Banditi e balenti: il rettore e il giornalista

Capita sempre più spesso che nei convegni che si svolgono in Sardegna, in sede universitaria e no, riemergano i fantasmi irrisolti del nostro dibattito politico e culturale, i quali continuano a esserlo anche dopo questi approfondimenti e a rimanere equivoci nell’immaginario collettivo.

Nell’ambito della “Settimana della sociologia” (5-15 novembre 2021) si è tenuto a Sassari, nell’Aula Magna della sede centrale dell’Università, un incontro dedicato al tema: Il ruolo delle sociologie nella comprensione del mutamento sociale. Il caso delle reti criminali, con la partecipazione di sociologi e di magistrati in servizio e in pensione. Moderatore il giornalista Giacomo Mameli.
Qui trovate il video.
Andate al minuto 36. Il Magnifico Rettore dell’Università di Sassari, dopo aver richiamato l’attenzione sull’incidenza dei luoghi, proprio come spazi geografici, sulla predilezione per alcuni reati e non altri, ha evocato, prendendone le distanze razionali ma non riuscendo a celare una certa condivisione emotiva, la celebre intervista a Mesina con interventi di Cossiga trasmessa nel luglio del 2005. La trovate qui.
Il rettore invita i partecipanti a riguardare quell’intervista e a riflettere sul fatto che Cossiga giudicasse Mesina non un bandito ma un balente.
Cossiga parlava dopo la grazia concessa da Ciampi.
Non sapeva nulla di ciò che il mondo seppe nel 2013, quando Mesina venne nuovamente arrestato, condannato nuovamente a 30 anni motivo per il quale da più di un anno è nuovamente latitante.
Tuttavia, già allora, ‘cionfrava’, come spesso gli è accaduto di fare, sulla sardità, sul banditismo sardo, sulle leppe ecc. ecc. Viceversa, Cossiga non cionfrò mai sul terrorismo italiano, della cui drammaticità era un profondo conoscitore, oltre ad essere il vero custode del patto con i brigatisti per tacere la verità sul caso Moro.
Oggi, nessuno dovrebbe considerare Mesina un balente, qualsiasi sia il significato che si attribuisce alla parola.
Non stiamo così giudicando l’uomo Mesina (ogni persona è il giudice più severo di se stesso e per questo anela misericordia), stiamo parlando del mito Mesina, che non deve in alcun modo essere celebrato o rievocato, perché è falso e fuorviante.

Il giornalista Giacomo Mameli ha reagito (parla subito dopo la conclusione del Rettore): «Per me Mesina era e resta un bandito».
Eppure, non solo ancora non si riesce a dirlo, ma neanche a pensarlo e si ha difficoltà perché ancora è diffusa l’idea della violenza e del malaffare come forma legittima di ribellione.
Invece, l’unica vera ribellione è la scelta del bene; la fanno in tanti, ma nessuno li celebra come eroi.

0 commenti su “Banditi e balenti: il rettore e il giornalista

  • mesina era ed è un miserabile assassino e ladro di polli attaccato al denaro, diventato mito grazie all’enfasi di mezzi di comunicazione incapaci.
    quasi peggio di lui i politicanti “de noisateros” che l’hanno introdotto in consiglio regionale quasi come un eroe
    per non dire dei dirigenti scolastici che hanno lasciato che andasse a pontificare nei licei sul rapporto fra lo stato e le classi sociali disagiate, collocandosi esso stesso nella categoria di quelli che hanno sbagliato poco e pagato tanto, sempre per colpa di altri, ovviamente
    mesina, cioccolato, annino mele, matteo boe, tutti miti creati dall’archetipo “bello e maledetto”.
    hanno creato più danni loro alla Sardegna de su buzìnu chi ddusu scàllidi

  • Esiodo Mereu says:

