È morto un compagno invisibile

ecodi Paolo Maninchedda
Oggi ho letto la notizia della morte di Umberto Eco. È stato uno degli autori che ha accompagnato molti anni della mia vita. Non mi interessavano i suoi studi semiologici. Mi interessava il suo mestiere di intellettuale. Mi interessava la sua libertà (non solo accademia nella sua vita, ma anche giornalismo, Rai, fumetti, donne, romanzi, musica, sogni, avventure, politica ecc.).
Tra i tanti articoli commemorativi presenti sulla rete, mi pare che questo meriti la palma del migliore.

Da http://www.cinquantamila.it/ , a cura di Giorgio Dell’Arti, Catalogo dei viventi

 Alessandria 5 gennaio 1932. Scrittore. Filosofo. Semiologo ecc. «Sono disperato per il fatto che ho ancora una posizione di rilievo all’Università, dirigo due collane editoriali, ho una rubrica su un settimanale e cose del genere. Perché qualcuno non mi ha ancora fatto fuori? Dove sono quelli che dovevano uccidermi almeno vent’anni fa come abbiamo fatto noi con i nostri padri? Che pena, che vergogna…».

 • Figlio di Giulio (contabile) e Giovanna Bisio. Laurea in Filosofia nel 1954 all’Università di Torino. Nel 1961 fu tra i fondatori della rivista Marcatré, nel 1967 della rivista Quindici. Fu membro del Gruppo 63 (movimento d’avanguardia che voleva riformare i criteri espressivi del romanzo). «La sera non andava in via Veneto come Eugenio Scalfari. Non era di casa all’Einaudi di via Biancamano come Italo Calvino. Lui, in quegli anni Cinquanta di ricostruzione materiale e di passioni ideali, saliva al passo della Mendola, per il campo-scuola dell’Azione cattolica. Dove, tra scherzi adolescenziali, “cuscini sventrati, complicati e ingegnosi giochetti idraulici a base di porte, spago, sistole e diastole”, sognava di cambiare il mondo: “Il mondo ai campiscuola non si rivoluziona, ma si pongono le premesse per farlo un giorno, chissà, attraverso una rivoluzione cristiana, di quelle senza ghigliottina, ma capaci di imporre una robusta sventola alla storia”. L’autore di queste note era un ragazzo di 21 anni di Alessandria, amante del Medioevo, appassionato di gialli» (Marco Damilano).

 • «C’è della gente che è appassionata di alpinismo, altri di corse di cani, e io sono appassionato del Medioevo. La verità è che ho avuto un meraviglioso professore di filosofia al Liceo, Giacomo Marino, che aveva fatto una splendida lezione su san Tommaso, e san Tommaso mi era così rimasto impresso nella mente quando sono andato all’università. Poi all’epoca militavo nella Gioventù Cattolica; non è che questo mi abbia spinto a studiare Tommaso per ragioni ideologiche, che anzi mi rifacevo più a Emmanuel Mounier che a neotomisti come Maritain (con cui sono molto severo proprio in questa mia raccolta); ma è che frequentavo abbazie» (ad Alessandro Zaccuri) [Avv 21/12/2012].

 • «Sono un fallito. Da piccolo, prima volevo fare il bigliettaio del tram, perché avevano delle bellissime borse a dieci scomparti con mazzetti di biglietti di vario colore. Non come ora, che si entra nel metro infilando il biglietto in una macchinetta automatica. Un po’ più tardi avrei voluto diventare generale (sotto il fascismo, il modello era il guerriero) e invece, fatto il servizio militare, sono andato in congedo col grado di caporale maggiore di fanteria distrettuale.  Come se non bastasse, negli anni Sessanta ho collaborato a fondare il Comitato per il Disarmo atomico. Ma so che la mia vera ambizione sarebbe stata quella di fare il pianista di pianobar. Sino alle due o tre di notte, la sigaretta all’angolo delle labbra, un whisky, e via a suonare Smoke gets in your eyes e Time passing by. È andata proprio male. Beh, pazienza. Da piccolo volevo anche scrivere romanzi.  Ho iniziato così. Prendevo un quaderno, e scrivevo il frontespizio. Il titolo era di tipo salgariano, come I corridori del Labrador o Lo sciabecco fantasma. Poi scrivevo in basso il nome dell’editore, Tipografia Matenna (audace sintesi di “matita e penna”). Quindi procedevo a collocare ogni dieci pagine una illustrazione sul tipo di quelle di Della Valle o Amato per le edizioni di Salgari. La scelta delle illustrazioni determinava la storia che avrei dovuto poi costruire. Di questa scrivevo alcune pagine del primo capitolo. Ma per fare qualcosa di editorialmente corretto, scrivevo a stampatello, senza potermi consentire correzioni. Ovvio che dopo alcune pagine abbandonassi l’impresa. Così sono stato, a quell’epoca, solo l’autore di alcuni romanzi incompiuti. Per il resto, come è noto e documentato, più tardi mi sono occupato solo di saggistica sino a quasi cinquant’anni. Come mai a un certo punto, improvvisamente, ho scritto il mio primo romanzo? Sono stufo di sentirmelo domandare e ogni volta ho dato una risposta diversa (tutte ovviamente false). Diciamo che l’ho fatto perché me ne era venuta la voglia, e se questa non le pare una buona ragione, allora non capisce niente di letteratura. Insomma, l’ho scritto e basta. E quindi ho vendicato la mia infanzia di romanziere incompiuto».

