L’indipendenza, il referendum, il pane e le brioche

scenarieconomici-itwp-contentuploads201601follia-einstein-4e68f9024d1233545dc332111d64d619a86ea115di Paolo Maninchedda
Non produciamo nuova ricchezza Erano giorni che i giornali non avevano notizie degne di questo nome, quando finalmente sono stati pubblicati quasi contemporaneamente il Rapporto del Fondo monetario sul Pil (che ha scatenato una ridda di notizie statistiche sparate alla ‘Viva il parroco’ senza mai citare la fonte, che è sempre l’Istat) e il rapporto della Fondazione Migrantes (organo della Conferenza episcopale italiana) sugli italiani nel mondo.
Gli articoli di stampa sul Pil hanno poi citato dati disaggregati su base regionale, ma gli unici dati disponibili sono o del 2014 o del 2015. Fatta chiarezza sulla malattia dell’informazione (la superficialità) veniamo però al dunque e veniamoci da una prospettiva nostra, sarda, cioè dal punto di vista di una nazione euro-mediterranea, insulare, demograficamente debole, con una scuola disastrata e una università più ambiziosa che culturalmente adeguata alle sfide (ahimè!).
Il dato strutturale della Sardegna rispetto al Pil è che siamo una nazione che non produce ricchezza. O meglio: produce la stessa ricchezza ormai da anni e quindi non è in grado di soddisfare nuove domande di lavoro e nuovi livelli dei servizi.
Senza ricchezza non c’è gettito fiscale adeguato; senza gettito fiscale adeguato non c’è buona sanità, non ci sono buone condotte idiriche, buone fogne e buone strade, non c’è buona scuola, non c’è buona università ecc. ecc.
Il Rapporto della Fondazione Migrantes rivela che 2.500 sardi se ne sono andati nel 2015. La ragione della loro fuga è prevalentemente proprio l’assenza di un’offerta di futuro (lavoro, famiglia, ricchezza, felicità ecc.) che li riguardi. La ricchezza disponibile è già ipotecata da chi un lavoro in Sardegna ce l’ha, da chi, cioè, ha ipotecato faticosamente un pezzo della ricchezza prodotta o che concorre a produrla ma non in una quantità che vada oltre il suo nucleo familiare.
Ricchezza e indipendenza Primo punto su cui dobbiamo avere le idee chiare definitivamente: per produrre nuova ricchezza i sardi devono avere piena sovranità fiscale (cioè pieni poteri sulla ricchezza prodotta, che serve a produrne di nuova), che non vuol dire autarchia finanziaria (il grande spauracchio che viene agitato dai predicatori dell’immobilismo, de su connottu), vuol dire poter calibrare una politica del vantaggio residenziale in Sardegna per imprese e persone che facciano alcune cose e non altre. Noi abbiamo bisogno di processi di accumulo di capitale, quelli che l’Italia ci ha sempre impedito con una politica fiscale e a suo tempo doganale assurda rispetto alle nostre ambizioni e alle nostre possibilità.
Malta, per esempio, ha un tetto fiscale massimo del 35%, con l’IVA al 18%, ma ha anche calibrato una politica fiscale per il manifatturiero delle tecnologie dell’informazione particolarmente vantaggioso per le imprese. Bisogna avere il potere di farlo. Certo, noi oggi abbiamo già il potere di far costare molto meno la sanità e di non sprecare quasi tutto il gettito Iva nella spesa sanitaria; il fatto che non riusciamo a farlo è un problema serio che rigurada in primis il conflitto politico e l’egemonia occulta cui la sanità e sottoposta, ma è anche un problema di autostima politica: ne parliamo ormai da troppi anni, bisogna agire.
Come pure già oggi noi potremmo fare un dimensionamento scolastico diverso (i poteri li abbiamo ma rinunciamo ad usarli e non si capisce il perché se non pensando ad una inibizione strutturale all’esercizio della responsabilità), potremmo non costringere tutte le aree interne della Sardegna alla monocultura dell’offerta formativa (un liceo o un tecnico per una vasta area, prendere o lasciare), potremmo far ripartire in modo serio la formazione professionale (là dove serve) che non si è più rialzata dal conflitto politico con la Giunta Soru, ma dovremmo farlo in modo serio, controllato, senza sprechi, rendite e burocrazie della rendita.
Come pure noi potremmo varare una politica del lavoro che aggredisse il tema reso tragico dalla globalizzazione: che cosa offriamo alle migliaia di persone che vogliono e possono svolgere un lavoro non intellettuale, non legato ai segmenti medio-alti del sapere? Sto parlando delle persone che agli inizi del Novecento partivano per la Germania o per l’America e che oggi non partono per la Cina solo per l’ostacolo linguistico e per la paura degli assetti istituzionali cinesi. L’agenda del governo regionale è stata occupata in questi due anni e mezzo da tre grandi vertenze industriali: Alcoa, Euroallumina e Chimica Verde. Nessuna delle tre si è chiusa, nel frattempo il sistema di welfare è cambiato, non si ha più la cassa integrazione, la Naspi è altra cosa e ho la sensazione che funzioni per chi ha perso il lavoro nell’ultimo quinquennio, meno per i disoccupati storici delle grandi crisi industriali della Sardegna. La crisi del tessile nel centro-Sardegna non è stata aggredita con la stessa cura riservata alle altre crisi industriali, questo è un dato di fatto. Ho sempre pensato e continuo a pensarlo che la sistemazione del nostro patrimonio ambientale, della nostra rete sentieristica, della nostra rete fluviale, rappresenti un grande polmone di politiche del lavoro che consentirebbero di far lavorare il ‘mondo delle mani’, di aumentare il Pil e di liberare il mondo del lavoro delle imprese dall’obbligo di assorbire personale ultraquarantenne che le imprese rifiutano, si può dire che lo rifiutano con grande e ingiusta ferocia, ma lo rifiutano (per questo in quel segmento non funzionano la Flex security e il welfare to work).
