Tinto Brass, a torto o a ragione, verrà ricordato più per la sua ossessione estetica per le natiche femminili che per la poetica del suo cinema, che invece era interessante.
Non bisogna giudicarlo dagli ultimi film, dove il mestiere ha coperto una certa debolezza di ispirazione; bisogna prenderlo complessivamente e collocarlo nel contesto europeo dove veniva recepito in modo diverso: come un maestro in Francia e nei paesi nordici e come un erotomane in Italia.
C’è un pessimo libro della tradizione letteraria italiana, Io e lui di Moravia, che possiamo assumere a emblema della cupezza con cui ancora l’opinione pubblica italiana guarda al sesso. L’autore disse che il tema del libro era “la sessualità, da una parte, personificata in “lui”, cioè nella virilità fisiologica e dall’altra parte, la spinta contraria alla sessualità verso una meta artistica, intellettuale, sociale e civile”. Ecco, qui c’è tutta la drammaticità dell’educazione italiana standard: un’educazione scissa: le forme superiori dello spirito, compresa la politica, da un lato, il sesso dall’altra, in mezzo, inevitabilmente, l’ipocrisia.
Brass era nato politicamente rivoluzionario e impegnato; successivamente intuì che il sesso e il piacere (cosa che ben prima di lui avevano intuito i poeti provenzali e sommamente e a livelli non ripetuti quella grandissima figura che fu Eloisa, che si erse solitaria, in nome dell’amore, contro il sessismo di san Girolamo e dei suoi epigoni) sono inestricabilmente legati alla libertà. A quel punto, proiettò sull’attività umana che lega biologia e felicità, piacere e amore, il senso del bello, il linguaggio del bello, composto con una morfologia della scena, della fotografia, del dialogo, sempre di tipo palladiano, grandioso ma composto, monumentale ma anche abissale. Un gioco? Un espediente per fare cassa? Forse, non lo si può escludere, ma il percorso estetico è molto crociano, nel senso che se è vero, e forse è vero, che l’arte è l’attività dello spirito nella quale noi prendiamo coscienza di noi stessi, è anche vero che il sesso, quando è bello, quando è lineare, libero da cupezze, sadismi e masochismi, felice, inevitabilmente diviene coscienza di sé. Il giorno in cui anche un regista sardo, magari che legga un po’ più i francesi e meno i sardi, saprà fare un film di sesso, amore, politica e libertà, la Sardegna farà un passo avanti rispetto alla consapevolezza di sé e potrà archiviare il primitivismo riproduttivo nel quale la coscienza comune isolana relega una delle più importanti esperienze personali che la vita regali e imponga.
Non fu solo culo, insomma, fu umanità, irriverente e giullaresca quanto si voglia, ma non meno autentica, per quanto artefatta, di quella che pulsa in tanto cinema politicamente impegnato.
