Politica

Nazione sarda senza padroni, resistenza senza tromboni

Forse bisogna rifare Abbasanta, aprirla a tutti quelli che in questi giorni ci invitano a non mollare, farla insieme ad altri che la vogliano fare, trasformarla in una sala della Pallacorda. È infatti chiaro che si fa finta di ignorare (o addirittura si ignora) il suo contenuto politico, la nazione sarda, e invece si enfatizza il metodo, cioè le primarie.
Non lo permetteremo.
La nazione sarda è per noi il paradigma di un modo di vedere il mondo: più umano, più libero, più responsabile, più giusto.
Mi spiego. La nazione sarda è immagine e contenuto di un nuovo ordine delle cose.
Il contenuto di Abbasanta non è banalmente un programma di governo, che pure c’è, ma dopo; è un processo legale di rivoluzione profonda dei poteri, dei diritti, delle possibilità.
È l’idea della nazione sarda (cioè dell’esistenza di una distinta e distinguibile comunità di valori e di interessi che vuole i poteri necessari per difenderli e interpretarli) che consente a chi la declina in se stesso e nella storia di avere un punto di vista differente.
Ma differente da chi e da che cosa?
Per esempio da chi teorizza e pratica la superiorità dello Stato rispetto all’individuo. Viceversa noi, partendo dal concetto della Sardegna come comunità, e quindi come coesione libera di uomini liberi, pensiamo che lo Stato debba essere un sistema di funzioni al servizio delle libertà individuali. Per questo, per esempio, noi combattiamo lo strapotere della burocrazia italiana: non per sostituirlo con lo strapotere della parte politica (come è già avvenuto in epoca fascista) ma per organizzare i poteri con un sistema di norme fondato sulla fiducia e non sul sospetto e sulla repressione efficace della slealtà civile.
Per esempio da chi teorizza e pratica il primato assoluto della politica. Ciò che distrusse le democrazie della Grecia antica fu proprio il primato della politica, che si tradusse nel primato dell’opinione, cioè del consenso. Chi vinceva in Grecia prendeva tutto, anche la libertà di chi perdeva. E spesso chi vinceva, vinceva perché era stato più capace di altri a manipolare il consenso dei cittadini. L’unico primato è quello della libertà umana, della libertà dei singoli e dell’esercizio collettivo e reciproco delle libertà individuali. Questa primazia deve essere difesa da leggi inviolabili che impediscano l’identificazione della parte con lo Stato e dell’interesse di parte con l’interesse di tutti. Avere un’idea libertaria e solidarista della Nazione sarda, significa sapersi difendere dagli errori del nazionalismo italiano. Ho scritto altrove che la degenerazione nazionalistica italiana, con la progressiva identificazione dell’interesse di parte con l’interesse di Stato e la rappresentazione dell’interesse di parte come interesse generale, ha avuto un’accelerazione quando Napolitano e  Renzi, con motivazioni differenti, hanno costruito l’identificazione della Sinistra italiana con la Nazione italiana. Oggi quella identificazione è usata dalla destra italiana a proprio vantaggio e con il repertorio della destra estrema europea. I rischi per la libertà stanno aumentando.
Per esempio da chi trasforma le persone in consumatori Avere un’idea matura della Sardegna come nazione, significa non trattarla come se fosse un banale mercato, significa avere anticorpi politici e culturali per non correre acriticamente dietro il gigantismo e l’omologazione delle produzioni, dietro la subordinazione dei produttori alla Grande Distribuzione, contro le filiere sporche e l’inquinamento delle filiere alimentari, contro la mercificazione della biodiversità, contro il turismo di massa come turismo consumistico che tutto consuma, contro la scomparsa dell’educazione allo spirito critico, contro la nazionalizzazione e omologazione delle società.
Per esempio da chi teorizza e realizza l’egemonia urbana Avere un’idea nazionale della Sardegna significa rompere il meccanismo che l’ha divisa e condannata al localismo più disgregante, cioè la subordinazione del sistema dei paesi e delle città minori agli interessi di Cagliari e della gerarchia dei poteri formali ed informali che la caratterizzano. Leggere la Sardegna come ampia periferia di Cagliari è un modello atavico, ma con una chiara matrice coloniale: era il modello dei catalani. La concentrazione dei poteri regionali e del naturale privilegio infrastrutturale a Cagliari, ha sostituito i privilegi daziari di un tempo, ma non ha  cambiato il modello della subordinazione. L’integrazione tra territorio e area urbana è la risposta nazionale al privilegio urbano. Non è un caso che tutte le formazioni politiche italiane in Sardegna non riescano a proporre se non candidati di Cagliari, tutti concentrati nell’area metropolitana. Non è un caso che dietro questa competizione che noi sfideremo ci sia il posizionamento di gruppi di potere cagliaritano variamente articolati e variamente vestiti che noi abbiamo combattuto e vogliamo combattere. I catalani dicevano che governare Cagliari significava governare la Sardegna. I Sardi sanno che il loro devastante localismo è una reazione alle politiche di privilegio di cui Cagliari è gran parte. Noi proponiamo libertà e unità contro oligarchia e localismo.
Resistenza Venerdì, un dirigente del Partito dei Sardi, uno tra i più riflessivi e moderati, mi ha detto di avvertire un fastidio crescente rispetto all’estetica dei gesti della Lega e dei Cinquestelle. Dal balconcino di Palazzo Chigi al ‘me ne frego’ di Salvini, questo dirigente avvertiva la consapevolezza che si sta scivolando in un clima post-democratico. Bene, questa coscienza di una minaccia strisciante e ben dissimulata sta prendendo corpo in gran parte della società sarda che non si riconosce più in alcun partito. Con questo mondo senza padroni, senza mistificazioni, senza sotterranei disegni egemonici, noi vogliamo fare resistenza, cioè vera e dura battaglia politica per la nostra libertà, non per un partito.