Insomma, potremmo far molto già da oggi. Ma resta il fatto che abbiamo bisogno di più poteri, perché se qui da noi trasporti, denaro e energia, per elencare tre fattori, costano più che altrove, ciò è dovuto al fatto che sono regolati da leggi e poteri estranei ai nostri interessi.
Referendum e indipendenza: riflettiamoci Ora, mentre abbiamo questi rilevanti problemi, legati alla coscienza di oggi e all’indipendenza di domani, l’Italia pretende che noi parliamo dei suoi referendum.
Intanto cominciamo a dire che la sinistra del Pd e tutta la sinistra italiana sta riuscendo a trasformare il referendum in un plebiscito pro o contro Renzi, in ciò sfruttando l’errore di personalizzazione che lo stesso premier ha ammesso di aver commesso. Ma, onestamente, a D’Alema non importa un fico secco delle riforme. Gli interessa ridimensionare Renzi, ridimensionarlo in Italia e nel Pd. Non solo: a settori molto estesi dell’area progressista italiana interessa ritornare alla formula dell’Ulivo, e quindi sfuggire al bipartitismo che Renzi ha disegnato nell’Italicum dopo la festa delle europee, per andare a un bipolarismo di coalizione privo degli eccessi di egemonia della quale l’entourage del Primo Minsitro non ha mancato di dar prova in questi anni.
Ma che cosa c’entra la Sardegna in tutto questo?
Chi ha in testa la costruzione dello Stato Sardo non può non dare un giudizio negativo sulla Costituzione italiana vigente. Non mi faccio fare velo dal sillogismo che vuole che essendo al Costituzione frutto della Resistenza partigiana, darne un giudizio negativo significa censurare la Resistenza. Il vero frutto della Resistenza è la fine del Fascismo. La Costituzione italiana è invece un compromesso parlamentare tra visioni molto differenti dello Stato, tutte molto concorrenti a sacralizzare e rendere immutabile lo stato unitario uscito dal Risorgimento, con tutte le sue gerarchie di ricchezza, di cultura, di libertà e di felicità.
La Costituzione vigente è quella che ci impedisce di avere i poteri che ci servono. È quella che afferma che la sovranità della Sardegna appartiene al popolo italiano. È quella che sostiene che i poteri di cui gode la Sardegna sono poteri delegati non originari. È quella che ha permesso tutte le truffe di Stato sulle compartecipazioni erariali. È quella che consente al Ministro della Difesa di impedire ai parlamentari di visitare il tunnel di Santo Stefano. È quella che ha consentito il varo della convenientissima (ma non per i sardi) convenzione Tirrenia. È quella che protegge i feudi di mercato e  di servizio di Terna, di Enel, dell’Anas. È quella che da tempo conduce una guerra senza quartiere alle lingue della Sardegna, ecc. ecc. È quella che non permette ai sardi che pescano (perché, non dimentichiamocelo, esistono in Sardegna pescatori che pescano davvero) di pescare il tonno nei mari sardi.
Viceversa la modifica costituzionale di Renzi, in che direzione va? Nella stessa identica direzione del passato: la clausola di salvaguardia voluta dai trentini protegge le autonomie speciali vigenti, cioè protegge la nostra gabbia, quella che ci sta impedendo di essere liberi in Europa, più dinamici, più veloci, più intraprendenti. La clausola di supremazia dello Stato è l’esplicitazione ex post di ciò che lo Stato italiano comunque fa e ha fatto, o ci siamo dimenticati che si trattiene più di 600 milioni l’anno di accantonamenti? O ci siamo dimenticati l’uso spregiudicato di tutti i governi dell’accensione del contenzioso dinanzi alla Corte Costituzionale.
Chi ha a cuore l’indipendenza della Sardegna deve ragionare su questa sceneggiata italiana del referendum con molto acume. Dovremmo discuterne, per contrastare in questi mesi l’incardinarsi nella testa degli elettori sardi di logiche strettamente italiane o, peggio, partitiche italiane, che se diventassero i parametri della valutazione della realtà in vista del voto, diventerebbero pericolosissime per la costruzione dell’indipendenza della Sardegna.
Il pane, le brioche e la violenza Il problema dei sardi è la questione centrale del ‘Chi decide per noi?’ Questa questione è strettamente legata alla nostra prima emergenza: aumentare la ricchezza prodotta. Rispetto a questo perimetro il referendum è la reiterazione dell’egemonia italiana che impedisce di mettere al centro ciò che riguarda noi, non ciò che riguarda loro. Noi siamo interessati al pane; loro impongono la discussione sulle brioche. Come andrà a finire? Con la radicalizzazione del conflitto (Mariantonietta docet) che è esattamente ciò che molti attendono per poter agitare lo spauracchio del disordine, dello scontro, della violenza e dunque, in nome della pedagogia della paura, del lasciare tutto così com’è. Svegliamoci e riflettiamo.