare le medesime osservazioni.

Se trasferiamo questo insegnamento alla cultura del lavoro la lezione da trarne è che se le teorie economiche vigenti ed egemoni non riescono più ad assicurarne la disponibilità, e si limitano a motivarne l’assenza, con la conseguente, crescente distanza tra esigenze insopprimibili della società contemporanea e i modelli e gli strumenti teorici adottati per spiegarne la struttura e la dinamica, è venuto il momento, anche in questo caso, di cambiare paradigma.

In quale direzione? Sappiamo che l’economia ai suoi esordi come teoria scientifica ha mutuato dalla meccanica classica l’idea fondamentale che il mondo esterno possa essere definito come una serie di problemi, ognuno dei quali può essere risolto grazie all’applicazione di teoremi scientifici e di principi matematici. Da questo primo principio si fa discendere una serie di idee, che ne formano il corollario. La più rilevante è che le questioni di natura complessa, per essere convenientemente inquadrate e affrontate, devono essere analizzate, vale a dire suddivise in componenti e problemi parziali più semplici, ognuno dei quali può essere risolto separatamente, applicando, appunto, principi scientifici e idee matematiche. Risolvendo correttamente tutti i problemi parziali e integrando quindi fra loro le soluzioni ottenute, si può arrivare alla soluzione di problemi più vasti e di maggiore complessità. Uno dei pilastri di questo paradigma è il presupposto che le cause e gli effetti siano legati da leggi lineari che possono essere invertite nel tempo e che quindi consentano di ricostruire all’indietro le condizioni iniziali di un fenomeno opportunamente isolato. La ricerca delle cause, nell’approccio meccanicista, segue la procedura analitica che consente di scendere dal complesso al semplice con l’obiettivo, ancora una volta, di trovare a questo livello i determinanti dello stato del sistema analizzato. Lo schema esplicativo diventa così il risultato di assemblaggi punto a punto, di catene in cui la causa determina e spiega l’effetto senza alcuna possibilità per quest’ultimo di retroagire sulle condizioni che l’hanno prodotto.

Alla base di questo paradigma vi è dunque l’implicita separazione del mondo in tre parti: una prima parte che possiamo definire propriamente come l’oggetto (o il sistema) fisico da studiare, una seconda parte che è l’osservatore (che sovente assume le specie simultanee di apparato di misura e di soggetto pragmatico che applica le procedure sperimentali ed elabora le strutture teoriche) e una terza parte che costituisce il resto del mondo, quello che non incide e non influisce sul fenomeno o processo, che è oggetto di studio, e che quindi va considerato come una componente a sé stante e che può essere trascurata senza apprezzabili conseguenze sulla validità e sull’efficacia degli schemi descrittivi ed esplicativi adottati La variabilità delle relazioni fra questa componente e l’oggetto fisico identifica l’aspetto irriducibilmente contingente della descrizione proposta e viene formalizzata nelle cosiddette ‘condizioni iniziali o “al contorno’ del sistema in oggetto. La tripartizione consente la formulazione delle possibili variazioni temporali dell’oggetto (leggi scientifiche) in connessione con la scelta di differenti relazioni con il cosiddetto resto del mondo. È proprio grazie a essa che si possono postulare, in primo luogo, la ripetibilità temporale indefinita dell’intero insieme di relazioni fra l’oggetto e il resto del mondo e, in secondo luogo, l’irrilevanza delle relazioni spaziali fra una conveniente regione, quella in cui sono situati l’oggetto stesso e il suo ambiente locale, che la definiscono e la “ritagliano” per così dire, e il resto del mondo.

La realtà è un sistema di relazioni, non un magazzino di oggetti, di cause e di effetti
Questo paradigma, caratterizzato dalla convinzione di poter ridurre a determinanti semplici (e quindi a conoscenze incontrovertibili, in quanto relative a dati facilmente controllabili) la complessità in tutte le sue forme e manifestazioni è stato, indiscutibilmente, un potente fattore di progresso della cultura e della civiltà umana, determinando uno sviluppo spettacolare della conoscenze sulla realtà naturale e sociale. Oggi però esso mostra crepe sempre più significative e difficili da negare, dal momento che la ricerca scientifica, in tutte le sue manifestazioni ed espressioni, si trova sempre più spesso di fronte a problemi complessi irriducibili, controllati da reti di cause o addirittura da reti di reti di cause, e che proprio per questo non consentono di essere analizzati in termini di semplici catene causali.

