Il mio zoo: guidare l’elefante o guardare i cani che si azzannano?

formicadi Paolo Maninchedda
Oggi L’Unione fa un’inchiesta sugli scarichi irregolari e/o abusivi in Sardegna.
La fa a modo suo, come è giusto che sia, secondo la sua linea editoriale, ma la fa. Finalmente.
Stiamo passando dall’etica dell’indignazione quotidiana, che produce sempre meno effetti politici e sempre più effetti emotivi sul ceto medio della Repubblica Italiana (la gente è più spaventata che convinta di qualcosa), all’etica della responsabilità rispetto ai comportamenti di ciascuno.
Chi scarica in rete ogni rifiuto di lavorazione, senza rispettare modalità certificate e opportunamente certificabili, produce un danno a tutti noi, non foss’altro perché dobbiamo spendere di più per depurare o per aggiustare gli impianti danneggiati.
Questo articolo è però una ghiotta occasione, per me, non per una seduta di autocoscienza, ma per dire che cosa sto passando da due anni a questa parte e siccome oggi è domenica  mi dilungo un po’.

Quando c’erano i soldi e le opere si facevano male. Dobbiamo partire tutti da una consapevolezza: il patrimonio infrastrutturale pubblico della Sardegna (strade, acquedotti, fogne, depuratori, case popolari, palazzi pubblici, illuminazione pubblica, canali, reti irrigue, depositi, aree demaniali ecc.) è vecchio, cadente, spesso realizzato male e comunque in pessime condizioni, necessita di una quantità enorme di denaro per essere rimesso a posto, denaro che non è nella disponibilità né dei comuni né della Regione e tantomeno della vecchia, cadente e disordinata Repubblica italiana.
Di che cosa e di chi è figlia questa situazione? Di una storia tutta italiana, che vorrei riepilogare a beneficio di chi si occupa di politica e di chi ha ancora voglia di capirla, in modo da contrastare quanti pensano che la politica sia sempre e comunque battuta, prontezza di spirito, corsa alla dichiarazione tempestiva, al dileggio dell’avversario, all’agguato sul nulla, insomma a dispetto di chi pensa che Crozza sia un politologo e non un comico. La politica si compone di tante cose, ma tra le più iportanti ci sono sempre: onestà, legalità, sapere, comprensione, coraggio e decisione nel governo e nel cambiamento della realtà.
Iniziamo dal dopoguerra. Nel 1951 il sesto governo De Gasperi vara la Cassa per il Mezzogiorno, che agirà fino al 1993 ma di fatto finisce nel 1985. La Cassa spese in Sardegna 1.318.725 milioni di lire di lire, pari a poco più di seicento milioni di euro. Il 50% degli interventi riguardarono acquedotti e fognature; il 42% le opere di bonifica; l’8% le strade. Bisogna, però tenere d’occhio i picchi della spesa per capire l’eredità con cui abbiamo a che fare: fino al 1976 vennero spesi poco più di 297 miliardi e in questi anni la spesa maggiore è per le bonifiche, segute da acquedotti/fognature, e strade. Nel periodo 1977-1983 vennero impegnati – ma non tussi spesi – oltre 687 miliardi (e anche in questo caso più del 53% va in opere di bonifica, sempre seguite da acquedotti e fognature.  Poi registriamo un rallentamento della spesa fino al 1987 e infine un’impennata della spesa tra il 1987 e il primo biennio  degli anni Novanta, in questo caso prevalentemente dedicati a acquedotti e fognature.

Quando i soldi non ci sono più e si devono aggiustare le opere fatte male. Prima conclusione: abbiamo dighe/sbarramenti, argini, canali e reti irrigue che hanno un’età media che va dai 30 a 60 anni, che sono state progettate (ai tempi in cui le progettazioni non andavano a gara ma erano fiduciarie, con tutto ciò che questo ha comportato) in un periodo siccitoso e che non hanno goduto nel tempo di adeguate manutenzioni. Oggi non sono all’altezza né della situazione climatica, né degli standard di qualità che i cittadini giustamente esigono. Ci indignamo o cerchiamo i soldi per mettere tutto a posto?
Seconda conclusione: gli acquedotti e le fognature hanno anch’essi un’età media che va dai 30 ai 60 anni, sono stati realizzati con i materiali a norma in quel tempo ma non sempre a norma oggi, sono stati progettati o da enti regionali o da professionisti sulla base di incarichi fiduciari (vedi sopra) e oggi fanno acqua da tutte le parti. Che facciamo? Cerchiamo colpevoli, ci strappiamo le vesti o anche in questo caso cerchiamo risorse, facciamo manutenzioni e mettiamo il sistema in ordine?
Terza conclusione: per le strade vale quanto detto per dighe e acquedotti, con la differenza che con lo stesso sistema fiduciario sono state costruite strade o di proprietà dell’Anas, o delle province o dei Comuni. Nessuno dei tre enti ha fatto manutenzione come era opportuno farla perché non aveva i soldi per farla (solo quest’anno l’Anas ha quintuplicato le risorse per la manutenzione, ma Comuni e Province non hanno un euro).
Mentre la Cassa per il Mezzogiorno faceva tutto questo, la Regione finanziava altre opere col Piano di Rinascita, che però, è bene ricordarlo, inizia a operare nel 1963. Destinatari: Comuni, province, enti. Età delle infrastrutture locali (lasciando da parte la follia della Chimica) dai cinqunt’anni in su. manutenzioni: poche e saltuarie.
Quarta conclusione: dobbiamo reperire capitali per le infrastrutture, sapendo che né lo Stato né la Regione sono in grado di darceli. Il tema è strategico ed e determinante per il futuro della Sardegna. Non si tratta, come hanno frainteso alcuni consiglieri regionali, di cedere il controllo di società regionali – cosa mai pensata neanche lontanamente – ma di trovare il modo di non farci passare sulla testa il mare di denaro dei fondi di investimento senza mai riuscire ad orientarli sul nostro patrimonio pubblico per rimetterlo a posto. Questo è il problema che si sta analizzando e cercando di risolvere.

