Agricoltura, Politica

Pecorino romano: come rubare con destrezza 200 milioni di euro

Sul Messaggero di ieri si poteva leggere l’evoluzione della guerra del pecorino romano.
I produttori laziali, sostenuti fortemente dalla Regione Lazio e dalla Coldiretti laziale, hanno chiesto all’UE di cancellare la Dop omonima, la Dop del Pecorino romano, la cui tutela è, come noto, affidata al Consorzio di tutela con sede a Macomer.
Quanto vale la Dop?
Vale 200 milioni di euro di scambi commerciali.
L’assurdo è che il più importante conflitto commerciale della storia del dopoguerra venga vissuto in silenzio in Sardegna e invece sostenuto a gran forza nel Lazio, con prese di posizione del Presidente della Regione Zingaretti e dell’assessore regionale all’agricoltura Hausmann e una grande mobilitazione della Coldiretti laziale, animata peraltro dall’ex direttore della Sardegna, il dott. Aldo Mattia.
Perché stentiamo così tanto a dare peso politico alla Dop del formaggio più venduto all’estero dopo il Parmigiano reggiano?
La risposta è semplice. Una pseudocultura della modernità ha attribuito al prodotto una colpa che è dei produttori. Infatti, la crisi del prezzo del latte non è data dalle normali oscillazioni del prodotto, ma dall’incapacità di moltissimi produttori di rispettare i piani dell’offerta, per cui si è prodotto troppo e si è fatto crollare il prezzo. Ma il prodotto non è da buttare, anzi. ha mercato; non ha più il carico di sale che aveva una volta; viene venduto anche in porzionature piccole. Perché privarsi di questo valore?
I produttori romani hanno tentato più volte di sfuggire al disciplinare della Dop e a immettere sul mercato prodotti fuorvianti sotto la denominazione ‘Cacio romano’. Sono stati sempre sanzionati. A questo punto cercano di eliminare definitivamente la denominazione d’origine con un argomento capzioso: il formaggio è detto ‘romano’ ma viene prodotto in Sardegna.
Peccato che fin dal primo riconoscimento giuridico, la convenzione di Stresa del 1951, il territorio della Sardegna sia stata parte integrante della denominazione.  Curiosamente, allora non era compreso il territorio della provincia di Rieti, culla dell’archetipo del Pecorino romano e che grazie alla modifica del disciplinare, il Consorzio ottenne che venisse inserito nel 1995.
Ora bisogna seguire fino in fondo il ragionamento dei laziali (sostenuti dalla Regione Lazio e dalle Coldiretti romana e sarda). Vogliono l’abolizione di un formaggio a marchio per poter forse fare formaggi non a marchio, cioè quelli più remunerativi? Vogliono forse rinunciare a una Dop che vale un mercato di 200 milioni di euro? No, evidentemente no. Il loro intento è semplice: affermare la necessità di perimetrare l’area di produzione di un prodotto non sulla base delle produzioni storicamente effettuate e delle modalità di produzione, ma dell’aderenza del luogo di produzione al nome. Ne conseguirebbe, per assurdo, che tutto il Parmigiano dovrebbe essere prodotto solo ed esclusivamente nelle province di Parma e Reggio, in una parola l’area di produzione dovrebbe andare a coincidere con l’area di nascita dell’archetipo del prodotto. Ovviamente lo scopo non è rinunciare a produrre formaggio a marchio, ma poter occupare la fetta di mercato del prodotto a marchio con prodotti meno controllati.
Tutto questo ha un grande valore politico se la politica intende occuparsi di produzione della ricchezza e non solo di distribuzione assitenziale della ricchezza. Il problema è intendersi su ciò che è compito della politica.