Abbanoa: il piccolo assessore e le fogne della città imperiale

IMG_1784di Paolo Maninchedda
Scusate la digressione, ma dopo aver passato la notte in bianco per cercare di capire, ho diritto ad essere prolisso.
Prima tappa. Era il lontano giugno 1985. Io discutevo la mia tesi sul codice dantesco della Biblioteca Universitaria di Cagliari. In commissione c’era il mio professore di storia medievale Francesco Cesare Casula.
Le polveri erano troppo vicine alle micce e il fuoco divampò: una dura e lunga discussione che, va detto a suo onore, non gli impedì di darmi la lode. Oggetto apparente dello scontro la storia esterna del codice e il suo contesto, che era poi quello della fine del Cinquecento sardo, dell’arrivo dei Gesuiti ecc. ecc.
Oggetto reale fu Cagliari e il suo mondo intricato di relazioni, poteri, lingue e culture. Né io né Casula siamo cagliaritani e si vede (almeno per me). Il professore pronunciò una frase che mi è rimasta impressa nella memoria: “Cagliari non è la Sardegna”. Rispose Giovanni Pirodda che sedeva in Commissione: “Anche Firenze non è l’Italia, eppure….”.
Il Casula di allora era il campione della storia giudicale sarda, quello che ci spiegava il Trecento sardo da un punto di vista interno, quello che ci spronava a badare più a Mariano IV e a Ugone III che a Eleonora; quello che, per l’appunto, dimostrava che la Sardegna del XIV secolo era una Sardegna sarda per il 90% e catalana per un 10% concentrato prevalentemente su Cagliari e Alghero (dal 1354).
Karalis regnum clavis sed non regnum: Cagliari chiave del regno ma non regno, questa l’impostazione di Casula. E a me studente del primo biennio i conti tornavano perché a tutti i giovani ‘dei paesi’ Cagliari appare contemporaneamente estranea e importante, incombente su tutto e su tutti e diversa dalla Sardegna interna perché meno eroica, più scettica, più ricca, più potente..
Seconda tappa. Nel 1986 accadono due cose: leggo L’apologo del giudice bandito e rompo con affetti importanti maturati nel paese. Mi ritrovo cagliaritano con un romanzo che mi spiega la città (non bisognava essere particolarmente arguti per capire che la Cagliari narrata del 1492 era la Cagliari dei miei tempi). Atzeni è un grande scrittore perché sa raccontare di come la vita dei singoli e la vita della società siano asimmetriche. Si possono vivere nella propria coscienza grandi emozioni, grandi sentimenti, costruire cattedrali concettuali più ardite di quelle gotiche senza che le persone accanto a noi e più lontane se ne avvedano o vi partecipino. Viceversa, basta un viceré pazzo, un vescovo infervorato, un prete messianico, un ideologo o un capo rivoluzionario, una folla inferocita o semplicemente convinta, e la vita di un singolo viene spazzata via come un grano di polvere. Quando al liceo e nei primi anni di università lessi Il processo di Kafka e il Faustus di Thomas Mann, maturai una scelta che poi ho sempre pagato: prima di tutto la libertà individuale, l’autonomia di coscienza, la difesa della propria diversità da ogni meccanismo. Riscoprii Leopardi. Mi ubriacai di Marquez. Amai profondamente Yourcenar e tra gli italiani Sciascia e il poeta Pasolini, che non erano i migliori, ma erano i più eterodossi. Insomma, feci la scelta esistenziale di rifuggire da ogni intruppamento, detti forma al verso dantesco di ‘far parte per me stesso’. Per questo amai Atzeni, perché benché cresciuto comunista da comunisti, o forse proprio per questo, scelse di non far triturare il singolare dal plurale. Però Atzeni sapeva che cos’è un meccansimo sociale, quell’infernale sistema di relazioni, poteri, convinzioni, mode, affinità che teme ogni diversità, che si difende da ogni intrusione, che isola ogni pericolo e lo annienta.
La Cagliari della natura è un miracolo di bellezza; la Cagliari del potere è quel dannatissimo meccanismo che noi dei paesi dobbiamo conoscere se non vogliamo esserne schiacciati.