    Gentile Maninchedda, grazie per questo spunto di riflessione, e grazie anche al Magnifico Rettore Prof. Gavino Mariotti (che proprio oggi, con un parterre de roi che va da Casellati sino a Razzi, passando per Solinas e Sgarbi, inaugura il 460° anno accademico, secondo lo stile di datazione turritano). Ho guardato il video che Lei indica: mi ha piacevolmente impressionato il “modernariato” culturale del Magnifico Mariotti, che scova su YouTube documenti di grande importanza e li commenta da par suo, richiamando categorie antropologiche e giuridiche, con uso sapiente dei virgolettati metaforici. È una vera fortuna che l’Ateneo turritano abbia avuto questa importante svolta, nel segno di una cultura che si nutre di strumenti agile e moderni.

  • Francesco Obinu says:

    Condivido. La Sardegna è molto cambiata dai tempi della “caccia grossa”. Era facile allora ammantare di balentìa il fuorilegge, perché a tante comunità prostrate dalla miseria esso appariva il fiero vendicatore che sfidava lo Stato patrigno e vessatore. Oggi l’abito della balentìa serve a nascondere la criminalità del comportamento. Che balentìa può esserci nel praticare il traffico della droga?

  • Eja, est custa sa rivolutzione chi depimus fàghere, a seberare su bene, e no gherrare a su fura fura, a su trampa trampa, a su aprofita aprofita, a furbos e inganneris, a pedulianos e limusinadores, a disisperados e acotzadores, bendhindhe sempre libbertade e responsabbilidade e fintzas sa cusséntzia, invetze de coltivare sa menzus capatzidade umana.
    Sa sola rivolutzione est cussa de s’onestade, de sa seriedade, de sa solidariedade, de sa severidade donzunu cun isse etotu innantis de la chircare a sos àteros, ca l’ischit menzus de sos àteros ite est faghindhe, fintzas si depimus pònnere in contu chi bi cherent sas lezes (ma no fatas pro sos furbos e tramposos e aprofitadores) e sas fartas chi totugantos podimus fàghere: ma unu contu est a irballare pro sos límites chi tenimus totugantos e un’àteru a fàghere sos diabbólicos chi mancu candho irballant si currezent e no càmbiant!
    Sos eroes sunt pagos cudhos chi lis daent sa medàllia e leant in àndhias fintzas cudhos chi tenent tot’àteras ideas e fàgheres, sunt invetze medas cudhos chentza medàllia chi chircant de si campare chentza segai sa matza a is àterus e antzis azuendhe pro su bonu e pessamus a su sacrifítziu de sa zente prus úmile e modesta chi mai ant a fontomare cun númene e sambenadu e medàllias in sos líbberos de ‘istória’.
    In cantu a sos latitantes, bi ndh’at cuados e alla luce del sole: de sos primos, e segundhu ite ant fatu, si no si depent cuare ca prepotentes de donzi zenia lis cherent leare fintzas s’ària chi respirant, est craru ite pessones sunt; de sos chi campant e ingrassant alla luce del sole no cumprendhimus mai ne ite sunt e ne ite faghent: bidimus solu sa màscara, ca chie faghet su male ódiat sa lughe fintzas a dedie, e cambiamentu in su sensu de andhare unu pagu menzus, nessi unu pagu!, custa umanidade no bi ndhe podet fàghere.
    A sa Sardigna (e mancu a su mundhu) no serbit ne bandhidos e ne latitantes de peruna zenia: tenimus bisonzu de su pagu eroismu de sa normalidade, in sa lughe de su sole, chi bi est pro totugantos: tenimus bisonzu de su corazu de s’onestade fintzas pro la chircare e contivizare.

  • A Cossiga che non aveva bisogno dei suggerimenti di nessuno, bisognerebbe digli che fra sparare ai lampioni delle vie di orgosolo e uccidere uno delle forze dell’ordine ci passava un oceano. Balentia il primo e bandito l’altro . Vabbè che il mondo barbaricino è così complesso da non poterlo ridurre ad una battuta, ma il codice penale è uno!

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