Meglio l’umiltà della prima viola della Scala che la retorica dell’insularità

Oggi, giornata mondiale del vuoto celebrativo sull’approvazione al Senato dell’inserimento del tema dell’insularità in Costituzione, abbiamo un anziano e rispettabile signore, Mario Segni (cui dobbiamo alcuni degli errori più clamorosi come il maggioritario, l’abolizione delle preferenze, l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Regione che hanno generato la nuova bassa feudalità) che dice sulla Nuova Sardegna (in assetto da vendita e quindi in via di riaquisto dei propri colori naturali e di abbandono del rosa shocking di questi anni) che al di là dell’ovvio principio adesso occorre occuparsi di contenuti, quei contenuti che lo Statuto di Autonomia della Sardegna già prevede e che si sono rivelati insufficienti perché i governi, antichi e recenti, da Renzi in poi, riconoscessero il costo dell’insularità. Come dire: è stata approvata una scatola vuota su contenuti già esistenti e non praticati. Ma i contenuti sono difficili e la scatola facile: viva le scatole vuote!
L’insularità è l’ultimo giocattolino dei Riformatori-Rastrellatori (anzi, il penultimo, l’ultimo sono i nuraghi, costretti loro malgrado a stare al gioco), gli stessi che hanno prima promosso i referendum per abolire le province e ora hanno commissari delle province in carica e votano le leggi che alimentano le province; gli stessi che hanno voluto i referendum per l’abolizione dei Cda delle aziende regionali e ieri hanno votato per ripristinarli; gli stessi che hanno applaudito, unici nell’opposizione, per la grande fesseria della costituzione dell’Azienda unica in Sardegna e oggi votano per il ripristino delle antiche otto Asl. È un’antica minestra riscaldata, quella degli imperatori romani peggiori: messaggi semplici e suggestivi per la gente e intensa pratica di egoismo di ceto per se stessi. Per non parlare di come certe parti politiche si svelano in alcuni procedimenti giudiziari.

In questo quadro, serve anche una piccolissima annotazione per Maria Antonietta Mongiu che nel suo nobile (lo dico con convinzione e senza ironia) operare per garantire eventi culturali di qualità alla città di Cagliari, oggi sull’Unione fa un accostamento per me dolorosissimo. Segnala infatti, nella stessa rubrica, un libro sul diario di Francesco Cocco Ortu e uno su Gramsci. Questi due nomi, per me, non sono accostabili per ragioni etiche che neanche l’oblio della storia può giustificare.

Per digerire tutto questo mare di fraintendimento, suggerisco di leggere questa intervista che Alfredo Franchini ha realizzato con la prima viola della Scala sul disprezzo corrente verso le fatiche culturali. Essere uomini colti, essere artisti, è una fatica, è un’ascesi che niente ha a che fare con le logiche della propaganda politica. Ed è un’ascesi percorribile solo da chi ha un dubbio sulla consistenza di questo mondo, da chi dubita che la realtà sensibile e i poteri che la governano siano davvero tutto e abbiano realmente un senso. L’intervista è qui.

0 commenti su “Meglio l’umiltà della prima viola della Scala che la retorica dell’insularità

  • medardo di terralba says:

    Mettere in costituzione che siamo una regione di sfigati. Un’operazione veramente geniale.Anche il piano di rinascita è nello statuto (legge costituzionale) e si è visto che effetti ha prodotti

  • Aja, Paulu, deo no creo chi cust’iscàtula siat líchida, sbuida, bódia!!!
    Est prena cun su chi bi est in sa conca de sos chi l’ant proposta: títulos, argumentos pro si candhidare a deputados e senadores a su Parlamentu italianu pro sighire a collire votos de zente de leare a su bicu de su nasu si no a purpedhadas de paneri pro gherrare in carriera e aprofitamentu personale issos pro fàghere prenare iscàtulas de su chi a sos Sardos mancat de sempre e ant pedidu in debbadas e sempre at a mancare, si puru cust’iscàtula l’at a aprovare cun grandhe balentia e buon cuore carchi Parlamentu si li avassat tempus, como sa Camera de custu o de su chi at bènnere apustis, ca custu cheret tempus pro tot’àteru de fàghere prus urzente.
    Deo tio faedhare de iscàtulas crànicas líchidas, sbuidas, bóidas e totu su prus prenas de pompa bódia si no de cosa peus infame bonas a imbentare abba de pistare de regalare a zente chi tenet totu su tempus pro ispetare debbadas.

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