I giganti di Mont’e Prama: la storia e la vergogna

Pubblichiamo la prima di cinque parti di un dossier del professor Raimondo Zucca sui Giganti, sul sito, sulle traversie burocratiche e su determinate e più che discutibili scelte politiche.

È recente il riaccendersi dell’interesse mediatico sul sito archeologico di Mont’e Prama. Si è passati dalla lezione del Professor Gaetano Ranieri nella sede sassarese della Fondazione di Sardegna, il 25 settembre u.s., a una serie ampia di articoli giornalistici della Nuova Sardegna, alla pagina della cultura del Corriere della Sera, all’universo del web (che ha visto discussioni intelligenti accanto a rozze invettive) sino all’incredibile dichiarazione di una funzionaria del Segretariato regionale della Sardegna sul profilo Facebook del Ministero dei Beni Culturali, relativa all’articolo della Nuova del 26 settembre, secondo la quale «il georadar in aree archeologiche è una grande truffa». Il segretariato MiBACT ha immediatamente circoscritto l’affermazione alla responsabilità della funzionaria, che «per errore» avrebbe postato l’intervento nella pagina del Ministeriale.

Necesse est enim ut veniant scandala  (Mt. 18.7)!

Ma Mont’e Prama non ha bisogno  di scandali!

Ripercorriamo brevemente le storie (al plurale) di Mont’e Prama.

Prima storia degli scavi La collina dalle due cime del Sinis di Cabras, detta Mont’e Prama (o Monti Prama o Monte Prama), era nota solo dal 1641 come una delle quaranta biddas beccias del Sinis, secondo la Digressiuncula de Urbe Tarro del Padre Salvador Vidal.

Bisogna attendere, tuttavia, il 31 marzo 1974, perché sulla terza pagina della Nuova Sardegna (quella della cultura) appaia un lungo articolo illustrato da fotografie in bianco e nero, firmato dal giovane A(ntonio) R(oych), in cui veniva riferita la straordinaria scoperta di un tempio punico con frammenti di statue colossali, secondo Peppinetto Atzori, allievo del Professor Giovanni Lilliu, rispondenti ad iconografie dei bronzetti nuragici dei guerrieri e degli arcieri.

E qui va ricordato che la leggenda nera dell’occultamento volontario  delle statue di Mont’e Prama per nascondere la vera storia dei Sardi è una semplice fake new: infatti, i primi frammenti di statue furono esposti nel vecchio Museo di Cagliari di Piazza Indipendenza dal Soprintendente Ferruccio Barreca sin dal 1974, immediatamente dopo la data ufficiale della scoperta, il 31 marzo 1974.

A scoprire le statue nel marzo fu un agricoltore di Cabras, Sisinnio Poddi, che le rinvenì nei bassi muretti a secco che delimitavano il terreno della Confraternità del Rosario della Rettorìa di Santa Maria di Cabras, oggi amministrato dalla Curia Arcivescovile di Oristano.

Così arrivarono le statue al Museo di Cagliari e si iniziò a progettare uno scavo nel sito.

Il primo scavo Ma la burocrazia ci mise la coda e dal marzo 1974 si dovette attendere il dicembre 1975 per la prima indagine archeologica nel sito, affidata dal Soprintendente Barreca al suo ispettore protostorico Alessandro Bedini e al brillante allievo di Lilliu, Giovanni Ugas.

Lo scavo rivelò una strada funeraria, tombe individuali a pozzetto e alcuni frammenti delle statue.

Poi scese il silenzio, risvegliato da un pezzo giornalistico (su L’Unione Sarda dell’agosto 1976) in cui si ascriveva con certezza ad ambito nuragico dell’VIII secolo a.C. il complesso statuario e i resti architettonici.

Lo stesso Lilliu in un sopralluogo del 4 gennaio ed in uno scavo archeologico dell’8 gennaio 1977 acquisì dati archeologici di straordinaria importanza  e nuove statue, gli uni e gli altri confluiti in un celebre articolo, nella rivista Studi Sardi, dal titolo Dal betilo aniconico alla Statuaria nuragica.