 • «Dopo il successo del Nome della rosa, editori di vari paesi sono andati alla ricerca di miei libri precedenti che non erano stati tradotti. Il mio primo libro, il Problema estetico in Tommaso d’Aquino (Edizioni di Filosofia, 1956, poi ristampato da Bompiani nel 1970), era stato la mia tesi di laurea, e ne erano state stampate, credo, trecento copie da una casa editrice universitaria. Di colpo è stato tradotto nelle lingue principali. In America è uscito dalla Harvard University Press, in Francia dalle Presses Universitaires, insomma nei posti più concupibili. Ebbene, sono stato più contento di queste traduzioni che di tutte le copie del Nome della rosa o dei romanzi successivi».

 • «Sono stato il primo a scrivere seriamente di fumetti. Ma che i miei romanzi dovessero diventare prodotti accessibili alle masse non mi era mai passato per la testa. Tanto è vero che quando finii Il nome della rosa pensavo di darlo alla Biblioteca Blu, una collana di Franco Maria Ricci che tirava tremila copie».

 • «In Rai entrai per caso. Durante l’estate avevo finito la tesi, ma non mi ero ancora laureato perché era settembre, troppo presto per la sessione di laurea. Era ancora aperto il bando di un concorso per telecronisti e un tale della radio lo segnalò a me, a Furio Colombo, a Gianni Vattimo e a Michele Straniero. Ricordo che tutti rispondemmo che non ce ne importava nulla di diventare telecronisti, ma ci fu fatto osservare che era un modo per entrare in Rai. Ci presentammo. Prova scritta di un articolo giornalistico, e poi mi trovo in uno studio buio con una sola piccola luce, e voci misteriose che venivano dall’alto (una era quella di Vittorio Veltroni, il padre di Walter, che allora dirigeva il telegiornale). Mi chiesero come avrei organizzato una trasmissione televisiva di poesia. Io di televisione non ne avevo quasi mai vista, salvo un dieci minuti in qualche bar, quindi lavorai di fantasia.  Dissi che avrei fatto recitare versi di Montale, quelli con la muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglie, e sullo schermo avrei fatto carrellare la camera per certi sentieri della Liguria, dove ci sono la muraglia e i cocci sotto il sole che abbaglia. Credo che nessuno avesse mai tentato alla tivù trasmissioni di poesia, e quelli là in alto furono abbacinati dalla mia idea. Fui ammesso, e con me Colombo e Vattimo, che aveva appena dato la maturità. Straniero no, non so per quali ragioni. Fu un’ingiustizia, perché tra noi quattro il vero uomo di spettacolo era lui.  Ci siamo trovati con quelli che sarebbero poi diventati i telecronisti famosi degli anni successivi, Tito Stagno, Adriano De Zan, Sparano, Oddo e quel personaggio incredibile che era Carlo Mazzarella. Per tre mesi abbiamo avuto maestri bravissimi, come Pier Emilio Gennarini e Umberto Segre. Mi mandarono alla segreteria artistica. Era il posto dove si faceva il palinsesto, dove cioè si raccoglievano e smistavano tutte le informazioni concernenti i programmi e quindi un punto d’osservazione centrale per capire tutto il meccanismo della tivù. Eravamo i veri autori di moltissimi testi, perché riscrivevamo quelli degli esterni raccomandati che invece apparivano come gli autori. Ma ho imparato un sacco di cose, ho incontrato musicisti come Berio e Maderna, ho vissuto in mezzo agli attori.  Lavoravo con quel gran personaggio che è stato Ferdinando Ballo (quello delle edizioni Rosa e Ballo, che durante la guerra ha fatto conoscere tanta letteratura mondiale in Italia), e nel suo studio mi capitava di incontrare, che so, Brecht o Strawinskij. Eravamo i funzionari giovanissimi, ed era naturale che poi andassimo a ballare con le nostre coetanee, che erano appunto attrici, indossatrici, ballerine, cantanti…

