Politica

Scozia: sconfitto il separatismo non l’indipendentismo

Simbolo-Partito-dei-Sardi-40X40cm-TONDOdi Paolo Maninchedda
In Scozia hanno vinto i ‘No’ all’indipendenza. Perché? Perché progressivamente in campagna elettorale, malgrado i buoni sforzi e le ottime pratiche di Salmond, gli avversari sono riusciti a far sì che ‘indipendentismo’ facesse rima con ‘separatismo’. Quale è la differenza tra le due parole e tra i due concetti? L’indipendentismo è l’assunzione piena della responsabilità storica che un popolo ha rispetto al proprio diritto-dovere di governarsi e di governare la realtà. Il separatismo è l’esaltazione della differenza, l’istinto a trasformare la differenza politica in irrisolvibile contrasto civile, in guerra. Oggi, gli Europei, sia progressisti che moderati, temono i contrasti profondi, perché intravedono in essi lo spettro della guerra, da decenni tenuta ai confini dell’Occidente, ma sempre pronta a dilagare all’interno, alimentata dalle paure (questo è il cuore della Germania che i grandi della letteratura hanno sempre descritto: la paura) e dalla crisi economica.
Che cosa impariamo dalla sconfitta scozzese? Impariamo ciò che già sappiamo: non dobbiamo farci mettere nell’angolo separatista. Deve emergere con chiarezza la nostra autentica anima europeista. Deve emergere con chiarezza che noi diciamo in modo più chiaro e più autentico ciò che i neo-autonomisti mascherano, e cioè che la Costituzione italiana attuale non prevede un patto costituzionale tra le regioni e lo Stato italiano (come invece dicono Soddu e i suoi glossatori). Oggi la sovranità è dello Stato; alcune funzioni sono delegate alle regioni. Se si dovesse passare a una carta costituzionale pattizia, di fatto l’Italia diverrebbe uno stato confederale. Noi abbiamo già detto mille volte che una prospettiva confederale è molto interessante.
Che cosa impariamo, ancora? Ciò che già sappiamo: bisogna stare lontani dalla retorica indipendentista ribellista, dalla logica totalitaria della purezza ideologica e storica, da ogni tentativo di egemonia culturale sul variegato mondo culturale della Sardegna (la cultura è dialettica, è libertà, è creatività, chi pretende di metterla sotto una campana di vetro ideologica, la uccide), dall’odio settario, dalla manipolazione degli altri. Piaccia o non piaccia, le patrie si costruiscono più amando che odiando.
Che cosa impariamo, ancora? Che la nostra patria si costruisce col lavoro, con la disciplina di governo, risolvendo problemi, sentendosi sopra le spalle la responsabilità degli altri, cambiando i pessimi costumi della politica e promuovendo le buone pratiche (e tra le buone pratiche c’è anche la militanza politica. Chi fa parte di un partito non è un reietto e spesso è più capace nel governo di chi ha come unica esperienza sociale una tastiera e un computer, o una biblioteca isolata dal mondo).
Quindi continuiamo a porre il problema della sovranità sarda, con competenza, calma, non violenza, buone pratiche e lavoro, tanto lavoro.