Se prendiamo, ad esempio, la fisica, che ha costituito la disciplina scientifica di riferimento del paradigma fin qui analizzato, troviamo affermati, a proposito degli sviluppi determinati dallo studio del mondo microscopico, con la meccanica quantistica, ma anche dell’universo nel suo complesso, con la cosmologia quantistica, principi che provo a elencare, sintetizzandoli e ovviamente schematizzandoli proprio per dare almeno un’idea approssimativa della rivoluzione teorica in atto:

1. Le relazioni danno origine alla cose e non viceversa (118)

2. Lo spazio fisico è il tessuto risultante di una trama di relazioni. Le cose non abitano lo spazio, abitano l’una nei paraggi dell’altra e lo spazio è il tessuto delle loro relazioni di vicinanza (152-153);

3. Le cose cambiano solo in relazione l’una all’altra (159);

4. Per poter pensare il mondo è indispensabile una struttura concettuale di riferimento (184);

5. Il mondo è una rete di correlazioni e di reciproche informazioni tra sistemi fisici (211);

6. Un sistema fisico si manifesta sempre e soltanto interagendo con un altro. Quindi la descrizione di un sistema fisico è sempre data rispetto a un altro sistema fisico, quello con cui il primo interagisce. Qualunque descrizione dello stato di un sistema fisico, di conseguenza, è sempre una descrizione dell’informazione che un sistema fisico ha di un altro sistema fisico, cioè della correlazione fra sistemi;

7. Non esistono stati di cose che non siano, esplicitamente o implicitamente, riferiti a un altro sistema fisico. Per comprendere la realtà è necessario tener presente che ciò cui ci si riferisce, quando parliamo di essa, è strettamente legato a questa rete di relazioni, di informazione reciproca, che tesse il mondo. La rete non è fatta di oggetti. È un flusso continuo e continuamente variabile. In questa variabilità stabiliamo dei confini che ci permettono di parlare della realtà. Pensiamo a un’onda del mare. Dove finisce un’onda? Dove inizia un’onda? Chi può dirlo? Eppure le onde sono reali. Pensiamo alle montagne. Dove inizia una montagna? Dove finisce? Quanto continua sotto terra? Sono domande senza senso, perché un’onda o una montagna non sono oggetti in sé, sono modi che abbiamo di dividere il mondo per poterne parlare più facilmente. I loro confini sono arbitrari, convenzionali, di comodo. Sono modi di organizzare l’informazione di cui disponiamo o, per meglio dire, forme dell’informazione disponibile (220-221);

8. Sotto questo aspetto non c’è poi quindi tanta differenza tra la realtà fisica e la natura di un uomo, che non è data dalla sua conformazione fisica interna, ma dalla rete di interazioni personali, familiari e sociali in cui esiste. In quanto “uomini”, noi siamo ciò che gli altri conoscono di noi, ciò che noi stessi conosciamo di noi e ciò che gli altri conoscono di noi. Siamo complessi nodi in una ricchissima rete di reciproche informazioni (223);

9. Tutto questo non è una teoria. Sono tracce, sulle quali ci stiamo muovendo per cercare di comprendere di più del mondo intorno a noi (223).

I numeri tra parentesi dopo ogni singolo punto si riferiscono alle pagine di un bellissimo libro dal quale ho tratto questo elenco. Si tratta dell’opera di Carlo Rovelli, un fisico, creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica (dirige il gruppo di ricerca in questo campo dell’università di Aix-Marsiglia) che è tra i ricercatori più attenti alle implicazioni filosofiche dell’indagine scientifica. Il titolo dell’opera, pubblicata quest’anno dall’editore Raffaello Cortina, è tutto un programma: La realtà non è come ci appare.

Ognuno può misurare la distanza di questo secondo paradigma, di cui sono stati appena riassunti i principi ispiratori e i cardini, rispetto a quello meccanicistico. Quest’ultimo procede dalle parti al tutto, secondo uno schema tipicamente bottom-up, dal basso all’alto. L’alternativa che emerge dagli sviluppi della fisica contemporanea, in particolare della meccanica e della cosmologia quantistiche, procede invece dal tutto alle parti, secondo un andamento top-down, dall’alto in basso, dal tutto alle parti, per cui possiamo riassumerne l’idea portante dicendo che dobbiamo fin dall’inizio avere un’idea generale del funzionamento dell’intero sistema, prima di esaminarlo in dettaglio. Il rovesciamento di prospettiva non potrebbe essere più chiaro e netto.

