La cultura appaltata e la cultura praticata. Dalla Deledda dorata alle armi di Mariano d’Arborea

Don Francesco Mariani, direttore dell’Ortobene, il settimanale della diocesi di Nuoro, ha scritto l’articolo migliore pubblicato sulle polemiche per le celebrazioni deleddiane. Eccolo qui; è semplice, chiaro, indiscutibile nel rimprovero per l’appalto della Deledda alla mondanità, per la distanza dall’attività intellettuale come pratica di intrattenimento e di polemica circense, cioè dedicata al vellicamento della radice violenta dell’animo umano.
È delicatissimo nella censura, però severa, di una ricorrenza per costruire incarichi ad personam e servizi sotto soglia.
Nel momento in cui, nel mondo, la cultura salottiera viene superata, nel suo gusto per la semplificazione, per l’aneddoto e la citazione pret-à-porter, dagli ideogrammi e dai contrafacta dei social, il richiamo alla lettura vera, quella lenta, lunga e silenziosa, è rugiada nel deserto.

A questa cultura del salotto esibito e presidiato dal denaro e dal favore politico, si contrappone senza contrapporsi, cioè bellamente ignorando il circo, la cultura antimondana della fatica e della disciplina interiore, quella che cerca la verità attingibile delle cose.

Giuseppe Mele, docente di storia moderna dell’Università di Sassari, ha recentemente pubblicato sul Bollettino di Studi Sardi, un corposo documento inedito sull’amministrazione delle torri costiere della Sardegna in epoca spagnola e sabauda (L’amministrazione delle torri del Regno di Sardegna).
Dovrebbero leggerlo tutti gli architetti della Sardegna, tutti i direttori degli uffici tecnici dei comuni della Sardegna, tutti i membri della misteriosa Sovrintendenza, la proprietaria abusiva dei beni culturali dell’Isola.
Se lo leggessero, capirebbero la vita oltre i muri e le pietre e, forse, anche un modo per farla rivivere dal passato. Le torri parlano di paura, armi e miseria, non di arredamento e paesaggio.

Nello stesso numero del Bollettino Giovanni Lupinu, docente di glottologia nell’Università di Sassari, regala, finalmente, un saggio per l’edizione critica degli Statuti di Castelsardo, lettura utilissima per tutti i sardi ma soprattutto per gli abitanti della rocca, persi tra retabli smembrati e sopravvissuti in parte in cattedrale, sotto gli occhi di tutti, e in parte in case private, per pochi, e la politica fantasiosa delle balle infiocchettate per uso turistico (non parliamo, in questo senso, delle tante trasmissioni televisive che raccontano l’archeologia sarda in forma fumettistica. Fra un po’ uscirà dalle domus de janas Indiana Jones).

Ma è Giampaolo Mele, docente di musicologia e storia della musica all’Università di Sassari e direttore dell’Istar, l’Istituto Storico Arborense, che ha fatto recentemente un grande regalo ai sardi. In appendice al suo saggio Sa Juighissa: parole e suoni dal Medioevo all’Eleonora d’Arborea di Dessì-Oppo (un approccio interdisciplinare) (pubblicato in Studi di filologia, linguistica e letteratura in Sardegna, a cura di Dino Manca), il prof. Mele regala una preziosissima prima bibliografia ragionata su Eleonora d’Arborea e comincia, finalmente e da par suo, a correggere gli errori di una tradizione di studi protetta più dalle forza accademica degli autori che dalla verità dei documenti.

Accade così che una lunga tradizione di citazioni di documenti conservati nell’Archivio della corona d’Aragona, letti male, ritrovino la freschezza e la bellezza dell’esattezza.
Per esempio, nella descrizione storiograficamente consolidata delle armi degli Arborea (lo scudo con l’albero verde in campo bianco) possiamo ritrovare una traccia della non mai bene chiarita paternità delle trascrizioni dei documenti pubblicati in un preciso periodo della storiografia sarda, quello pioneristico delle prime misisoni all’Archivio della Corona d’Aragona a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso.
Infatti, descrivendo lo scudo arborense, un oscuro editore che ebbe larga fortuna, trascrisse una parola abbreviata che stava per habentia (= it. che hanno) con l’incomprensibile hunciam, che non significa niente ma che poteva evocare il tardo lat. ungula= unghia, per cui nella descrizione dello scudo arborense con l’albero verde diradicato in campo bianco, compariva sempre nelle citazioni degli storici questo errore ungulato.
Mele dimostra che nessuno, ormai in settant’anni di storia era andato a leggere l’originale e a correggere l’improvvida trascrizione, restituendo un testo assolutamente corretto e innocente, che introduce la descrizione delle armi con un grammaticalmente perfetto participio presente latino.

Ma la correzione più interessante è un’altra e riguarda un gigante della cultura italiana, l’enciclopedia Treccani, la quale nel 2008 aveva affidato a uno storico la redazione della voce su Mariano IV d’Arborea. Lo storico in questione segnalava alla cultura universale che anche Petrarca si sarebbe occupato di Mariano IV d’Arborea in una sua lettera al doge di Genova.
Mele verifica la fonte e scopre che nel testo (Familiares, XIV, Ad eosdem, exohortatio ad bellum cum externis hostibus) non si parla minimamente della ribellione dei sardi e di Mariano IV, ma dei Veneziani, gli acerrimi nemici dei Genovesi.

Infine, cade anche un altro mito: la campana della libertà.
Si tratta della campana del convento di San Francesco di Oristano, fatta fondere nel 1382, regnante Ugone III d’Arborea, che l’anno successivo sarebbe stato ucciso con la figlia Benedetta. La campana è custodita nel Museo Archeologico di Cagliari (anziché, come sarebbe giusto, a Oristano) e riporta l’iscrizione: ALPHA ET O. MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERACIONEM HOC OPVS FECIT FIERI FRATRIS CHIsTOFORI ET VENERABILIS FRATRES HELIE RENnANTE DOmiNO VGHONE IVDEX [ar]BOREE TERTIO . ANNO DOMINI MCCCLXXXII . MARCVS DE PERVSIA ME . FECIT (ed. Mele).
La presenza del sintagma Patriae liberacionem ha trasformato questa campana in una campana patriottica arborense. Così non è.
L’iscrizione non ha niente a che fare con la politica arborense.
Mele rivela che si tratta banalmente del cosidetto epitaffio di Sant’Agata, riportato in centinaia di campane italiane, francesi e spagnole, come formula di protezione e scongiuro (il velo di sant’Agata aveva fermato la lava dell’Etna che incombeva su Catania).

Ecco, la cultura non è un prodotto, è una fatica. Si fa così, in silenzio.

0 commenti su “La cultura appaltata e la cultura praticata. Dalla Deledda dorata alle armi di Mariano d’Arborea

  • È proprio il caso di ripetere con Linneo, ma applicando il suo aforisma alla Filologia, che “ Philum ariadnaeum Botanices est methodus, si ne quo chaos est res erbaria”. E di erbe cattive nella nostra tradizione storiografica ne sono cresciute fin troppe e hanno purtroppo infestato momenti importanti del nostro percorso storico.
    Ite poto narrer? Za fit ora! Ma carchi mastru, istoricu armadu de Filologia l’amos tentu puru, edd’est zustu a l’ammentare: Bacchis Remundu Motzo, allievu de su Mastru Mannu Gaetano De Sanctis. Sighìmos gai!

  • Sono scoperte/studi molto interessanti.
    La mia impressione è che si faranno strada lentamente: il mondo accademico è molto permaloso, non è facile ammettere di aver divulgato per decenni informazioni superficiali senza aver verificato le fonti.

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