Politica

Annunci, fatti, dialettica e comunicazione politica

poteri fortidi Paolo Maninchedda
L’articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera sulla vicenda del Qatar è un esempio delle dinamiche tra il potere formale (le istituzioni) e il potere informale (il denaro, le banche, le alleanze, le lobbies e, ultima nel gradino della legalità, la malavita).
Nella sostanza, mentre una Regione, la nostra, che per noi è il nostro Stato, d’intesa col Governo italiano, costruisce una modalità di accordo regolato con un grande investitore, il più grande giornale italiano entra a gamba tesa, con informazioni parziali, a far capire con chi sta nel tavolo negoziale. Questa è l’Italia. Io sono perché si trovi un accordo con il Bambin Gesù e con la Qatar Foundation (senza alberghi) e combatto gli spiriti corporativi di certi settori della Sardegna che dinanzi a ogni possibile innovazione si schierano non con i pazienti ma con le strutture, con su connotu sanitario; ma combatto anche e fortemente la pretesa dei poteri forti di sostituirsi ai soggetti legittimati a questo negoziato.
Tuttavia, dalla vicenda c’è da imparare, non foss’altro perché conoscendo più da vicino certi argomenti, mi vado convincendo che quota parte degli errori di diverse Giunte precedenti nacque proprio da un eccessivo ossequio a poteri esterni, locali e italiani. E allora la domanda è: come si combatte dialetticamente con il sistema finanza-informazione? Perché una cosa è certa: o si combatte o si soccombe. Io sono per combattere, ma per combattere bisogna comunicare e io sono in colpa, visto che sto aggiornando il sito con grande difficoltà. Per combattere con i giornali bisogna usare la piazza, cioè internet.
Tuttavia, non si può raccontare tutto mentre si negozia, a meno che non si voglia far fallire i negoziati. Nella storia italiana spesso i migliori accordi sono stati fatti fallire da campagne di comunicazione orientate in un certo modo, ma sostenute dall’opinione pubblica opportunemente orientata al “vogliamo sapere”, anche quando, come nel caso specifico, è prevista la massima trasparenza e il massimo coinvolgimento delle istituzioni non appena si potrà dire di aver trovato un punto di equilibrio.
Spesso, per costruire fatti, occorre avere la pazienza dei negoziati. Il mio silenzio di queste settimane nasce dalla costruzione dei negoziati con Enel e Anas. Nasce dal lavoro duro, faticosissimo, messo in campo per tutelare Abbanoa, i suoi dipendenti e i suoi impianti ( e i risultati si vedranno a breve), rispetto ai quali conta conoscere le leggi, applicarle severamente, richiamare tutti alla propria funzione. Conta lavorare, non fare annunci. È più importante costruire un fatto ogni due mesi che strappare le prime pagine ogni giorno con un annuncio.
Un problema politico è incombente, però: i partiti stanno fraintendendo la lealtà di maggioranza con il silenzio politico di maggioranza. C’è un’inibizione a discutere che ci fa male. Servono proposte, idee grandi, grandi scontri magari, ma poi anche grandi sintesi.
Faccio degli esempi. Sul manifatturiero in Sardegna battiamo un colpo oppure no? Sulla necessità di dare lavoro subito mentre si preparano le scelte strutturali, ne parliamo o no? Sulla Sanità bisogna decidere: si vuole lo stesso numero di asl e lo stesso numero di ospedali? E allora dove starebbe il cambiamento? Su Area: si pensa di tenerla in vita o si trasferiscono le funzioni, il personale e le risorse (ben finalizzate) agli enti locali? Sull’energia: si vuole o non si vuole cambiare il sitema regolatore del mercato elettrico sardo? Sulle Entrate: la si vuole o no questa Agenzia delle Entrate? Sui consorzi industriali: si vuole continuare a far finta che funzionino, che non siano da risanare? Su tutti questi temi, per non parlare di enti locali, urbanistica, Piano Paesaggsitico, la maggioranza non ha le stesse intenzioni e deve discutere e litigare con un perimetro chiaro: il programma con cui si sono vinte le elezioni. Ma questo silenzio che attende ogni giorno il miracolo è sbagliato. Bisogna riprendere a confrontarsi in pubblico, riprendere a differenziarsi, a discutere, ma poi a concludere. Questa è la comunicazione che manca: la nostra.