Terza tappa Dopo il 1996 leggo molto Gramsci che, come è noto, non parla moltissimo di Sardegna. Lo leggo per apprendere un approccio razionale alla politica. La mia formazione cristiana non mi aveva dato strutture interpretative adeguate per comprendere la storia. D’altra parte la scuola storica dell’Università di Cagliari era schizofrenica perché per un lato, quello della storia antica, era di derivazione modernista (molta filologia, molta fedeltà ai testi, molto anticattolicesimo derivato dalla persecuzione patita da Bachisio Raimondo Motzo, poca vsione e critica dello Stato), per l’altro era di chiara affiliazione massonica, repubblicana e sardista. I democristiani erano minimanza. Per conto suo stava la falange marxista che aveva i suoi problemi a metabolizzare una presenza eterodossa come quella di Cardia. Io sentivo puzza di intruppamento in ogni luogo, per cui studiavo ma non aderivo. Dopo la laurea mi formai metodologicamente e ideologicamente e Gramsci ebbe un ruolo importante, come pure lo ebbero le conversazioni con il mio professore di filologia che sostanzialmente era ed è un liberale.
Una questione di Gramsci mi colpì molto più di quanto non abbia interessato altri lettori: la condanna e la prigionia del padre Francesco. Non aveva commesso alcun reato ma finì nelle patrie galere per peculato e la famiglia passò un drammatico periodo di composta e onesta indigenza. Perché fu condannato? Perché fece l’errore di schierarsi contro Cocco Ortu il quale allora era Cagliari e il meccanismo di Cagliari mangiò l’uomo venuto dalla Campania che imprudentemente aveva osato sfidare il padrone della città.
Nel 1998 pubblicai A conti fatti. Democrazia e clientele in Sardegna, un tentativo di spiegazione della società politica sarda che avevo conosciuto. Uno dei temi è la formazione della classe dirigente cagliaritana nel dopoguerra. Scrivevo che è possibile seguire due filoni: da un lato la vendita dei vecchi feudi periurbani delle stanche famiglie nobiliari cagliaritane e l’incardinamento degli esponenti della vecchia aristocrazia nell’amministrazione pubblica; dall’altro la gemmazione dei ruoli dell’amministrazione pubblica statale e regionale dalle strutture partitiche o clientelari dei partiti più forti. Cagliari è la culla di tutto questo. I ragazzi, figli di Tizio e di Caio, studiano insieme nei Licei, e poi si ritrovano chi nell’amminstrazione regionale, chi in magistratura, chi all’Università, chi in polizia ecc. ecc. Rotary, Lions e Massoneria sono i luogi del reclutamento e dell’ammissione ‘in società’; le cene nelle case o nei ristoranti divengono riti di contiguità e di complicità e tutto si tiene, tutto si conserva: cane non mangia cane.
Tutto questo quelli dei paesi non possono capirlo, a meno che non si vendano, non rinuncino alla loro fierezza, alla loro indipendenza. Facendo il consigliere regionale dal 2004 al 2013 sperimentai questo ovattato muro di gomma, questa scintillante melma dell’immobilismo, questa gerarchia del potere reale che sa come neutralizzare i ‘figli dei falchi’ come ci chiamava da piccoli un povero compare di mio padre. Non mi sono arreso, ma ne ho buscato.
Ultima tappa: Abbanoa Ieri è stato sospeso il DG di Abbanoa. Si difenderà. Noi dobbiamo prendere atto che non può e non deve più fare il DG. Non conosco gli atti giudiziari e se anche li conoscessi non li commenterei in questa sede. Però queta questione della pressione della magistratura su Abbanoa che dura da anni mi riguarda come assessore.
Pochi sanno che io non dovevo fare l’assessore ai Lavori Pubblici. Le ipotesi in campo, prevalenti, erano due: o la cultura o le riforme. Entrambi questi ruoli vennero opzionati da due partiti più grandi del mio. Nessuno voleva i Lavori Pubblici, perché dentro c’era Abbanoa. Questa sostanziale ed esplicita vigliaccheria politica non ha rilevanza penale, ma giornalistica e morale sì. Mai nessuno mi ha posto una domanda su questo fatto (anzi, una volta sì, Mauro Lissia mi ha chiesto se volevo raccontare questa storia, ma ero troppo amareggiato e declinai l’invito); perché tutti fuggivano da Abbanoa? Perché Abbanoa è una storia di grandi ipocrisie che gli apparati regionali e statali non si vogliono sentire raccontare perché è lo specchio di quegli accomodamenti immobilisti di cui parlavo prima.