 Erano celebri le nostre serate settimanali in un piccolo appartamento con terrazzo che condividevo con altri due amici: il meglio della intellighenzia milanese (poeti, filosofi, artisti) e della grazia femminile (cioè tutte quelle fanciulle che gli altri vedevano sullo schermo e basta).  Si beveva Cuba libre, cioè Coca Cola e rum, perché era la cosa che costava di meno. Prendevo sessantamila lire di stipendio. Meno male che in quegli stessi anni passavo molte sere a studiare, per prepararmi lentamente alla libera docenza. Lavoravo alla sera e mi divertivo di giorno. Ma, ripeto, ho visto la televisione dall’interno, ne ho seguito tutti i meccanismi, per questo sono stato poi tra i primi a scrivere di comunicazione di massa, perché facevo teoria in base a una esperienza concreta. Un giorno Ottiero Ottieri, che era nipote di Valentino Bompiani, mostrò all’editore alcune cose che avevo scritto.  Bompiani aveva bisogno di rinforzare la redazione e mi ha mandato a chiamare. Ho cominciato a lavorare per la casa editrice mentre facevo il soldato. Mi sono trovato subito a dover curare la collana “Idee nuove”, quella di filosofia, ed ero felice. Inizialmente lavoravamo insieme a Paolo De Benedetti, che ora fa l’ebraista a tempo pieno, e a Sergio Morando, che non c’è più. Tutti e tre piemontesi, e Bompiani, che era marchigiano, ci diceva che non si era reso conto di essersi messo in casa una mafia piemontese, ma poi ne sono passati tanti altri in casa editrice.  Tra gli scomparsi, Nanni Filippini e Antonio Porta, che noi conoscevamo col vero nome, Leo Paolazzi. Tanti anche gli scomparsi di altre case editrici: Mario Spagnol, Eric Linder, Luciano Bianciardi, transfuga editoriale e traduttore di ventura. Si rincorreva ancora la voce, la “dritta”, sul capolavoro ignoto, si cercava di catturare l’opzione. Giravano dei grandi vecchi, ho persino fatto in tempo a vedere Gaston Gallimard. La frenesia era tale che un giorno, a colazione, Valentino Bompiani, Paul Flamant, forse Rohwolt e non ricordo chi altro si sono detti che se avessero inventato un autore tutti si sarebbero messi a cercarlo.

