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I giudici, il saccheggio e la rivoluzione

Posted on 1 Novembre 20261 Novembre 2026 By Paolo Maninchedda 4 commenti su I giudici, il saccheggio e la rivoluzione

Youssef Siher, amministratore dei canali social del «Movimento 17 ottobre», è stato liberato dalla giudice milanese Tiziana Landoni, che non ha convalidato il fermo e ha respinto la richiesta di custodia cautelare con un atto di 37 pagine che ho potuto leggere.
Non è un’assoluzione: la giudice ritiene insufficienti gli indizi dei reati contestati, ma alcune spiegazioni non convincono e non convince, soprattutto, la bonomia verso la saldatura tra l’islam politico e la tentazione rivoluzionaria di una parte della Sinistra, meno sistematica nel pensiero rispetto al passato e per questo molto più suscettibile di saldarsi con l’eversione anarchica.

Siher aveva diffuso nel gruppo Telegram una Guida per i manifestanti. L’ordinanza ne riporta un’indicazione: se la polizia avesse impedito al corteo di proseguire, i partecipanti avrebbero dovuto «gridare i propri slogan e provare “a sfondare” lo sbarramento». La guida raccomandava poi di arretrare se gli agenti avessero «cominciato a picchiare». La giudice valorizza questa seconda istruzione per concludere che i manifestanti erano invitati «a non rispondere con azioni violente». Ma il problema è: come si sfonda uno sbarramento della polizia senza esercitare forza contro chi lo presidia? Consigliare di ritirarsi quando l’azione incontra resistenza non rende necessariamente pacifica l’azione iniziale. Occorreva chiarire questo passaggio prima di escludere che le istruzioni diffuse potessero sollecitare comportamenti penalmente rilevanti. Lo scarto logico rivela una sorta di benevolo pregiudizio politico a favore dell’indagato che, sia chiaro, anche a mio avviso non doveva essere arrestato, ma che anche non è l’ordinario dissenziente dentro un sistema democratico, come la giudice lo vuol far passare. È un nemico del sistema democratico di tipo liberal-democratico.

Siher invitava i partecipanti a creare gruppi Signal per coordinarsi durante le manifestazioni e a cancellarli subito dopo, senza lasciare tracce. La giudice riconosce che la cancellazione sarebbe servita «ad ostacolare l’identificazione dei partecipanti» da parte della polizia, la interpreta però anche come una possibile precauzione contro interventi diretti a impedire «proteste comunque pacifiche». L’anonimato non dimostra certo un reato, ma neppure l’intenzione pacifica può essere presupposta: essa andava verificata insieme all’invito a forzare gli sbarramenti. Il dubbio riguarda questa lettura complessiva, che attribuisce un significato rassicurante alle precauzioni organizzative senza sciogliere l’ambiguità delle istruzioni operative.

Sull’assenza di pericolo di fuga la motivazione del giudice è più solida: i familiari hanno fornito agli investigatori informazioni sull’automobile e sui telefoni, consentendo di rintracciare rapidamente Siher a casa di un’amica. Non risultava che conoscesse le indagini. Tuttavia, si nota anche in questa argomentazione quanto la giustizia sia pericolosamente esposta a questioni soggettive. Altri Gip, dinanzi a incensurati e rispettabili cittadini che in alcun modo avevano dato segni di volersi dare alla latitanza, hanno firmato ferocissimi ordini di arresto, volti a dar corpo al metodo Lombardini: esercitare sugli arrestati una forte pressione affinché facessero altri nomi. Un’indagine guidata da un ex ufficiale della Guardia di Finanza divenuto procuratore, ha avuto queste stigmate sbirresche, senza che gli indagati avessero la fortuna di imbattersi in un Gip animato da bonomia interpretativa.

Sul rischio della reiterazione del reato, invece, la giudice non svolge un esame autonomo: avendo escluso prima i gravi indizi, ha ritenuto venir meno il presupposto per qualsiasi misura. La critica deve dunque concentrarsi sulla valutazione delle condotte, e tornaimo al punto da cui siamo partiti.