Un esempio: i NEET. Quanto costano?
Anche nella teoria economica cominciano ad affermarsi tendenze che testimoniano la presenza, sia pure sotto forma di “sintomo”, di esigenza che emerge implicitamente dal contesto del discorso e delle pratiche senza essere esplicitamente dichiarata e ammessa, di questa “prospettiva rovesciata”. Si prenda il calcolo dei costi economici dei cosiddetti NEET, acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, in italiano anche né-né, utilizzato in economia e in sociologia del lavoro per indicare persone che non sono impegnate nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono coinvolti in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici. L’acronimo è stato usato per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo del Regno Unito come termine di classificazione per una fascia di popolazione. In seguito, il suo utilizzo si è diffuso in altri contesti nazionali, a volte con lievi modifiche della fascia di riferimento. In Italia il suo uso come indicatore statistico si riferisce, in particolare, alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni. Ebbene il calcolo dei costi economici di questa fascia della popolazione che in Italia comprende ormai due milioni e mezzo di persone, con un incremento che dal 2008 al 2011 è stato del 18%, è un esercizio complesso, che richiede di precisare l’insieme dei costi da considerare (e l’orizzonte temporale) oltre all’approccio metodologico, che può, ovviamente, influire sul risultato finale e sulla sua valutazione. Eurofound, l’Agenzia dell’Unione europea che ha il compito di fornire i dati e le conoscenze per contribuire allo sviluppo delle politiche sociali e legate al lavoro, individua in proposito due schemi di costo: i costi per le risorse (entrate previste) e i costi per le finanze pubbliche (trasferimento in eccesso), Il primo schema è stimato come la differenza tra le entrate prodotte dai Neet e quelle prodotte dai giovani occupati (con le stesse caratteristiche). Analogamente, il secondo è calcolato come la differenza tra la somma totale dei benefici ricevuti dai Neet e quelli ricevuti dai giovani occupati (con le stesse caratteristiche). Semplificando molto, la metodologia proposta mette a confronto un giovane Neet e un giovane occupato (con le stesse caratteristiche) e calcola la differenza in termini di reddito (guadagno potenziale) e di trasferimento (costo per le finanze pubbliche). La somma di queste due voci determina il costo economico di una persona Neet: sommando per il numero totale di Neet di un paese si ottiene il costo totale di questo fenomeno di mancanza di lavoro, di istruzione e di formazione, comunque considerati. Per l’Italia le cifre che ne risultano sono impressionanti. Quello sostenuto dal nostro paese risulta infatti essere di gran lunga il costo totale annuo più elevato (32,6 miliardi di euro). Seguono a debita distanza la Francia con 22,2 miliardi, il Regno Unito con 18,3 e la Spagna con 15,6. In termini di percentuale del Pil questo significa per noi più del 2%.

Le considerazioni interessanti che possono essere tratte da questo sistema di calcolo sono principalmente due. La prima riguarda i benefici che deriverebbero al sistema economico dall’inclusione nel mercato del lavoro di una quota dei Neet. Ad esempio, una riduzione del 20% dei Neet in Italia produrrebbe un beneficio economico annuo di più di 6,5 miliari di €. Questa cifra salirebbe a 16,3 miliardi se il mercato del lavoro potesse assorbire il 50% del gruppo Neet. Cifre impressionanti che bastano a dare un’idea precisa del costo non solo sociale, ma anche strettamente economico, dell’inattività forzata alla quale sono oggi costretti tanti, troppi giovani del nostro paese, con uno spreco immane e insensato di risorse e di capitale umano.

La seconda considerazione è di tipo metodologico. Abbiamo detto che la base del sistema di calcolo adottato da Eurofound è costituita anche dal riferimento al guadagno potenziale che i Neet potrebbero ottenere se la loro posizione fosse equiparata a quella dei giovani occupati con le stesse caratteristiche. Questo riferimento al “potenziale” è di grande interesse perché segna il passaggio dalla logica tradizionale degli enunciati, che ha come obiettivo lo studio delle relazioni di conseguenza tra enunciati, dove per enunciati si intendono quelli dichiarativi, che, per così dire, “fotografano” una situazione di fatto, uno stato di cose, alla logica modale, la quale fissa invece i diversi modi (da qui il suo nome) in cui una proposizione può essere vera o falsa. La distinzione che viene proposta è molto semplice: una proposizione può essere vera o falsa necessariamente, e dunque in qualsiasi contesto; oppure vera o falsa possibilmente, cioè in modo contingente, in certe situazioni si e in altre no.