I trattori e le polemiche universitarie Il 1° novembre 1977 segnalai all’ispettore onorario di Oristano, professor Peppetto Pau, lo scavo con trattori dell’area di Mont’e Prama. Su autorizzazione del Soprintendente, la Guardia di Finanza e l’ispettore onorario salvarono dal furto da parte dei clandestini le due grandi statue (di un arciere e di un “pugilatore”) messe in luce dai trattori.

Apriti cielo! Subito dopo iniziò un feroce conflitto, articolato in immancabili comunicati stampa, tra il Comitato per la tutela dei Beni culturali della Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari, che  censurava l’intervento della Finanza e dell’ispettore onorario P. Pau,  e la Soprintendenza, che invece lo difendeva.

Il secondo scavo L’importanza dei rinvenimenti portò ad un nuovo scavo di due settimane a Mont’e Prama, nel piovoso dicembre 1977, guidato da Maria Luisa Ceruti, per l’Università di Cagliari, e da Carlo Tronchetti per la Soprintendenza, che diede risultati eccezionali, con scoperte di una situazione archeologica, interpretata come gradini di un tempio, e di numerosissimi frammenti di statue.

Il terzo scavo Il nuovo scavo, programmato subito dalla Soprintendenza, ebbe luogo solo nel 1979, tra luglio e ottobre, con la direzione di Carlo Tronchetti, insieme ai giovani archeologi Emina Usai, Paolo Bernardini e il sottoscritto, allora studente dell’ultimo anno di Lettere classiche con orientamento archeologico, per volontà del mio Relatore, il professor Barreca.

A quel lungo scavo, che rimembro con nostalgia, non partecipò nessun professore dell’Università di Cagliari!

La Soprintendenza musealizzò i frammenti più rappresentativi delle statue di Mont’e Prama nel museo cagliaritano e perorò, presso il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, i fondi per il restauro delle sculture, senza ottenere il becco d’un quattrino.

In ogni caso libri, articoli, ricerche sulla statuaria di Mont’e Prama furono diffusissimi, sicché si ebbe un’ampia cognizione della scoperta, con interventi in particolare del Professor Lilliu (anche con la Memoria Lincea sulla grande statuaria nuragica del 1997) e del Direttore del Museo di Cagliari Carlo Tronchetti.

Finalmente al principio del 2005 il Presidente della Regione Soru, in una visita al Museo di Cagliari, vide i frammenti di statue e si informò del mancato restauro.

Così Soru con l’Accordo di Programma Quadro (APQ) MIBAC e RAS stabilì il finanziamento di 1.200.000,00 Euro (lievitato successivamente a 1.600.000 euro) per il restauro delle sculture di Mont’e Prama, che si sviluppò nel Centro di restauro di Li Punti tra il 2007 e il 2011, facendo nascere nel 2005 l’espressione Giganti per queste statue di oltre 2 metri di altezza  (Lilliu preferiva parlare di kolossòi in greco, ma il concetto è lo stesso).

Era, in qualche modo, già tempo di siti web e di social, da quello ufficiale Prend’e Zenia del Centro di Restauro di Li Punti (della Soprintendenza) ai più sgangherati blog su M. Prama.

Così nacque un interesse generale su Mont’e Prama con foto e notizie sugli organi di stampa nazionali (come La Repubblica, Il Corriere) e internazionali (come The Guardian), e con annessa affermazione di una rinascita dell’orgoglio  dei Sardi di fronte a questa eccezionale scoperta archeologica.

Naturalmente si pensò nuovamente agli scavi: noi superstiti dell’impresa di scavo del 1979 accompagnammo sul posto i nostri eredi della Soprintendenza, e in particolare Alessandro Usai, per mostrare ciò che vedemmo nel 1979 e negli anni precedenti.

La soprintendenza, retta da Marco Minoja, chiese  ed ottenne da ARCUS SPA (una società ad intero capitale pubblico del MIBAC) un finanziamento per l’itinerario fenicio UNESCO comprendente Tharros e Mont’e Prama (!!).

Le Università di Cagliari e di Sassari parteciparono, rispettivamente con Gaetano Ranieri, ordinario di geofisica, e me, ordinario di Storia e Archeologia del Mediterraneo antico, al Bando Regionale sulla Ricerca (L.R. 7 /2007 del 2012), ottenendo 200.000 euro per la ricerca su Monte Prama, comprendente l’analisi geofisica e lo scavo archeologico, insieme alla Soprintendenza di Cagliari. (Continua)