La difesa militare della Sardegna e la sovranità

51r9ybIUdYL._AC_UL320_SR236,320_di Paolo Maninchedda
Sto notando in molti dirigenti politici una sorta di resa alla complessità della realtà.
Stiamo vivendo un momento molto difficile e disordinato.
Faccio un esempio per capirci. Il “Corrierone della Sera” ha mediamente cinque commenti in prima pagina e altrettanti articoli di cronaca in meno. È il segnale del fatto che il giornale italiano più prestigioso non ritiene più utile raccontare la realtà, bensì fornire una rassicurante spiegazione ai propri lettori.
Potremmo parafrasare così la linea del Corriere: «Non sappiamo che cosa sta succedendo, ma ve lo spieghiamo lo stesso, così dormite (dormiamo) tranquilli».
Non parliamo, poi, dello stato confusionale in cui versa gran parte della Sardegna: un vero disastro.

Noi, invece, sappiamo dove stiamo andando.
Noi vogliamo costruire legalmente, pacificamente ma concretamente lo Stato Sardo.
Piaccia o non piaccia (agli altri), noi sappiamo dove andare e chi ci sostiene sa dove stiamo andando.
Stiamo formando le liste per le amministrative non solo per partecipare al governo dei paesi e delle città della Sardegna, ma anche e soprattutto perché nelle amministrazioni locali si formano gli uomini di Stato della Sardegna del futuro.
Noi diamo amministratori alle città per dare governanti e statitsti al nostro stato.
Noi non siamo un partito che si propone come risposta ai problemi della Sardegna; noi siamo uno strumento per costruire la risposta, che è lo Stato Sardo.
Con questa solitaria chiarezza di idee, ieri ho avuto la fortuna di parlare di strategie militari con un esperto con cui ogni tanto mi confronto per far respirare i neuroni.
Siamo arrivati alla seguente conclusione.
Gli Stati Uniti si stanno progressivamente ritirando dal Mediterraneo, come annunciato ormai da più di un decennio. Il loro teatro di maggiore interesse è l’Oriente (la notizia di oggi della nave americana che attraversa le isole contese tra il Giappone e la Cina la dice lunga).
In teoria dovrebbe essere l’Unione Europea a guidare e sostenere, militarmente e economicamente, la sicurezza dell’Europa e del Mediterraneo. In teoria. In pratica, l’Europa è sfilacciata almeno in quattro parti: la Francia, che tradizionalmente si occupa della costa del nord-Africa che va dal Marocco all’Algeria. La Germania che non si occupa del Mediterraneo se non come di un fastidio; l’Inghilterra, che tendenzialmente si occupa di Medio Oriente, e l’Italia che dovrebbe occuparsi di Tunisia e Libia.
Tutto in teoria. In pratica, l’Europa continentale, Polonia, Germania e Paesi scandinavi hanno una paura fottuta della Russia, che muore dalla voglia di essere europea, ma è impedita a farlo dalla follia degli americani che collocano, con ottusissima visione, i missili atomici in Ucraina.
In questo quadro, il problema che si pone a una forza politica come la nostra è: a quali esigenze di difesa servono le nostre servitù militari?
A nessuna.
L’Italia non è minimamente in grado di garantire la difesa della Sardegna. Se la nostra isola venisse attaccata da un potenza minore del nord-Africa (come accaduto per secoli nel passato), o da un movimento ricco e organizzato come l’Isis, l’Italia non riuscirebbe minimamente a difenderla e sceglierebbe strategicamente di difendere prima la penisola. Le basi e i poligoni oggi presenti in Sardegna hanno funzioni ancillari rispetto all’industria bellica, che in Sardegna non dà lavoro che a poche persone, ma non hanno vere funzioni difensive.
Allora il tema è (ed è interessante): quale può essere il modello di difesa della Sardegna? Quanto costa? Chi è in grado di produrlo e organizzarlo? Dovremo in futuro rivolgerci ai francesi o ai tedeschi?
Senza capacità di difesa non esiste una vera e piena sovranità. Invece, tutto il pensiero autonomista, per non dire quello indipendentista che fugge dalle responsabilità di governo, su questi temi è terribilmente italiano, terribilmente arreso all’ineluttabilità della finzione della difesa italiana. E, di conseguenza, l’Italia, col pretesto della difesa, che non è minimamente in grado di garantire, ci usa come poligono industriale per scagazzarci di proiettili e bombette.
Fossi il Presidente della Giunta, riunirei la Giunta sulla spiaggia a Teulada dentro il poligono. Non possiamo chiedere questi gesti ai singoli cittadini e dir loro: «Fatevi arrestare». Ma se riuscissimo a fare la Giunta dentro i poligoni, sarebbe interessante  vedere il Governo Renzi arrestare tutta la Giunta Pigliaru. Nel frattempo, studiamo come difenderci. Tocca a noi, nessuno lo farà per noi.

