Politica

Sardi: rompiamo la maledizione del Carso

Versare il sangue per le cause altrui perché non si sa di averne una propria.
In una bella poesia, poi magistralmente musicata da Piero Marras, Pedru Mura descrive perfettamente la condizione esistenziale di tanti sardi: este ruttu chen’ischire d’haer viviu / chen’ischire de morrere.
Così, inconsapevoli, siamo morti sul Carso.
Così, inconsapevoli, siamo morti per i veleni delle armi usate dall’esercito italiano nei vari conflitti.
Così, inconsapevoli, viviamo spesso senza sapere di vivere.
Così si vive, con questo buco dell’anima, con lo spazio vuoto delle proprie ragioni, quando sin dall’infanzia si patisce una pedagogia della negazione del luogo in cui si vive.
La Sardegna per le scuole, per la mia amatissima università, per le istituzioni italiane, per i giornali (anche quelli fatti da sardi) è un parco, un luogo temporaneo di residenza, un rifugio turistico.
Quando lessi per la prima volta Passavamo sulla terra leggeri non ne apprezzai altro che lo spirito: per la prima volta in Sardegna lo spirito di chi si sente individualmente libero, di chi non nega che avrebbe il desiderio di volare, di non essere condizionato da malattie e vecchiaia, da convenzioni e colpe, di chi si sente figlio di questa terra e libero uomo del mondo, uno così, un sardo libero e senza paura, che parla con le piante e con le cose, che ama profondamente e senza vergogna, disponeva finalmente di un mito moderno.
Noi siamo così: liberi ma leggeri, incapaci di infastidire o danneggiare la terra e gli altri.
Ma non tutti i sardi hanno il senso di sé.
Molti cercano il viceré, qualcuno che governi al posto loro, che li difenda dal rischio della costruzione del proprio popolo e dell’espressione della propria libertà. Secoli di governo viceregio hanno educato a desiderare sempre di cambiare padrone piuttosto che diventare padroni di sé e di nessun altro. Secoli di oblio di se stessi hanno educato noi sardi a versare il nostro sangue senza sapere perché, sempre attendendo che qualcuno provveda.
Oggi i giornali analizzano i risultati elettorali spacciando la favola della bontà dei programmi e dei candidati. Ma perché non dire la verità? La stragrande maggioranza dei sardi non sapeva neanche chi erano i candidati. Non hanno vinto o perso i candidati: hanno vinto i brand di partito, che avevano messaggi generici e suggestivi tutti estranei alla Sardegna. I sardi hanno versato sangue per cambiare padrone, anzi, più per cacciare i vecchi padroni che per esprimere la propria libertà.
Non è da brand costruiti altrove che verrà la nostra salvezza, ma solo da noi.
Ieri ho ricevuto molte visite nell’angusto e bellissimo studio della mia università.
A tutti ho ripetuto lo stesso messaggio: se volete che guidi io un riscatto storico della Sardegna, bisogna passare per il deserto della verità, per la fatica di dirci fino in fondo che sappiamo abbandonare questa psicologia della subordinazione e della questua del senso di vivere rivolta sempre all’esterno. Siamo capaci di una grande alleanza sarda che salvi la Sardegna? Siamo capaci di unirci in uno sforzo storico che crei un evento per cui non solo la Repubblica italiana ma l’intera Europa sappia che esiste una pacifica ma libera Nazione che non vive felicemente nella misera condizione di regione? Riusciamo a tradurre l’insularità che tanto ha entusiasmato, in dignità?
Io non sono un capo; sono un testimone che sa governare democraticamente e che sa che per essere credibile ogni popolo deve attraversare il suo deserto, deve far cadere le pessime abitudini, deve sconfiggere le paure, deve unirsi civilmente. Non propongo solo le elezioni: propongo una riscossa morale e civile dei sardi che passa per la fatica, per la pacificazione, per la felicità del sapere perché si vive.