Politica

Come è finita Ottana?

L’Assemblea di Ottana è stata più percepita che descritta come un evento importante della vita politica sarda.
Il motivo della difficoltà incontrata a raccontarla da parte di media è che era ed è rimasta fuori dagli schemi.
Si potrà dire che si sono sentite tante vecchie lamentele, tante vecchie tentazioni a descrivere i problemi senza sapere come risolverli, ma il cuore dell’evento è stata la sua natura popolare, la sua natura trasversale, la sua consapevolezza diffusa di voler cambiare profondamente le cose (bisogna riconoscere che il direttore dell’Unione se n’è accorto).
Tutti hanno maturato la convinzione che ciò che oggi le leggi permettono per la Sardegna, cioè ciò che è possibile a leggi vigenti, non è ciò che è giusto per la Sardegna.
Tutti hanno capito che lo sviluppo per la Sardegna passa per i poteri necessari allo sviluppo.
Tutti hanno capito che lo sviluppo non è una questione di spesa, ma di libertà e di possibilità di regolare le scelte che incidono sullo sviluppo: fisco, tariffe, trasporti, istruzione, diritti della persona rispetto ai poteri degli apparati dello Stato.
Tutti hanno ben capito che mentre ci si occupa di queste grandi questioni occorre soccorrere subito il bisogno di redditi che si avverte in alcune aree della Sardegna. Prima e subito occorre soccorrere il bisogno.
L’assemblea di Ottana si è conclusa con un voto: la decisone di convocare l’Assemblea del popolo sardo, un grande evento extraistituzionale che unisca popolo e istituzioni per ottenere più poteri e interpretare più responsabilità.
Il Popolo Sardo di fronte allo Stato italiano, questa la frontiera nuova che Ottana ha disegnato.
Alcuni lo hanno già capito.
Abbiamo già due richieste, per la Gallura e per l’area di Sedilo, per dedicare assemblee pubbliche popolari, ampie e a schema completamente libero, alla subordinazione dei paesi alle grandi aree urbane della Sardegna e al latte.
Ecco, questa è rivoluzione pacifica: prima tutti uniti, dai liberali ai laburisti, contro il recinto di inibizione al governo dei nostri interessi che l’Italia ha costruito intorno a noi (tra i quali la negazione del dato evidente dell’insularità), poi diversi rispetto alle nostre  articolazioni culturali interne. Prima ci contiamo uniti nel confronto con l’Italia, poi avremo tempo di differenziarci tra noi, ma dopo. Prima liberi di dimostrare che sappiamo governare lo sviluppo dei nostri diritti e delle nostre ricchezze.
Chi ancora si affida ad articolazioni della politica italiana, centrosinistra, centrodestra ecc., non capisce ciò che sta accadendo per strada.
Sì, siamo folk e ne siamo orgogliosi.