Dalla logica modale generale discende la logica modale deontica, che tratta, con le stesse regole, enunciati quali “È obbligatorio che…” ed “È permesso che…”, tra i quali sussiste la stessa differenza precedentemente posta tra gli enunciati “È necessario che…” ed “È possibile che…”. Il passaggio indicato può dunque essere considerato l’espressione e il risultato del riferimento a ciò che potrebbe essere e non è (il guadagno potenziale che un Neet potrebbe avere se fosse occupato e se la sua situazione venisse equiparata a quella dei giovani con le stesse caratteristiche che hanno un lavoro. Fare questo tipo di analisi significa dunque far rientrare l’analisi della situazione di questi giovani nel novero non delle proposizioni che sono necessariamente vere in qualsiasi contesto,bensì in quelle che sono vere possibilmente, cioè in modo contingente, in un contesto nel quale non ci si preoccupi a sufficienza del loro destino e delle conseguenze alle quali conducono questa indifferenza e questo disinteresse. Inoltre la presenza determinante del “se” negli enunciati che si ricavano da questo approccio indica ciò che tecnicamente si definisce un “controfattuale”, vale a dire un asserto del tipo “se non ci fosse stato c non si sarebbe verificato e” (nel nostro caso “se il Neet non si trovasse nella sua effettiva situazione, ma in quella di un giovane occupato con le stesse caratteristiche, non ci sarebbe, per il sistema paese, il costo per le mancate entrate previste e possibili”) è un periodo ipotetico della irrealtà, che i logici chiamano, appunto, condizionale controfattuale. Il riferimento a questo tipo di asserti è un sintomo significativo dell’esigenza, che comincia a emergere, di un tipo di economia che sia in grado di accogliere, accanto alle necessarie e imprescindibili considerazioni sull’attuale, sul senso della realtà, che ovviamente ogni ricercatore deve essere in condizione di fare, collegandosi causalmente e documentalmente ai fatti e agli eventi che deve studiare e ai dati e alle informazioni di cui dispone, anche le considerazioni controfattuali sul senso della possibilità, vale a dire sull’inattuale (ma pur sempre possibile) esito di una “storia parallela” e alternativa.

Cambiamo l’approccio verso la Sardegna
È evidente che un simile mutamento di prospettiva comporta una diversa attribuzione di significato ai medesimi fenomeni rispetto alle teorie correnti ed egemoni. Faccio solo un esempio, per illustrare sinteticamente ciò che intendo. È chiaro che se ci si muove esclusivamente nell’ambito del “senso della realtà” e si prende in considerazione il solo fatto che sostenere un determinato processo (ad esempio il ritorno dei giovani all’agricoltura, o alla pastorizia e all’allevamento, per facilitarne l’ingresso nel mondo del lavoro) ha dei costi superiori ai ricavi che se ne possono trarre, è del tutto legittimo (anzi doveroso) far rientrare questo tipo di operazione sotto la voce “assistenzialismo”, e di conseguenza liquidarla come improponibile, in quanto contraria ai principi di un’economia sana ed efficiente. Ma se nel calcolo si fanno rientrare (come fa Eurofound con i Neet) i costi non solo sociali, ma anche economici dell’abbandono di intere e sempre più vaste porzioni di territorio, con il crescente rischio, nel caso della Sardegna, della riduzione dell’isola a una sorta di ciambella rigonfia solo nella fascia costiera e nelle poche aree urbane e vuota (pericolosamente per l’equilibrio interno e la tenuta del suo territorio e della sua organizzazione sociale) al centro e nelle zone interne, il discorso cambia e ciò che appariva, nell’ambito di un certo tipo di prospettiva economica, “assistenzialismo”, diventa sostegno, del tutto compatibile e corretto, allo sviluppo di un intero sistema. In ossequio a un principio che, a mio giudizio, deve ispirare una nuova cultura del lavoro e che, come si è cercato di mostrare, è tutt’altro che incompatibile con ciò che ci dice oggi lo sviluppo della ricerca scientifica non solo nel campo delle scienze umane, ma anche in quelle di base, fisico-matematiche e biologiche.

Ribadisco in conclusione questa idea-guida, per riassumere il senso complessivo del mio discorso: se vogliamo capire problemi complessi, controllati da reti di cause o addirittura da reti di reti di cause, (e un sistema sociale rientra certamente in questa tipologia) non possiamo riferirci a catene lineari, in cui la causa determina e spiega l’effetto senza alcuna possibilità per quest’ultimo di retroagire sulle condizioni che l’hanno prodotto, ma dobbiamo fin dall’inizio avere un’idea e una visione generale della struttura interna, dell’organizzazione e del funzionamento dell’intero sistema, prima di esaminarlo in dettaglio e nelle sue singole parti.