Chi mai si è chiesto perché si è fatta nascere una società senza provvedere a capitalizzarla? Perché non si è mai andati a fondo a chiedersi come mai si è compiuto un atto così azzardato? Domanda insostenibile per la quiete cagliaritana, domanda mai posta da alcun apparato di controllo. Domanda oggi inutile: oggi bisogna risolvere i problemi, non farne la storia. Che si fa durante il mio mandato? Non si cercano colpevoli e si lavora per capitalizzare. Nel frattempo che fa la magistratura? Ipotizza il fallimento.
Divento assessore con la Sardegna con il più alto tasso di morosità d’Italia nel pagamento delle bollette idriche. Quindi mi viene affidata una società che da un lato non è stata capitalizzata dal suo azionista, dall’altra non si fa pagare dagli utenti. Non si registra nessuna azione conoscitiva di nessun apparato per capire chi consentiva a taluni di non pagare l’acqua e invece la faceva pagare ad altri.
Che si fa durante il mio mandato?  Si dà fiducia al management per fatturare bene, senza acconti, e per far pagare l’acqua a tutti. Nel frattempo, altri non indagano su chi non fatturava e invece studiano i flussi di cassa della società per vedere se i conti tornano. Nel frattempo la Cassa Conguagli dello Stato giudica bancabile Abbanoa e gli presta 90 milioni di euro, ma nessuno apprezza che conclusioni positive di istruttorie così difficili significano soltanto che si sta andando nella direzione giusta, che si sta uscendo da un periodo difficile, che si è trasparenti. No, questo non è apprezzato, è sospettato e non si capisce che il continuo sospetto, il sospetto che dura anni, inevitabilmente incide sulel performance di una società. Tutti per paura di sbagliare si bloccano e Abbanoa bloccata è una società che genera debito e disservizi. È troppo difficile capire che la paura dell’errore genera l’immobilismo?
Divento assessore con Abbanoa che non ha una reale strategia per il recupero crediti, nonostante abbia i suoi crediti iscritti a bilancio. Che si fa durante il mio mandato? Si dà mandato a KPMG di certificare i crediti e si mette in campo una vera azione di recupero. Nel frattempo non si indaga sul perché non si recuperavano i crediti, ma si perseguono le modalità messe in atto per recuperarli. Non è considerata una responsabilità non incassare il dovuto e così mandare per aria una Spa; invece si vogliono illuminare le procedure per recuperare questi soldi dovuti. Quale è l’effettto? Che ovviamente per non sbagliare nessuno muove più un dito e non si recuperano decine di milioni di crediti.
Divento assessore e trovo circa cento cantieri fermi. Mi adopero per censirli, mettere insieme i soggetti che dovrebbero dare le autorizzazioni, combatto per non farmi revocare i finanziamenti (e la battaglia è tuttaltro che vinta, anzi!), costruisco con i sindaci il contesto di pazienza necessaria per far ripartire le cose e che succede? Succede che non ci si chiede perché non si sono fatte le opere, non si chiede a nessuno perché quel depuratore è fermo (penso per esempio a quello di Valledoria che è un pugno nell’occhio). No, sono sottoposte a verifica le azioni per accelerare le procedure di realizzazione delle opere. E sapete a chi penso? Penso al padre di Gramsci, penso alla Cagliari di Atzeni, penso che devo ricordarmi che sono dei paesi e non di Bisanzio, penso che prima o poi mi metteranno le microspie anche nel sigma, penso che è impossibile risanare una società complessa in un contesto così difficile, penso che si debba arrivare a un chiarimento istituzionale forte per capire se uno dei paesi come me può ancora mettere ordine nelle fogne della città imperiale.

