I giornali e il rinverginamento

Rinverginamento. Mi pare che il primo ad usare il termine sia stato Beppe Fenoglio, quel grande scrittore che in una sola frase ha anche dipinto la condizione storica drammatica in cui in tanti viviamo; I am in the wrong sector of the right side. Stare nel peggior settore della parte giusta era la condizione di quanti si contrapponevano al fascismo ma erano costretti dalle circostanze a militare a sinistra, con le brigate Garibaldi. Ma questa è una digressione, torniamo al punto.

Il rinverginamento è un’operazione stupida di chi pensa che per essere migliori occorra dimostrare di essere puri. L’essere perfetti e inattaccabili è la veste religiosa che il potere si dà per essere indiscutibile, per divenire stabile come dio. I riti della purezza politica sono le feste laiche, le feste con le parate e le corone; il calendario liturgico della Patria.

Ieri era la festa della Repubblica e sono accadute alcune cose che i giornali, abituati in automatico alle abluzioni repubblicane, non hanno ben rilevato.

Salvini e la Meloni, quest’ultima con fare squinzio, hanno mostrato al Capo dello Stato che il Nazionalismo è una brutta bestia una volta che lo si libera. E non ci volevano due instancabili ripetitori di parole e cose sempre uguali per dimostrarlo. Bastava rileggersi Gobetti (ma questo è il problema: i cattolici non leggono Gobetti!). Dopo un cinquantennio passato a celebrare il nazionalismo risorgimentale, bastò la sua rielaborazione dannunziana a Fiume, la creazione dei simboli, degli automatismi, delle parole d’ordine, delle divise, che un demagogo fallito, buono per i titoli di un giornale, ma pericolosissimo per tutto il resto divenisse Primo Ministro. Ricorda qualcosa? Non si può giocare con la pestilenza del petto in fuori; prima o poi c’è quello che lo gonfia di più di chi ha pensato di gonfiarlo il tanto giusto da creare un po’ di clima, un po’ di retorica coesione sociale; prima o poi vince quello che lo gonfia in modo sguaiato ma più prossimo al livello medio (basso) dello spirito italico.

In Sardegna, però, ieri sono accaduti due fatti raccontati ma non capiti. I vescovi hanno fatto una messa tutti insieme il 2 giugno, alla presenza delle sole autorità sarde (Presidente della Regione, Presidente del Consiglio e Sindaco di Cagliari). Ieri non era domenica, quindi i vescovi non avevano alcuna urgenza di fare una messa. Hanno celebrato una messa il giorno della festa dello Stato e non sono andati in prefettura. Se i fatti hanno un senso, questo ne ha tanti, al punto da far impallidire qualsiasi parola pronunciata. Se lo Stato era impegnato a rinverginarsi, i vescovi hanno detto che era opportuno che si inginocchiasse per il kyrie eleison.

Il secondo fatto è stato il discorso del prof. Aldo Accardo in prefettura a Cagliari. Primo passaggio: La lotta per la libertà “non fu mai puramostrando caratteri e lati contrastanti dall’infimo al sublime, portando in sé l’impuro, cioè il reale l’imperfetto il tornaconto personale e persino la viltà e la ferocia. Già qui l’incenso della purezza rinverginante è evaporato. La grandezza (incontestabile e incontestata della Resistenza) viene sottratta a ogni sacralizzazione. Fu guerra, durissima, ferocissima e nobilissima guerra. Ma guerra, e dunque di guerra, della sua diabolica ferocia, occorre parlare il 2 giugno, non della Repubblica e del referendum che la fece nascere, perché separare questo da quella è appunto un rinverginamento.

Accardo poi, di fronte a prefetti, militari, poliziotti e magistrati, pronuncia due frasi di perfetta critica non violenta: prevaleva un’idea chiara, forte, responsabile, ricca di dignità, della politica e della democrazia. Si era consapevoli del valore della Costituzione, la quale è ricca di indicazioni e precetti la cui attuazione appare la strada maestra da seguire anche oggi di fronte a problemi gravissimi che scuotono il Paese. Penso all’art.98, per esempio. Questa frase è in perfetto stile accademico: per dire qualcosa, si fa riferimento alla norma che la disciplina. Cosa dice l’art.98 della Costituzione? Eccolo qua: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione. Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità. Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero”. Quindi Accardo ha detto al Procuratore generale della Repubblica di Cagliari che i magistrati che fanno politica, che si organizzano in partiti (altro che correnti, partiti) compiono azioni non costituzionali. Interessante.

Infine la frase di chiusura: «De Gasperi – il più grande statista italiano del dopoguerra – ricordava all’Italia il ruolo attivissimo della politica e della democrazia: È la politica che guida l’applicazione delle norme, non viceversa. Le norme davvero impositive deve essere la politica a sceglierle di volta in volta». È una frase criptica, se si pensa alla conquista culturale della sovranità della legge e alla genericità del termine “politica”, ma significa anche che una sovranità della legge astratta non esiste, perché esiste sempre un potere che la esercita e quel potere deve essere democratico e non oligarchico. Chi vi ricorda?

Ebbene, di tutto questo travaglio, che mostra che viviamo in tempi in cui i conti non tornano, nei quali l’unità dello Stato è una maschera sempre più logora, voi oggi non trovate nulla sui giornali, tutti proni alla ripetizione del rinverginamento annuale. Pannella diceva che il problema dell’Italia era l’abitudine a parlare di unità e non di unione: la prima prevede l’identità e l’omologazione dei partecipanti, la seconda la diversità e la scelta. Ma sono sottigliezze accademiche. Orsù, facciamoci vergini anche quest’anno.