La presa di posizione equivoca di Coldiretti sul prezzo del latte in Sardegna, ha riaperto una vecchia ferita sulla natura della più potente organizzazione agricola della Repubblica italiana.
Personalmente penso che essa sia l’unico relitto sopravvissuto della Prima Repubblica e che ciò sia stato possibile perché, per mille ragioni, mentre tutte le istituzioni del vecchio Stato sono state colpite da indagini giudiziarie e da successivi processi di riforma, la Coldiretti ha attraversato la fine dell’età che l’ha fatta grande indenne non solo da guai, ma anche da trasparenza.
Oggi non è più solo un sindacato, è un potere dotato di immunità, di vantaggi e di privilegi corporativi. Un potere “irresponsabile” che non risponde di quel che può perché lo dissimula.
Non riesco a togliermi dalla testa che la Coldiretti che oggi denuncia in modo equivoco le eventuali speculazioni sul prezzo del latte è la stessa che si è schierata con la Coldiretti Lazio, contro i Sardi, nella tensione che ha contrapposto il Consorzio di Tutela del Pecorino Romano e quanti nel Lazio ne hanno prodotto un clone a marchio Cacio Romano. Quella vicenda mi ha convinto di ciò che oggi cercherò di dimostrare: la Coldiretti non sta con i suoi associati, sta come se stessa come sistema, che è cosa ben diversa.
L’associato diventa cliente
Un agricoltore si iscrive a Coldiretti perché qualcuno difenda il prezzo del suo latte, contratti con il governo e lo rappresenti davanti alla Regione.
Un agricoltore deve anche presentare una domanda di contributo, compilare la dichiarazione dei redditi, sistemare la contabilità ecc. ecc..
Per queste necessità trova pronte, guarda caso, le società di servizi collegate alla stessa organizzazione, la Coldiretti.
Non c’è nulla di strano nel fornire assistenza agli iscritti. Il problema nasce quando chi parla in loro nome ha anche interessi economici proprio nelle attività sulle quali interviene come sindacato. Non si avverte la necessità di distinguere ciò che conviene all’agricoltore da ciò che conviene all’organizzazione? Le due cose possono coincidere, certo, ma non è per niente detto che coincidano sempre.
È Coldiretti stessa a descrivere il meccanismo che le piace. Il suo CAF spiega che le società di servizi Impresa Verde sono costituite dalle federazioni provinciali e utilizzano la rete dell’organizzazione, presente con oltre 1.500 sportelli.
Immaginiamo dunque due uffici che offrono lo stesso servizio di contabilità.
Il primo, di proprietà di un privato, deve conquistarsi i clienti sul mercato.
Il secondo, quello di Coldiretti, li incontra attraverso una struttura sindacale alla quale i soci/clienti hanno già affidato la difesa dei propri interessi e usa una relazione di fiducia, costruita per ragioni diverse, per indurre a scegliere un erogatore di servizi, quello sindacale, piuttosto che un altro. Ciò non è necessariamente una scorrettezza. Dimostra però che rappresentanza e attività economica si sostengono reciprocamente: il sindacato porta utenti ai servizi; i servizi rendono più stretto il rapporto con il sindacato. Tutto gratis, tutto coperto dalla sola quota associativa? No, assolutamente no, il servizio si paga.
Il collegamento diventa ancora più importante se si considera il CAA Coldiretti Srl, che assiste le aziende nei fascicoli aziendali e nelle domande di aiuto. L’agricoltore Coldiretti incontra lo stesso sistema cui chiede una politica pubblica che difenda i suoi interessi anche quando deve sbrigare le pratiche per beneficiare degli effetti di quella politica: all inclusive, non si butta niente e si fa in modo che tutta la spesa di consulenza aziendale dell’agricoltore non sfugga alla presa dell’affiliazione sindacale.
Ne deriva una domanda concreta: siamo sicuri che l’organizzazione sindacale abbia sempre interesse a ridurre gli adempimenti a carico dei suoi soci per le domande di assistenza? Non ne siamo sicuri. La burocratizzazione dell’agricoltura porta ricavi al sistema Coldiretti.
Che cosa significa avere le agevolazioni del sindacato?
Dire che tutte le società collegate a Coldiretti non pagano le imposte sarebbe falso. Le società commerciali non diventano associazioni sindacali per il solo fatto di appartenere al loro sistema.
Il problema sta nell’affiancamento di soggetti sottoposti a regole differenti.
L’articolo 148 del Testo unico delle imposte sui redditi stabilisce che le quote associative non concorrono al reddito dell’associazione.
