L’Unità non ama la Sardegna Giudicale. Perché?

FullSizeRender(1)di Paolo Maninchedda
L’immagine riproduce lo sfondo della Festa dell’Unità. Nella successione dei fattori storici costitutivi dell’identità della Sardegna (nuragica, fenicia, romana, bizantina, pisana, spagnola)  non c’è la Sardegna Giudicale, la Sardegna di Mariano IV d’Arborea, l’unico nella storia sarda  ad aver avuto in mente la creazione di una sovranità distinta e indipendente, seppure con le caratteristiche del tempo, ben diverse da quelle di uno stato moderno. La censura mi ha impressionato, forse perché proprio in questi mesi sto scrivendo un articolo sul lessico della guerra sardo-arborense, cioè sulle parole usate da Pietro il Cerimonioso e dai suoi successori da un lato, e dagli Arborea dall’altro.
Quella dell’Unità è una cronologia censurata di un fattore storico importantissimo, foriero di simboli ricorrenti (si pensi in ultimo ai giudici di Passavamo sulla terra leggeri di Atzeni), di durissime battaglie accademiche, di grandi indagine archivistiche. È una censura evidentemente involontaria che rivela però una debolezza: molti italiani e molti europei non sanno alcunché della storia giudicale perché è una storia solo sarda. Il sardo che ignora se stesso, però, che ignora ciò che è solo suo per assimilarsi allo sguardo altrui, perde molto di sé e purtroppo non lo sa.

0 commenti su “L’Unità non ama la Sardegna Giudicale. Perché?

  • mi scusi, Masia, Le ho fatto tale domanda solo perchè mi è capitato di imbattermi nelle opere artistiche di un pittore col suo nome, Francesco Masia appunto, le cui opere mi sono piaciute tantissimo, ma proprio tantissimo.
    siccome Lei parla (con competenza, mi pare) di arte, pensavo che potesse essere quell’ artista; volevo nel caso farLe i miei complimenti.
    non volevo assolutamente provocare nè polemizzare nè contestare quanto Lei ha scritto.
    scusa admin se ho fatto un pò di casino, già lo sai come sono

  • Francesco Masia says:

    Sarebbe però omissivo non notare che admin, oltre l’avviso opportuno e, a ben vedere, sufficiente, coglie subito l’occasione per una lezione. Lezione, nel suo piccolo, rivelatrice (temo) e di cui le sono comunque grato.

  • Francesco Masia says:

    Ha ragione, avevo interpretato la a come admin, senza pensarci troppo.
    Saluti e buon lavoro ad a e ad admin.

  • Sig. Masia, le ha scritto un tal ‘a’ non io. Guardi bene chi scrive, prima di rispondere. Grazie.

  • Francesco Masia says:

    Sono un medico che ha trovato il tempo, tra l’altro (dopo una ordinaria ricerca in rete), di fare un salto in biblioteca.
    Tengo sempre in gran conto (oltre ai fatti, se per loro perspicui) le opinioni di chi ha titolo; e se queste sono tra loro difformi è difficile abbia la pretesa, specie fuori dal mio campo, di saperle pesare e giudicare. Può capitare allora che non mi trattenga dall’interpellare oltre, ma appunto non mi piace in questi casi aspettare passivamente la pappa pronta e, per quanto posso, mi impegno ad arrivare dove riesco.
    Non so come prendere il suo interesse personale; se avesse solo voluto sapere per sé avrebbe potuto scrivermi personalmente (lei dispone dell’indirizzo e-mail di tutti coloro che accedono ai commenti). Non mi sottraggo, come vede, alla richiesta pubblica, solo confido che la risposta (indovinata) non le servisse per limitarsi a suggerirmi di rivolgere meglio le mie attenzioni alla mia professione. Se crede, però, mi aiuti pure a rinforzare questo imperativo, non certo inutile.

  • Francesco Masia says:

    Errata corrige: nel primo commento ho messo in fila “il romanico e più avanti il romanico-pisano”, dovevo scrivere “il romano (lo stile romano) e più avanti il romanico-pisano” (restando compresi in quel “più avanti” la parentesi vandala e il capitolo bizantino).
    Quanto allo scritto di Renata Serra (che con la Ilisso ha pubblicato un altro titolo) ho capito meglio trattarsi di un intervento su una rivista (Archivio sardo del movimento contadino e autonomistico, numero 35-37, 1991, pp 239-246): la sua sentenza (per quanto non volesse assumersi l’ultima parola) era francamente contraria a riconoscere all’architettura e all’arte prodotte in Sardegna nel periodo giudicale una identità sufficientemente propria (rispondeva soprattutto a posizioni di F.C. Casula, evidentemente giudicate inquinate da nazionalismo; abbastanza esplicitamente rivendicava la maggiore autorità di uno storico dell’arte, sull’argomento, rispetto a uno storico). Ignoro successivi (eventuali) gradi di giudizio.
    Se quindi i Sardi non avevano uno stile propriamente loro nell’addobbare l’albero dovremo farcene una ragione, ma resterà che l’albero era il loro e che sceglievano liberamente come addobbarlo (nemmeno è in discussione che lo addobbassero discretamente).

  • Francesco Masia says:

    Lo scrupolo mi ha portato almeno a una grossolana ricerca, che è pervenuta a questo titolo: In margine all’esistenza di un’arte “giudicale” (1991, Edizioni Ilisso), di Renata Serra (già docente di Storia dell’Arte Medioevale nell’Università di Cagliari). Chissà quale fu la sentenza della professoressa, e se da allora vi sono stati altri gradi di giudizio.

  • Francesco Masia says:

    Sacrosanto rilievo, impossibile non concordare. Vorrei sottoporle una riflessione collegata: l’Unità elenca prima la Sardegna romana, più avanti quella pisana, mancando di quel periodo i genovesi. Ho idea che al fondo possa esserci un taglio da storia dell’arte e dell’architettura: il romanico e più avanti il romanico-pisano. Anche qui, come già si è scritto altrove, potrà dirsi siamo proni alla censura, che assecondiamo autocensurandoci naturalmente: non c’è, non denominiamo (o almeno non abbastanza, non contrastiamo adeguatamente denominazioni altre), un’arte né un’architettura giudicale. Non sarebbe il caso di dare spazio, con un’operazione culturale consapevole, a questa denominazione? Da Professore, le parrebbe corretto o si starebbe forzando per nazionalismo qualcosa?

  • marco maria cocco says:

    La Storia sarda, quella vera, rimane ancora appannaggio di pochi studiosi che gelosamente – e in modo tipicamente autoreferenziale – amano disquisirne in ristretti salotti per pochi intimi, per poi cercare di dare dell’ignorante al povero viandante.
    Non di meno sono altre attività modulari di crescita sociale, da I.T. ad Ambiente, che vedono gruppetti di saccenti imbastire tavoli di confronto esclusivi, con la popolazione a fare da bovino corollario.
    Sto iniziando a ritenere che la situazione vada bene alle sopramenzionate figure, al fine di mantenere la leadership sulla discenza. Leadership anche politica.

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