Politica

Latte e soldi

giuseppedi Paolo Maninchedda

Il latte ovino è la materia prima della Sardegna.
Nel gennaio 2011 era pagato in Sardegna mediamente 0,625 centesimi di euro al litro; nel 2012 0,692 centesimi al litro; nel 2013 0,70 centesimi al litro; nel 2014 0,855 centesimi al litro. Questi i valori medi secondo Ismea. Ma c’è stato anche chi, perché capace, è riuscito a strappare prezzi migliori nella congiuntura favorevole (benché ciclica) dell’aumento costante del prezzo del Pecorino Romano. Ci sono state società che – senza aiutini illegittimi della Regione – hanno pagato nel 2013 (annata agraria 2011 2012) anche 0,78 centesimi al litro e anche chi è arrivato a ottenere per i pastori prezzi pari a 0,81 centesimi al litro. Nel corso del 2014 (annata agraria 2012/2013) vi sono società che stanno pagando il latte con valori prossimi all’euro al litro e qualche Cooperativa oltre l’euro, anche con la messa in riserva di capitali freschi per il futuro.
Viceversa vi sono stati pastori che nel 2013 si sono trovati il latte pagato 0,73 e che quest’anno non riescono ad andare oltre lo 0,82.
Quindi abbiamo avuto pastori che, scegliendo bene a chi vendere o essendo soci di cooperative ben gestite o essendo fornitori di industriali onesti, hanno guadagnato bene e viceversa pastori che, sbagliando l’acquirente, hanno guadagnato meno degli altri.

Il problema, dunque, delle scelte economiche (al di là delle legittime aspirazioni all’aumento del valore della materia prima), resta il vero problema di questo contrasto di successi e insuccessi in una fase espansiva. In sintesi si tratta di mancanza di progetto economico.

A titolo di esempio: una Cooperativa sarda, pur avendo un solido bilancio ed una buona capitalizzazione, ha deciso di liquidare ai suoi Soci meno del liquidabile – ma comunque più dell’anno precedente – per rimpinguare, da un lato, il fondo di riserva già pingue e quindi prepararsi a un rapporto diverso con le banche e a poter sostenere i costi della diversificazione e promozione di nuovi prodotti; dall’altro, per prepararsi a gestire senza eccessiva sofferenza l’eventuale crollo ciclico del prezzo del Pecorino Romano. Questo significa avere progetto economico.

Ma chi ha venduto al solito acquirente anche se non più vantaggioso, ha perso i vantaggi dell’incremento del prezzo e non ha fatto riserve, che cosa ha nel suo progetto economico?

Ciò che si capisce è dunque che anche il mercato sardo sta diventando realmente un mercato, dove agiscono: 1) persone capaci di produrre ricchezza e di trasferirla nelle tasche di chi concorre a produrla, i pastori appunto; 2) persone che sottraggono, come fanno da sempre, l’incremento di ricchezza ai produttori o per trattenersela o per trasferirla esclusivamente ai trasformatori; 3) persone che agiscono come hanno sempre agito nonostante le cose siano radicalmente cambiate e così consumano la ricchezza propria e altrui.

Ne consegue che ciò che vado dicendo da tanti anni è confermato: i pastori che non continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, ma al contrario sono disponibili a non vendere a chi hanno sempre venduto, a cercare le occasioni migliori, a seguire bene l’andamento del mercato per realizzare utili e riserve nel momento favorevole e resistere nelle fasi di crisi, questi pastori stanno diventando veri imprenditori e non più clienti di imprenditori o di leaders di ambiente. E ne sono contento.