Alle condizioni previste, inoltre, alcune prestazioni istituzionali rivolte agli iscritti non sono considerate commerciali, anche se pagate.
E dunque, facciamo un esempio di dinamica interna, senza attribuirlo a Coldiretti. Se un’associazione sindacale e una sua società utilizzano lo stesso edificio, occorre sapere chi paga l’affitto. Se condividono dipendenti, bisogna sapere come vengono ripartite le ore di lavoro. Se l’associazione indirizza gli iscritti verso la società, occorre distinguere il consiglio sindacale dalla promozione commerciale. Sono questi i conti da conoscere. Non basta mostrare due bilanci separati se non si spiegano anche i rapporti fra i due soggetti.
Ecco la doppia natura: una struttura associativa dotata di strumenti e trattamenti propri, accanto a una rete che svolge attività economiche.
Quando gli stessi dirigenti siedono su più sedie
La sovrapposizione esiste e si vede anche negli incarichi.
L’organigramma dell’Associazione italiana allevatori indica come presidente Ettore Prandini, presidente anche di Coldiretti, e come direttore generale Nicola Di Noia. Un ordine di servizio del settembre 2026 (segnalato da Dario Dongo) affida proprio a Di Noia il raccordo di Coldiretti con diversi organismi, fra i quali l’Associazione Italiana Allevatori, e con le amministrazioni che gestiscono gli aiuti. In altre parole, una persona dirige un ente e, per conto dell’organizzazione sindacale, cura anche le relazioni con quell’ente. Le strutture rimangono giuridicamente distinte; le persone che le governano e le collegano sono le stesse e, spesso, con emolumenti totali di notevole entità.
Il collegamento arriva alle grandi operazioni societarie. Nel luglio 2026 è stata lanciata da Arum S.p.A e da Dompé Holdings un’Opa su BF, la società che ha in pancia Bonifiche Ferraresi. Raffaele Grandolini è presentato come responsabile amministrazione, finanza e affari societari di Coldiretti. Il documento dell’offerta pubblica su B F lo indica anche come amministratore delegato di Arum. Arum e Dompé, insieme ai soggetti che agiscono di concerto, hanno raggiunto con l’offerta l’88,057% di BF. Non è una quota posseduta da Coldiretti. È però un’operazione nella quale uno dei protagonisti è amministrato da un dirigente economico di vertice del sindacato.
Il 12 ottobre scorso, Il Fatto Quotidiano ha dedicato una pagina a denunciare che con ogni probabilità sarà una cordata, con dentro BF, ad aggiudicarsi la maxi gara da 384 milioni bandita da Invitalia per i controlli del Sistema Agricolo Nazionale sulle erogazioni degli aiuti europei in agricoltura (7,3 miliardi). Cedo la parola all’articolo del Fatto:
“La nuova gara d’appalto indetta da Invitalia fissa la scadenza per la presentazione delle offerte alle ore 12 del prossimo 22 ottobre. L’accordo quadro ha un valore complessivo netto di 384,2 milioni per una durata prevista di tre anni: due iniziali più un’eventuale estensione di un altro. La struttura economica del bando prevede un valore a base d’asta di 226 milioni (al netto dell’iva) e opzioni di proroga, rinnovi ed estensioni per altri 158,2 milioni. Le imprese di piccole e medie dimensioni faranno fatica a poter accedere al bando: basti pensare che la garanzia provvisoria da prestare per poter partecipare alla gara è di 7,684 milioni, il 2% del valore complessivo massimo stimato dell’accordo quadro.
Il fatto è, secondo quanto riferiscono fonti interne, che a concorrere per il mega-appalto a lotto unico ci sarà una cordata che è già pronta a presentare Il raggruppamento vede l’alleanza tra Geos – società del gruppo Telespazio, controllato da Leonardo, attiva nei controlli satellitari – e due aziende cardine di Diagram, Agriconsulting e Abaco, destinate rispettivamente ai controlli tecnico-agronomici e informatici. Diagram è a sua volta legata a Bf Spa, la holding del gruppo Bonifiche Ferraresi, e per via indiretta alla galassia di Coldiretti. Ma non basta: con il 4,21% del capitale e il 6,14% dei voti, tra i soci di Bf c’è anche Ismea, l’istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare del Masaf. Poi c’è Eni, con il 5,3% delle azioni e il 6,5% dei voti. Primo azionista è la holding di Sergio Dompé, industriale farmaceutico, con il 25% dei titoli e il 27% dei voti.