 

 

3 Commenti

  • Evelina Pinna

    Spesso viene da chiedersi se il politico debba assomigliare più a uno scienziato-filosofo o a un avvocato. Ripristinare la giustizia, correggere le storture e i soprusi, evitare le ingiustizie, alleviare la povertà e il dolore, restituire la dignità umana attraverso il lavoro, sono doveri più tipici di chi dei due e chi realmente deve occuparsene e con quali limiti, fini e censure? Sicuramente la politica è una sfera imperfetta cui dovrebbero corrispondere delle azioni ‘tendenzialmente’ perfette. La politica entra a gamba tesa nella moralità personale e privata di ciascuno di noi, con tutte le implicazioni connesse alle questioni lavoro, casa e istruzione. La politica, morale come il diritto o amorale come la scienza, comunque la si concepisca, è fondamentalmente un dovere di giustizia; e come per gli avvocati la giustizia è un compito ingrato (imperfetto) cui però devono corrispondere, contrariamente a quanto spesso non succede nell’aula di un tribunale, doveri perfetti di pace ed eguaglianza. Molto interessante il suo articolo, professor Tagliagambe, pregno di spunti di riflessione per importanti elaborazioni concettuali sul piano politico. Ma quanti politici si pongono il problema di esplorare questo genere di aspetti che Lei enuncia, per portare avanti politiche più efficienti nell’esercizio delle loro funzioni? Le teorie politiche degli ultimi tempi hanno sistematicamente lasciato al caso gli avvenimenti, senza parità del do ut des (che è la teoria più sbagliata di tutte, a partire dal pareggio di bilancio), provocando danni e ingiustizie; paghiamo regolarmente dazi imperfetti dietro qualunque richiesta (condicio sine qua non…) di restrizione ci venga ‘propinata’ come efficace e risolutiva. Onestamente sentiamo esautorata la politica da qualunque diritto di chiederci ulteriori sacrifici.

  • Giusi Boeddu

    Mi permetto di consigliare un’altra lettura che può essere propedeutica a quella indicata dal prof. Tagliagambe, si tratta di un libro pubblicato nel 1982 ( non tragga in inganno la data di pubblicazione perchè sono saggi che non hanno una scadenza temporale)da un fisico, Fritjof Capra: “Il punto di svolta”.
    Perchè leggere questi libri? per capire che il nostro modo di conoscere condiziona fortemente anche la ricerca delle risposte ai problemi. Problemi che non toccano solo i massimi sistemi, ma toccano la vita di tutti noi. La formazione, quindi, la scuola, la ricerca, la spiegazione di fenomeni e problemi sociali ed economici, La medicina nelle sue spiegazioni e pratiche.
    Buona lettura
    Giusi Boeddu

  • Gianni Benevole

    Dal suo articolo si possono trarre importanti spunti per lo studio e per la mirata elaborazione di un piano per il lavoro di cui la Sardegna, incomprensibilmente, non si è mai dotata, indispensabile per la predisposizione di una previsione del fabbisogno a lungo periodo, finalizzata ad indirizzare la politica della formazione professionale, ma anche di un fabbisogno a breve periodo ai fini della politica dell’occupazione. Consideriamo, in proposito, che la nostra è purtroppo una terra storicamente connotata dalla sua lenta evoluzione, non mi piace definirla arretratezza o sottosviluppo, con un tessuto produttivo circoscritto e limitato, non soggetto a grandi incertezze e oscillazioni nel grafico della offerta e della domanda e per tale ragione, paradossalmente, ancor più semplice da indirizzare e da orientare, attraverso un’azione di coordinamento interassessoriale della regione che tenga conto della spinta propositiva dei singoli comuni, della collaborazione tra le aziende e che tenga fuori da tale processo i centri per l’impiego la cui inutilità è sotto gli occhi di tutti. Totale flessibilità salariale, oraria e territoriale, secondo una logica del do ut des, che consenta di ridare fiducia e di ripristinare il reciproco affidamento tra le parti sociali, lavoratore e datore di lavoro, assoggettate ad un sistema normativo fonte di incertezze e di sempre crescenti dissidi, generato da una politica troppo distante dalla realtà e il più delle volte poco attenta. Reimpiegare quanto più possibile le risorse per superare e annullare quello sconfortante primato pari a 32,6 miliardi di spesa.

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