0 commenti su “La difesa militare della Sardegna e la sovranità

  • Nicolo' Bellu says:

    Paolo Maninchedda solleva sempre problemi “veri”, di cui condivido tutto. Credo che ciò sia dovuto al fatto che Paolo prima di sollevare un problema lo analizza e studia la storia che ha condotto a quel problema, raffrontandola quasi sempre con altre realtà sociale politiche. Parla, quindi, con cognizione di causa, ed è per questo che ci trova sempre solidali. Coloro che non condividono il suo pensiero dovranno render conto, dati alla mano, di questa contrarietà di vedute.
    Quanto all’obiettivo “Stato Sardegna”, questo continua ad essere il mio pensiero fisso. Anch’io, nel mio piccolo, sto lavorando giorno per giorno su un idea di un nuovo Sistema Fiscale, che definirei non-reddituale, di cui Paolo dovrebbe possederne una bozza, che ho concepito fin dall’inizio come il Sistema Fiscale della Sardegna. Spero di poterlo un giorno proporre e di poterlo vedere concretizzato. Ma prima occorre partire dalle basi, cioè dall’Indipendenza della Sardegna.

  • Gianni Aramu says:

    Sono d’accordo con te, Paolo, bisogna convincere Pigliaru ad organizzare la Giunta nel poligono di Teulada o altro visto che ne abbiamo più di uno, e possibilmente il giorno delle esercitazioni e una volta per tutte mettere all’OdG tutti gli impegni presi e non mantenuti da parte del Ministero della Difesa. Il Presidente dovrebbe anche ricordare ai militari che prima di dire che le esercitazioni servono per la sicurezza e gli accordi internazionali, è necessario dare risposta ai numerosi quesiti messi in evidenza sia dal Consiglio Regionale, con i due ordini del giorno, sia dal COMIPA, nelle varie riunioni, e sia dallo stesso presidente Pigliaru: è da un anno e mezzo che i militari stanno tergiversando e rimandano a data da definirsi qualsiasi risposta e continuano a chiedere rinnovi di servitù, nuovi impianti ed svolgere esercitazioni di tutti i tipi trascurando e non rispondendo alle varie richieste di armonizazione e di riduzione.
    L’argomento è molto vasto…

  • Franco Murgia says:

    Certo ci vuole molto coraggio a convocare la giunta regionale in uno dei siti strategici militari della ns regione! Ma è forse l’unico modo per far capire a Roma che certe cose non ci stanno bene e vogliamo scegliere noi i modi, i tempi. La cosa più importante (per me) è che noi sardi l’autonomia intesa come la intendono a Roma non ci sta bene! Il nostro avvenire lo dobbiamo decidere noi, noi soltanto!

  • Enrico Cadeddu says:

    A mia memoria, non ricordo ci sia mai stato il coraggio di esprimere la volontà di riunire la Giunta dentro il poligono di Teulada, con tutte le possibili (o impossibili) conseguenze che da questo atto potrebbero derivare da parte del governo in carica. Qui sta la differenza.

  • Gianni Benevole says:

    Parlerei di dirigenti politici distanti dalla realtà in genere, comodamente accomodati nelle loro poltrone, tanto più se le questioni sono complesse e richiedono una presa di posizione forte e decisa utile a smentire e a sconfessare i “rassicuranti” panegirici delle prime pagine. A proposito di rassicurazioni ….. . <>. La realtà di oggi è questa, piaccia o non piaccia, sta ad ognuno di noi coglierla e rappresentarla con chiarezza per difenderci dalle balle. Senza timore reverenziale.

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