È PROPRIO QUI che diventa evidente il corto circuito politico e industriale in cui il futuro controllore potrebbe essere emanazione diretta dei controllati. Diagram possiede al 100% sia Agriconsulting, che esegue i controlli sul campo, sia Abaco, che gestisce software, mappe e dati territoriali, ed è partecipata per circa il 15% da una controllata di Bf. La governance del gruppo ex Bonifiche Ferraresi, nuovo salottino della finanza quotato in Borsa, vede Federico Vecchioni come presidente esecutivo della holding e anche di Diagram, mentre Roberto Capone presiede il collegio sindacale di Bf, ha presieduto sino a pochi mesi fa quelli di Abaco e Diagram ed è stato sindaco di Agriconsulting.
L’intreccio ha implicazioni rilevanti. Da un lato Federico Vecchioni è un ex presidente nazionale di Confagricoltura, la seconda organizzazione agricola d’italia, ed è presidente di Arum, holding che è secondo azionista di Bf (con quasi un quarto di azioni e diritti di voto), il cui Ad è Raffaele Grandolini, responsabile finanza di Coldiretti. D’altronde l’11% del capitale di Arum è in mano a enti legati alla galassia Coldiretti. Dall’altro lato Bf non è un operatore neutrale: mentre punta a gestire l’infrastruttura di controllo sull’agricoltura rappresentata dal Sian e dall’agea, con 11mila ettari di terreni coltivati è anche tra i principali percettori dei contributi Pac in Italia, erogati proprio da Agea.
La trasparenza deve seguire il potere
Coldiretti è un sindacato che promuove società, organizza servizi e collega, attraverso i propri dirigenti, rappresentanza e attività imprenditoriali. Il suo statuto lo prevede espressamente. Proprio per questo non può presentare ogni propria scelta come la voce indistinta degli agricoltori. Deve spiegare quali interessi rappresenta, quali attività economiche svolge il suo sistema e come impedisce che le seconde, quelle economiche, condizionino la principale, quella sindacale. Servono partecipazioni leggibili, rapporti economici interni trasparenti, incarichi dichiarati e procedure pubbliche per affrontare i conflitti.
Stare, nel prossimo triennio, contemporaneamente dalla parte di chi difende i diritti dei percettori degli aiuti UE e da quella dell’ente erogatore è chiaramnete una maschera che cade.
Un agricoltore può scegliere di essere insieme associato e cliente.
Ha però diritto di sapere quando gli parla il suo rappresentante sindacale e quando il suo fornitore.

Le proteste devono essere orientate per la richiesta dello STATO DI CRISI del comparto agricolo e ittico.
Il solo modo per stanare le classiche associazioni agricole, dare mandato alla magistratura di verificare dove sono finiti i finanziamenti erogati ai detti comparti produttivi.
Coldiretti era, est e sarà sempre una potenza nel mondo agricolo è un associazione politica non si muove foglia senza il loro parere con qualsiasi Governo
Dico solo che quando su temi regionali intercetto in TV le prestigiose interviste dei leader in Sardegna (loro ci sono sempre a rilasciare fiumi di parole), cambio immediatamente canale perchè sono inascoltabili. Quando invece a parlare è il sign. Prandini, gran capo nazionale, prima di tutto mi viene da pensare a quanto male, tanto tempo fa, faceva parlare di sé il padre, da ministro e al fatto che si tratti, in fondo, di un OMISSIS ma sostanzialmente il solito OMISSIS. Ma poi cambio canale comunque per lo stesso motivo: inascoltabile.
L’Agricoltura è un settore economico totalmente dipendente dai fondi pubblici. E’ ovvio che chi ci gravita intorno abbia come unico interesse che la situazione non cambi.
Ricostruzione, come sempre, ricca e documentata. Un sistema di potere consolidato e con incomprensibili connivenze politiche trasversali che consentono di sedersi su tutti i tavoli. A Roma come a Cagliari su maggioranze di colori opposti! Da tecnico e operatore ho sempre sostenuto la necessità di ridimensionare le associazioni, per il bene della categoria. Gli intrecci e gli interessi economici sono enormi e sempre per la struttura, mica per l’associato. A riprova basta vedere, per l’appunto, le richieste di sburocratizzazione e semplificazione del settore (inesistenti per indubbi vantaggi della struttura) oppure quanto richiesto a Regione/Stato. Mai una protesta sulle oscene misure strutturali agricole e sulla lentezza della programmazione/gestione dei fondi. L’unica voce si alza solamente per i premi comunitari. Come mai? Sarà un caso? Oppure qualcuno prova a verificare i ricavi da questa voce di servizi? In passato il legislatore ha introdotto i CAA privati, unico modalità di depotenziamento di questi mostri gangliari, che sono stati via via ridimensionati e resi inoffensivi. Casualmente.