Per che cosa si fa politica?

mafalda-300x298di Paolo Maninchedda
In molti mi hanno rimproverato un rallentamento dell’impegno politico a vantaggio del ruolo amministrativo che sto svolgendo in qualità di assessore dei Lavori Pubblici.
Nella realtà non si tratta del mio impegno, ma del contesto in cui si svolge.
La gente sta percependo un terribile vuoto nella politica italiana e in quella sarda. Non identifica la direzione dell’azione politica ed è disorientata.
Per che cosa fare sacrifici? Per che cosa tenere duro? Per che cosa sostenere gli studi dei figli?
L’unico dato percepito come certo è che fino ad oggi Europa e Stati Uniti sono riusciti a tenere la guerra lontana dalla porte di casa. Il cittadino medio capisce che siamo circondati da catastrofi umanitarie e ambientali e capisce che ancora, seppure con segni di fragilità, il mondo occidentale forse non è più il più ricco, ma è ancora quello con i sistemi istituzionali più garantisti e più efficaci nel rapporto benessere-libertà.
Al netto di questa percezione difensiva dell’essere occidentali, il cittadino medio europeo non sa in quale direzione politica si sta andando, e tanto meno lo sa in Italia e in Sardegna.
Il tema è di grandissima portata e l’insoddisfazione e la confusione sono diffuse.
Che cosa è successo?
In primo luogo è successo che la lotta contro gli estremismi totalitari della fine del Novecento ha consumato ogni articolazione ideologica del pensiero politico.
È vero che le ideologie sono state spesso delle camicie di forza della libertà umana e che spesso sono state il presupposto della negazione della libertà e della dignità dei singoli, ma è anche vero che non esiste alcuna politica che prescinda da un’idea dell’uomo, della storia, della libertà.
Non si può fare politica senza un sistema ordinato di idee che abbiano al centro l’uomo.
Il politico che rifiuta le grandi domande sull’esistenza e sulla storia non ha la bussola, è schiavo della realtà, delle emergenze del presente.
Se ci si chiede quali visioni generali rappresentino oggi i partiti italiani, ci si troverebbe molto imbarazzati nelle risposte.
Il dovere della visione è stata sostituito dal sentiment, dalla volontà di cogliere l’umore occasionale del presente.
È qui che si consuma la sostituzione impropria della politica con la quotidiana pratica amministrativa.
È qui che si consuma un grande fraintendimento del reale: chi non ha grandi idee assume il reale non come presupposto del possibile, ma come perimetro del definitivo.
Chi fa così attende che la realtà costruisca quotidianamente l’agenda e affida la propria identità alla somma degli atti che svolge.
In molti non capiscono perché Renzi accumuli uno strappo al giorno; la ragione è semplice. Renzi è lo strappo, non la direzione, perché l’Italia non ha una solida tradizione educativa e culturale per reggere la costruzione di una direzione politica.
Io non so se sto riuscendo a comunicare bene nel clima di manipolazione quotidiana e di censure dell’informazione in cui viviamo, ma in ogni occasione, qualsiasi cosa faccia, recupero sempre il nostro orizzonte: la costruzione della Patria e dello Stato Sardo.
C’è chi ha imparato dalla lunga stagione autonomistica a fraintendere la costruzione della Nazione con l’organizzazione dei cortei e quindi ha imparato solo a rivendicare, solo a protestare, solo a individuare qualcuno cui dare la colpa.
C’è chi pensa che la Nazione Sarda sia un dato etnico e storico e non un orizzonte politico da costruire. C’è chi fraintende il ruolo di leadership con quelle di agitprop e lo fa perché, non avendo alcun mestiere e vivendo di politica, pensa prima allo stipendio e poi allo Stato.
Noi siamo un’altra cosa. Noi non abbiamo mai nascosto a Pigliaru, ai partiti alleati e al Pd che noi lavoriamo per costruire lo Stato Sardo; non abbiamo mai nascosto di avere grandi idee sul fisco e sulle Entrate; non abbiamo mai nascosto che per noi occorre ridefinire il rapporto con lo Stato italiano non su base concessoria (come è avvenuto fino ad oggi a partire dalla frustrazione lussiana della ‘nazione abortita’) ma su base pattizia (fondata sulla volontà politica di essere Nazione, non sull’obbligo assurdo e colonialista di dover dimostrare che di esserlo stati); non abbiamo mai nascosto che riteniamo che l’Italia non abbia mai voluto rappresentare in sede europea la specificità della Sardegna (la grande paura di Andreotti rispetto all’identità linguistica della Sardegna ha fatto e fa scuola nel corpo diplomatico italiano); non abbiamo mai nascosto di voler usare diversamente il Corpo Forestale e che occorrerebbe impiegarlo per vigilare il perimetro delle servitù militari e la sicurezza nelle nostre campagne; non abbiamo mai nascosto di ritenere poco utilizzato l’art.4 lettera e) sulla produzione e distribuzione dell’energia; non abbiamo mai nascosto che il recupero del manto boschivo della Sardegna è per noi non un fatto estetico, ma un presupposto di sviluppo dell’Isola; non abbiamo mai nascosto di voler costruire un grande Partito della Nazione Sarda collocato nell’area progressista europea.
Non nascondere tutto questo in un governo di coalizione significa accettare di metterlo in discussione, di mediarlo, di confrontarlo con ciò che dicono altri, anche a costo di lavorare molto dietro le quinte della coalizione, di non apparire, ma al tempo stesso contribuendo a costruire il sentimento nazionale, a costruire l’ambizione collettiva a stare al mondo da sardi, a costruire un grande soggetto politico della Nazione Sarda (e l’idea sta camminando in molti parlamentari e consiglieri regionali dei partiti nostri alleati e del Pd, non foss’altro perché toccano con mano che cosa ottengono, con altri livelli di coesione e con un unico soggetto politico, i loro colleghi del Trentino, della Val d’Aosta e del Friuli).  In un convegno, tempo fa, un relatore disse che il problema per l’Europa è oggi competere con le grandi dimensioni della Cina, della Russia, degli States. Io risposi che il problema non è come i Grandi stanno al mondo, ma a quali condizioni di libertà, dignità, progresso e libertà possono starci le piccole patrie. Noi sappiamo perché facciamo politica.

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