E hanno inventato Milo Temesvar, che aveva appena scritto Let me say it now, per cui l’American Library aveva versato un anticipo di 50.000 dollari (dei primi anni Sessanta). Bompiani torna dalla colazione, racconta la storia a me e a Morando, e noi cominciamo a girare stand per stand, chiedendo con aria sorniona notizie di Temesvar. Verso le sei di sera tutta la Fiera era in fibrillazione. Alle otto, a una cena, Giangiacomo Feltrinelli (non ho mai capito se per scoraggiare i contendenti e avere spazio libero per la sua caccia, o perché se ne era davvero convinto) afferma: “Lasciate perdere Temesvar. Ho già acquistato io i diritti mondiali”» (da un’intervista di Laura Lilli). «Quello che mi affascina nello scrivere un romanzo è passare, come mi è capitato sinora, minimo sei anni e massimo otto a cercare fonti e a scoprire aspetti di un mondo lontano. Se dovessi scrivere una storia d’amore che ha luogo nel presente, non avrei bisogno di fare alcuna ricerca e troverei la cosa estremamente deludente, per cui in sostanza scrivo romanzi storici perché mi diverte di più.  A parte il fatto che Il pendolo di Foucault (Bompiani, 1988), anche se ha delle ampie panoramiche di carattere storico, si svolge nel presente, dove a mio parere vengono toccati alcuni problemi importanti del mondo politico attuale, come la sindrome del complotto e così via.   Fatta questa precisazione, il primo fine che mi pongo quando scrivo un romanzo storico, come è stato nel caso de Il nome della rosa, de L’isola del giorno prima (Bompiani, 1994) e di Baudolino (Bompiani, 2000), è di ignorare completamente il presente per cercare di capire quel mondo. Tuttavia ogni lettura storica, anche quella fatta dallo storico più rigoroso, è sempre una lettura in prospettiva.  Come diceva Croce, la storia, nel senso della storiografia, è sempre contemporanea. Comunque noi che guardiamo a un tempo lontano non possiamo evitare di vederlo con i nostri occhi di contemporanei. Vale a dire che ci sono certe cose che istintivamente mettiamo a fuoco, mentre ne lasciamo cadere delle altre. In questo senso, mettendomi a raccontare di un mondo lontano, magari senza accorgermene, talora invece accorgendomene persino con una certa malizia, posso mettere a fuoco delle cose che parlano direttamente ai contemporanei.  Certe volte mi è accaduto di trovare il lettore che vedeva dei riferimenti al presente che io non avevo in mente, ma proprio attraverso una lettura più sensibile si poteva riscontrare un’analogia con i tempi nostri. Per fare un esempio, scrivevo Il nome della rosa, dove il mio unico interesse era mettere in scena una complessa trama poliziesca all’interno di un’abbazia, che poi ho deciso di situare nel Trecento perché mi erano capitati alcuni documenti estremamente affascinanti sulle lotte pauperistiche dell’epoca.  Nel corso della narrazione mi accorsi che emergevano – attraverso questi fenomeni medievali di rivolta non organizzata – aspetti affini a quel terrorismo che stavamo vivendo proprio nel periodo in cui scrivevo, più o meno verso la fine degli anni Settanta.  Certamente, anche se non avevo un’intenzione precisa, tutto ciò mi ha portato a sottolineare queste somiglianze, tanto che quando ho scoperto che la moglie di Fra’ Dolcino si chiamava Margherita, come la Margherita Cagol moglie di Curcio, morta più o meno in condizioni analoghe, l’ho espressamente citata nel racconto. Forse se si fosse chiamata diversamente non mi sarebbe venuto in mente di menzionarne il nome, ma non ho potuto resistere a questa sorta di strizzata d’occhio con il lettore» (da un’intervista di Alessandra Fagioli).

• «Fra le prime cose che vanno dette di Eco è che si tratta di un semiologo. La semiotica studia i modi in cui funzionano i segni e i modi in cui le persone comunicano fra loro. E per una serie di ragioni anche generazionali, alla fine degli anni Cinquanta Eco si è trovato nella posizione migliore per capire che al dibattito italiano mancavano gli strumenti analitici per cogliere gli effetti culturali e sociali del boom economico imminente. Con un lavoro su più piani – come teorico e come autore televisivo, come giornalista e come consulente editoriale – ha portato in Italia quel che in Italia non c’era ancora: i primi vagiti dello strutturalismo e poi i fondamenti della nuova scienza semiologica, fino a imporre la significazione e la comunicazione come gli argomenti centrali della fine del Novecento.

Flautista e giocoliere della parola, apocalittico e integrato, cattolico impegnato e poi intellettuale laico, autore ed editore, scrittore e traduttore, giornalista (una vocazione poco esplorata, ma sicura), televisivo (come fenomenologo di Mike Bongiorno) e non televisivo (compare in tv solo come intervistato, e rarissimamente), viaggiatore e provinciale, moralista e umorista, incendiario e pompiere, strutturalista e antistrutturalista, cane sciolto e star, ragazzo e settantenne…:  spesso le tessere del puzzle di Eco funzionano su entrambe le facce, nei confronti del romanzo, per esempio, non si sa se sottolineare più l’aspetto di studioso della narrazione (ovvero narratologo) o l’aspetto di narratore. Il suo esordio con Il nome della rosa (Bompiani, 1980) ha rivelato a un pubblico di inopinata vastità e globalità quello che già i lettori dei suoi saggi subodoravano: che una delle caratteristiche di Eco è la capacita di raccontare in modo avvincente.  Dagli amati autori medievali dei suoi studi universitari, Eco ha acquisito l’arte di costruire exempla e la storia di Adso da Melk è stata letta con lo stupore e il gusto con cui, in una celebre pagina, lo stesso Adso guarda al portale della basilica e ammira la sapienza figurativa e allegorica dell’anonimo artista. In realtà c’è un elemento che attraversa tutte queste tessere e fa capire che fanno parte dello stesso puzzle.