Resta una questione, questa sì, di tutela dell’ordinamento democratico.
I canali del Movimento nascono dopo i saccheggi milanesi. Siher organizza nuove mobilitazioni, diffonde materiale ispirato alla rivoluzione egiziana e descrive il decreto sicurezza del governo come «un pugno autoritario contro chi dissente». Nella mia lettura, cerca di trasformare il disordine provocato in occasione rivoluzionaria e interpreta la risposta dello Stato come conferma della sua natura repressiva.

Il rapporto con l’Islam politico va discusso sui suoi scritti.
In «Islam e sinistre occidentali: falsi amici?» Siher definisce il 7 ottobre «un atto rivoluzionario di decolonizzazione», attribuisce all’Islam una funzione rivoluzionaria e contesta alle sinistre la mancata rottura radicale con il sistema occidentale. Qui vedo una convergenza con la sinistra rivoluzionaria: l’idea che abbattere l’ordine contenga già la promessa della liberazione. Non con tutta la Sinistra, ma con una sua persistente tentazione: chiedere alla rivoluzione di risolvere ogni male, senza interrogarsi sui poteri che instaurerà e sulle libertà che sopprimerà.

Garantire i diritti di Siher attraverso una benevola considerazione delle sue responsabilità ha significato, di fatto, la concessione di una pericolosa indulgenza istituzionale verso le sue idee.

Giustizia, Vetrina

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Comments (4) on “I giudici, il saccheggio e la rivoluzione”

  1. Enrico ha detto:
    1 Novembre 2026 alle 08:43

    Il Paradosso della Tolleranza.

  2. Mario Pudhu ha detto:
    1 Novembre 2026 alle 08:40

    Cuncordo cun Maninchedha in su chi at pretzisadu a Emilio, ma cunsideru a parte ca seus totus iscallaus e ispimpirallaus che muntonedhu de rena impastada cun àcua sentz’e ciumentu (e po no fuedhai de is iscalladoris e iscallatórius civili, religiosi, multiosi e poliosi).
    Is “chentu berritas” a parri miu, e cun totu chi oi no ponit berrita prus nisciunus si no po fai braga/mafia/folclore, funt una chistioni de demogratzia ma tocat a portai asuta conca, ciorbedhu e meda àteru fintzas solu pro èssere zente.
    (Oe no si ofendhat Paulu, chi istimo, si l’apo iscritu cun su “diaca” – chi no tenit nudha de biri cun ís bacas e mancu cun is brebeis e ni crabas e ni bois –, ma totu is diminutivus in sardu dhus naraus cun cussu sonu chi rapresentat de Predu Casu in pustis e deo l’apo solu furadu –, e timo chi siat unu diminutivu fintzas unu pudhu, “pollo”, “pollone” e “rampollo” in italianu, ma in sardu est diminutivu fintzas pulighedhu e puxedhu – a bortas chi siat tropu mannu su pùlighe o puxi! –, ma sempre “accrescitivo” si sunt ‘politici’ mancari de nùmene e de fatas siant Margiani Volponi o Cani, Porcu, Boi, Lodde, lodhistas e totu a ‘ispirazione’ multicolore-tri).

  3. Paolo Maninchedda ha detto:
    1 Novembre 2026 alle 07:46

    Gentile Emilio, la domanda è: il mondo indipendentista ha intenti eversivi? Io sono indipendentista ma non ne ho. Voglio cambiare l’ordinamento attraverso le strade che la Costituzione consente. Non ho tentazioni rivoluzionarie. Non subisco la suggestione della strada breve della violenza politica.

  4. Emilio Cossu ha detto:
    1 Novembre 2026 alle 07:35

    “Garantire i diritti di Siher attraverso una benevola considerazione delle sue responsabilità ha significato, di fatto, la concessione di una pericolosa indulgenza istituzionale verso le sue idee.” Se la mettiamo così, però, poniamo anche in dubbio la possibilità di fare politica del mondo indipendentista sardo.

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