Informazione, Politica

Giornali perduti e coscienze confuse. La Nuova Sardegna sotto le trentamila copie

Sono stati diffusi i dati delle vendite dei giornali quotidiani nel marzo 2019 rispetto al marzo 2018.
Sia quelli nazionali italiani che quelli locali perdono numerosi lettori.
L’unico che ne guadagna è Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, un giornale di opposizione al Governo che riesce a dire cose importanti senza compromettersi con nessuno e senza offendere nessuno. Se si vuole capire, per esempio, la politica estera senza essere condizionati dal provincialismo subordinato di quella italiana, bisogna leggere Avvenire. Se vi vogliono leggere non solo notizie infauste, ma anche resoconti del bene realizzato da tanti in tanti luoghi, bisogna leggere Avvenire.
Vanno malissimo tutti i giornali che hanno fatto dell’estremizzazione il loro mercato: nessuno di quelli che gridano ogni giorno qualcosa contro qualcuno vende una copia in più rispetto all’anno precedente.
C’è dunque un’evidenza: il giornale strumentale, quello usato come una clava per ‘giocare’ comunque un ruolo, il giornale non come ‘contropotere’ ma come ‘potere’, il giornale che ‘detta la linea’ piuttosto che servire il diritto all’informazione del lettore, il giornale dello ‘scandalo’ e non del ‘fatto’, il giornale delle indiscrezioni e non delle verifiche, questo giornale è fallito, sconfitto dalla Rete che nutre con più potenza della carta stampata queste perversioni politiche.
Il problema generale è che mentre le democrazie uscite dalla Seconda Guerra Mondiale si preoccuparono, nel secolo scorso, per giusta reazione ai regimi totalitari, di garantire il pluralismo dell’informazione pensando in questo modo di garantire la migliore delle condizioni perché ogni cittadino si formasse un’opinione con spirito razionale e critico, alimentato appunto dal confronto, oggi non c’è alcun luogo, dalla scuola all’università, che educhi allo spirito critico, in un contesto nel quale la politica è veicolata non dalla parola e dal pensiero scritti, ma dalla parola pronunciata e dall’immagine prodotta e vista.
Gli Stati oggi dovrebbero garantire, insieme ai diritti propri del pluralismo e della libertà di pensiero e di stampa, i diritti del cittadino ad una giusta informazione. Ma la malattia dell’egemonia, la lusssuria del dominio dell’uomo sull’uomo, il miraggio dell’osanna del popolo, non fa vedere queste cose, soprattutto in Italia dove in assenza di gloria è più diffusa e praticata la vanagloria. La politica è diventata esplicitamente competizione per la manipolazione. In questo quadro i giornali servono, ma si deve capire che non servono i giornali che ripetono se stessi, i giornali privi di cultura, grigi, appesantiti dalle abitudini e dalle presunzioni di essere qualcosa; come non servono i giornali militanti, quelli che dettano la linea, che pongono le condizioni, che filtrano ciò che si deve dire da ciò che non si deve dire in nome dellla causa e della cassa. Questi due modelli hanno perso tutto per l’informazione nella Repubblica italiana: sia la cassa che la causa.
In questo quadro è drammatico vedere per la prima volta un quotidiano sardo, La Nuova Sardegna, scendere notevolemente sotto le trentamila copie. Ci si può consolare dicendo “Mal comune mezzo gaudio”, ma se si continua a perdere 3000 lettori all’anno, prima o poi, anche in questo caso, resta sicuramente il ‘mal’ e va via ogni ‘gaudio’.
O ci si abitua ad essere un contropotere al servizio dell’uomo, o si possiede un’idea esigente del destino dell’uomo, o si è pronti al dolore e al sacrificio per dire ciò che serve, o non si compete con Instagram.
Non si può essere il giornale di Sassari e non raccontare il potere di Sassari. E non si può raccontare il potere ed evitare accuratamente di raccontarne non solo i meritevoli allori, ma anche la rogna e la scabbia. Non si può essere il giornale di Sassari e non raccontare il disagio di Sassari, la bellezza di Sassari, il bene di Sassari, le opere grandi e piccole che ogni giorno animano la città. Non le amicizie, le relazioni, le complicità culturali o pseudo tali fanno un giornale. Un giornale viene acquistato se ancora ha rispetto per la varietà e il mistero di quell’impasto di bene e di male che è l’umanità, se sa che non è lui che ‘fa’ la realtà, ma che deve essere lui a servirla, a raccontarla. Non la presunzione di possedere la narrazione che fa sintesi di tutto, traccia la rotta e riconduce sulla retta via i dissenzienti. Un giornale parla della visione dell’uomo di chi lo fa, della sua bontà, della sua giustizia, del suo senso del dovere, della sua ostilità all’inganno, della sua disponibilità a capire gli altri e a raccontarli. La fortuna di un giornale è la sua visione: più è ampia più è apprezzata; più è ridotta a calcolo e mestiere, più è ignorata.
Non c’è di che rallegrarsi, dunque, dello sfondamento al ribasso della soglia delle 30000 copie, perché rimane una domanda esigente e drammatica: come si sta formando la pubblica opinione? A scuola? Nelle università? Sui libri? No, la pubblica opinione, come in tanti avevano predetto, si sta formando al supermercato, su Google, su Amazon, su eBay: tutto è commerciale, commerciabile e rapido. Non c’è tempo per leggere e imparare a pensare.
Per resistere contro tutto questo faccio quel che posso da professore (e ho fatto tutto il possibile da politico): insegno a capire, a leggere in profondità, ad amare il silenzio e in silenzio, a non essere travolti dal desiderio di possesso di persone e cose, a sapersi opporre anche da soli, se serve, a sapere anche rimanere soli, se serve, come fecero tanti uomini. Con una certezza: intorno agli uomini e alle donne semplicemente giusti tanto quanto la loro umanità glielo permette, più o meno noti e celebrati, canterà sempre una melodia che, come sappiamo, vince e vincerà di mille secoli il silenzio.