Qualche anno fa, dopo aver assistito a una lezione di Eco sul cabalismo cristiano al Collège de France, Alain Elkann commentò: “Sai, Umberto, a vedere lezioni così c’è veramente da imparare qualcosa…”. Succede infatti che le lezioni di Eco mettano la voglia di studiare, ed evidentemente non la mettono soltanto a chi è in età di università ma possono farla tornare anche a scrittori e intellettuali. Pochi leggerebbero un libro sul cabalismo cristiano, ma pochi non avrebbero voglia di averlo letto quando lo sentono commentare da Eco» (Stefano Bartezzaghi). In gioventù fu fidanzato di Enza Sampò: «Sembravamo i fidanzatini di Peynet.

Enza Sampò: “Umberto era talmente lontano dall’idea del successo che per gioco fece la comparsa nella Notte di Antonioni. Io di politica non sapevo nulla, lui me ne parlava sempre. Un giorno incontrammo un corteo socialista e Umberto mi diede una lezione di lotta di classe, rivoluzionaria più che riformista: non bisogna aiutare l’operaio a spingere il carro, meglio che capisca quanto è sfruttato; solo allora si ribellerà. La cosa mi colpì: io ero stata educata dalle salesiane di Maria Ausiliatrice, sapevo che lui veniva dall’Azione cattolica, non lo pensavo così. Mi faceva leggere Moravia e Nabokov.  Ma quando mia madre mi trovò in camera La noia e Lolita si infuriò e insistette perché lo lasciassi. Allora lui le scrisse una lettera molto bella, per dirle che era importante per me leggere tutti i libri, anche quelli. Finì perché non è facile essere la donna di un genio. E Umberto già allora era geniale; anche troppo, per me. Mi sentivo inadeguata, non abbastanza colta, non alla sua altezza».

• È sposato dal settembre 1962 con la tedesca Renate Ramge, insegnante d’arte. Due figli, Stefano e Carlotta e due nipoti.

• Altri titoli cult: Opera aperta (Bompiani, 1962, modificata poi nel 1967 e nel 1976), Diario minimo (Mondadori, 1963: contiene La fenomenologia di Mike Bongiorno. Modificata nel 1975), Come si fa una tesi di laurea (Bompiani, 1977). Da ultimo Storia della bellezza (2004), A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico (2006), Storia della bruttezza (2007), Vertigine della lista (2009), Scritti sul pensiero medievale (2012), Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013), tutti editi da Bompiani.

• Nel 2014 è stato pubblicato il primo di tre volumi di un manuale di storia della filosofia per gli studenti liceali che Eco ha curato insieme a Riccardo Fedriga: Storia della filosofia. Dall’antichità al medioevo (Laterza ed Encyclomedia Publishers). «Ho rischiato, al liceo, di dover studiare sull’orrendo e incomprensibile Lamanna, ma per fortuna ho avuto uno splendido professore di filosofia che ci aveva fatto comprendere come la filosofia si sviluppasse in un più vasto ambiente culturale. Ho sempre sognato un manuale di filosofia che legasse la filosofia al suo ambiente culturale. All’università, poi, ho avuto la fortuna di avere come professore Abbagnano e sono cresciuto sulla sua storia della filosofia (all’Abbagnano-Fornero ho poi anche collaborato)» (ad Antonio Gnoli).

• Scrive, una settimana sì e una no alternandosi con Eugenio Scalfari, la rubrica in ultima pagina dell’Espresso (“La bustina di Minerva”).

• Nel 1976 comprò e ristrutturò un ex convento a Monte Cerignone (Pu), vicino Montefeltro, dove passa le sue estati.

• Colleziona bastoni da passeggio.

• Per i suoi ottant’anni ha tagliato la barba lasciando solo i baffi. «La barba l’ho tolta nel 1990, quando andai alle isole Fiji per scrivere L’isola del giorno prima. Volevo vedere i coralli marini e la barba non mi permetteva di tenere aderente al viso la maschera. Poi me la sono fatta ricrescere per colpa di Moravia. Durante la sua commemorazione tutti i fotografi mi inseguivano per farmi le foto senza barba. E allora l’ho fatta ricrescere. Adesso me la sono tolta nuovamente, perché ho la barba tutta bianca e i baffi neri e nelle foto sembravo Gengis Kahn incazzato» (ad Antonio Gnoli).

 Giorgio Dell’Arti

Catalogo dei viventi 2015 (in preparazione)

scheda aggiornata al 14 aprile 2014

da Lorenzo Della Chiara