Pastori: come funziona la violenza di Stato

È curiosa la Sardegna dei giornali spesso mendaci e delle solidarietà istituzionali sospette di scaricabarile.

È curiosa perché finge di stupirsi dei rinvii a giudizio o delle condanne (con quell’obbrobrio giuridico che sono i “Decreti penali”, cioè sentenze emesse senza contraddittorio) dei pastori per le violenze della campagna elettorale del 2019.

Per capire bene che cosa è successo e che cosa sta succedendo è utile prestare attenzione a un’altra notizia di questi giorni.

Nicoletta Dosio, una signora non più giovane di 73 anni, molto impegnata nelle proteste contro la Tav Torino-Lione è stata arrestata e dovrà scontare in carcere la condanna a un anno per interruzione di pubblico servizio e violenza privata (avevano aperto con la forza le sbarre di un casello autostradale).

L’uso della violenza porta sempre in carcere (qualcuno ricorda la requisitoria di Basilone nel processo contro i cosiddetti separatisti? Il celebre magistrato sostenne che gli indipendentisti politici non sono perseguibili per legge solo fino a che non fanno uso della violenza). I pastori nelle proteste del 2019 sono stati violenti in più di un’occasione. Ammirevoli quelli che sversarono solo il loro latte; meno ammirevoli, molto meno, quelli che assalirono i furgoni, buttarono il latte dentro gli abitacoli dei camion altrui, bloccarono i caseifici con la violenza, diedero fuoco a qualche autocisterna ecc. ecc.

Ma il punto, paradossalmente, non è l’uso della violenza (anche di quella verbale, quella che in quei giorni portava gruppi di manifestanti a gridare “Porco, vieni giù”) che divide certamente noi da questi violenti. Il punto è un altro.

Mentre nella vicenda dei No Tav il confine tra le forze dell’ordine e i manifestanti era netto e chiaro, perché le forze dell’ordine difendevano il cantiere e impedivano ai manifestanti di entrarvi, durante la protesta sarda questo confine non era per niente chiaro, giacché le forze dell’ordine assistevano, al massimo filmavano, ma non intervenivano, esattamente come fanno dinanzi a legittime e pacifiche manifestazioni politiche. Era dunque facile che i pastori coinvolti iscrivessero i loro gesti, anche quelli sbagliati, nell’alveo della protesta politica e non della violenza privata.

C’è dunque da chiedersi: perché due comportamenti diversi tra la Sardegna e il Piemonte? La risposta è semplice: in Sardegna c’erano le elezioni. Una sofisticata regia ha consentito quel tanto di disordine pubblico utile allo scopo della vittoria della Lega e dei suoi alleati, ma non poteva poi proteggere gli ingenui dalla necessità della punizione degli atti violenti, perché se lo Stato tollera la violenza pubblica una volta, incrina per sempre la sua credibilità.

Insomma, si poteva tollerare qualche reato pur di far vincere una parte, ma non si poteva lasciare impuniti i violenti. Chi ha letto qualche libro di intelligence conosce queste tecniche. Chi conosce le tecniche di infiltrazione degli apparati di sicurezza sa che spesso, non sempre, i più facinorosi sono i collaboratori delle forze dell’ordine, sono i promotori delle azioni chiamate “sotto falsa bandiera”.

Morale: per i pastori della Sardegna la strumentalizzazione politica è una malattia ricorrente, bisogna vaccinarsi. Ma è ancora peggiore la strumentalizzazione di Stato. Ci si vaccina da questi accidenti leggendo qualche libro in più e sferrando qualche cazzotto in meno.

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  • Qualche politico di vecchi pelo, ha cavalcato l’onda della protesta e qualche allocco che si autospaccia per balente ha portato tanti al massacro. Gasando le persone e illudendosi lui con gli altri che il cazzaro avrebbe risolto i problemi. Oggi si vedono i risultati. Neppure un politico, che in quei momenti andava a fare bella presenza, e qualcuno è stato pure eletto, oggi proferisce parola di conforto e ci mette la faccia. La storia si ripete. Poco locos y malunidos

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