0 commenti su “Abbanoa: il piccolo assessore e le fogne della città imperiale

  • non conoscendo a fondo le questioni di cui si tratta non mi permetto di interloquire. se il d.g. abbia fatto errori o meno lo appurerà la magistratura; certo che guidare Abbanoa deve essere più complesso che aprire una pagina di giornale, leggere un articolo e mettersi a pontificare su cose orecchiate.
    quello che so è che Sandro Murtas è una persona onesta e competente; sicuramente non sarà Dio in terra, ma mi pare che da qui ad affibbiargli tutti i difetti di Abbanoa “passato e presente” ce ne passi.
    mi pare anche che in troppi stiano gridando contro le inefficienze di Abbanoa per non ammettere che “ci hanno marciato” fino a ieri e che l’acqua in casa ce l’abbiamo sempre avuta.
    una passara ‘e Africa, ci ollìara

  • Egregio Franco, andiamo per ordine:
    1) riorganizzazioni trasferimenti e demansionamenti ecc? Ci siamo dimenticati che cosa ha detto di fare la società Deloitte? Io e gli azionisti abbiamo chiesto che si attuasse il Piano Deloitte. Le valutazioni dei dirigenti sono considerate buona pratica in tutte le migliori società del mondo. Mobbing, deciderà il giudice. Licenziamenti, deciderà il giudice; clima in cui lavorano i dipendenti: io ho ricevuto più volte i sindacati e non mi hanno mai posto queste questioni che Lei dice, mentre hanno lavorato con me a difendere migliaia di posti di lavoro che si voleva vanificare non più tardi di un anno e mezzo fa. Tuttavia, a proposito di clima, sono disponibile a fare resirare un’ora del clima in cui ho lavorato io, giorno e notte, per salvare un pezzo di Sardegna;
    2) i continui disservizi ecc. : io conosco bene tutto questo e non dico che si tratta di falsità giornalistiche, ma più ci metto la testa e più scopro che hanno radici antichissime, in tubi malsani, in condotte mal progettate, in potabolizzatori e depuratori che richiedono cure. Io mi son messo a trovare soldi, a difendere la società e i lavoratori; io ho cercato soluzioni e non colpevoli. Altri no.
    3) la sanzione dell’antitrust….; certo che l’ho letta e ho letto anche i ricorsi di tutti i gestori d’Italia e le controdeduzioni dell’AEEGSi. Lei ha letto tutto questo, almeeno per amore di verità e giustizia? Io che sono un filologo so più cose oggi del Servizio Idrico Integrato di chi spesos ne parla come di un sistema qualsiasi e commina sanzioni spesso su un sistema regolato che non conosce. Vedremo che cosa diranno i tribunali amministrativi. Tuttavia noto che nella sua carrelata degli orrori mancano, nell’ordine: a) l’istruttoria positiva della Cassa Conguagli; b) i bilanci positivi 2013-2014-2015, ottenuti con la riduzione del regime degli aiuti; c) l’avvenuta prima capitalizzazione; d) lao scampato fallimento; e) lo sblocco di diversi cantieri; f) l’accordo sindacale per evitare la riduzione del personale garantendo comunque la riduzione dei costi; g) la migrazione dei data base; h) la certificazione di qualità; h) la telelettura; i) la fine della fatturazione in acconto e la fatturazioen quadrimestrale; ecc. ecc. Chi non cerca colpevoli ma soluzioni salva aziende e posti di lavoro. Non vale il contrario.
    Quanto alla mia azione di vigilanza da azionista è agli atti, in dichiarazioni e lettere ed evidentemente lei non le consoce o le fa schermo un odio personale che francamente le lascio tutto in omaggio.

  • Pietrina Bosu says:

    Le grandi sfide hanno spesso costi alti, anche umanamente, ma vale la pena insistere. Quelli dei paesi sono meno compromessi negli affari e nei bizantinismi della città imperiale, che sarebbe votata al declino senza l’apporto di queste energie nuove. Certo occorre una fatica immane per informare i cittadini di quanto si consuma a loro danno, mentre si fa finta di tutelarli. Continua a farlo.

  • Le varie riorganizzazioni, i trasferimenti, i demensionamenti, il mobbing e i licenziamenti sono falsità dei giornalisti? In che clima devono lavorare i dipendenti? I continui disservizi, la cattiva gestione degli impianti, le continue lamentele dei sindaci e degli utenti, sono anch’esse falsità giornalistiche? La sanzione dell’antitrust(un milione di €) per procedure illegittime verso gli utenti, è anche questa una falsità o sarebbe stato meglio che anche tu come azionista di riferimento avessi meglio vigilato e intrapreso azioni contro e non a favore di un direttore artefice di tale scempio?

  • Il management a cui hai voluto dare fiducia era in Abbanoa dall’atto della sua costituzione, tu sei assessore solo da due anni. Eppure rappresenti un quadro di una società allo sbando che bolletta male e che non riesce ad incassare quanto fatturato, non si eseguono i lavori finanziati. Ma la colpa di chi è? Di chi non ha indagato o di chi in tanti anni non è riuscito a dare un’organizzazione alla società. Tant’è che solo grazie al TUO intervento (leggi KPMG, accordi con sindaci etc) qualcosa si è mossa. Da quanto sostieni il management ha avuto bisogno di un tuo sostanzioso sostegno operativo. Ma la domanda vera è: questo direttore meritava veramente fiducia???

  • Renato Orrù says:

    SI …credo che Tu debba ” pretendere ” da questa maggioranza …e dallo stesso Consiglio nella “sua interezza ” … Non solo un chiarimento … Ma sopratutto che cosa SONO DISPOSTI A FARE per sanare e rendere operativa ABBANOA …..Perché , vedi Paolo , ho la sensazione che aldilà delle ” pinnicche ” esista un trasversale bisogno di buttare il Bambino assieme alla ABBANOA per il semplice fatto che MOLTI hanno capito che se si ” governa ” ABBANOA , vuol dire che siamo capaci di governare qualsiasi cosa … Sostanzialmente vuol dire che siamo capaci di Governarci da NOI … Vuol dire che siamo capaci di essere STATO … evidentemente a MOLTI questo non piace … A Molti non interessa essere …capaci !
    AbbaParis Paolo …

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