L’elefante. D’altro canto, abbiamo troppo denaro bloccato su progetti urgenti imbrigliati in controverse questioni burocratiche e amministrative. In questi mesi abbiamo fatto continue riunioni con Abbanoa e Egas (la vecchia autorità d’ambito), con le Province, con i Comuni, con gli enti regionali. Ci sono centinaia di milioni di euro bloccati, rispetto ai quali io mi devo muovere con grande delicatezza, perché io ho poteri di indirizzo non di gestione ed è sempre possibile che un magistrato fraintenda l’impulso a sbloccare i lavori con un abuso. Tutti i lavori della delibera Cipe 62, che grazie a uno sforzo sovrumano di Abbanoa, non ha visto la Regione Sardegna annoverata tra le Regioni sanzionate ma che entro giugno devono essere aggiudicati definitivamente, sono bloccati per una complessa interpretazione dell’autorizzazione paesaggistica. Si tratta di lavori di manutenzione straordinaria urgenti, riguardanti 80 comuni della Sardegna, ma la responsabilità è dei Rup, dei dirigenti degli uffici regionali e della soprintendenza ai beni culturali. Qual è l’atteggiamento migliore dell’organo politico dinanzi a queste emergenze burocratiche? Può un uomo politico assistere alle guerre civili tra Rup e dirigenti stando a guardare? Io penso di no. Le guerre burocratiche hanno una matrice comune, che è poi la matrice di ogni violenza: la paura. La responsabilità è ormai orizzontale in Italia e in Sardegna. I poteri non sono coordinati, ma contrapposti e tendenzialmente qualsiasi dirigente laborioso – ci sono anche quelli con pessime e autonomistiche abitudini di inefficenza mai censurata – vorrebbe operare per il meglio, ma ha paura di essere perseguito semplicemente per essere frainteso. L’effetto è l’immobilismo. Ogni situazione che richiede un’interpretazione si blocca, ma si blocca anche perché da un lato la politica ha premiato sempre e più la militanza della competenza (o la dedizione al capo di turno piuttosto che allo Stato sardo), e la militanza sa di non dover cambiare la realtà ma solo di dover servire la causa; dall’altro la Corte dei Conti (cui noi sardi masochisti, sia sempre ricordato in saecula saeculorum, paghiamo locali ecc.) e la magistratura hanno sempre perseguito l’iniziativa amminisrativa (chi fa sbaglia, ma che ogni errore sia un reato o un danno è molto discutibile) ma molto, molto meno l’inerzia. Perché fa notizia uno sversamento, che è giusto che faccia notizia, e non fa mai notizia il progetto sbagliato del depuratore, o il progetto bloccato, o il Rup in malattia da mesi, o l’ufficio che non risponde e fa decorrere costantemente tutti i termini, per poi cautelarsi l’ultimo giorno con una letterina che li sospende e li fa ripartire? Perché io non ho molti strumenti su una stazione appaltante lenta?
Vorrei trasmettere la sensazione che provo ormai da mesi: mi sento seduto su un elefante lentissimo nei movimenti, suscettibile, protetto dalle abitudini delle amministrazioni di controllo che tendenzialmente puniscono chi fa e lasciano tranquillissimo chi non fa, e ho dovuto decidere più di una volta se smettere di stimolare la bestia o se continuare, con pazienza, a cercare di farle muovere almeno un passo al giorno. Ho scelto la seconda strada, anche perché un animale lento, senza stimoli, non fa più neanche un passo e si siede. Ma perché tutto questo abbia successo occorre che le istituzioni si parlino e conoscano la reale situazione della Sardegna: io non so se a tutti i livelli si sappia del putiferio di conflitti burocratici che stanno uccidendo la nostra patria. Occorre che l’opinione pubblica conosca non solo l’effetto dell’incuria amministrativa, ma anche la causa e una parte di questa causa è nelle nostre peggiori abitudini culturali, che stanno anche dietro ai comportamenti incivili che oggi il giornale racconta. E la causa è la pavidità, è la paura, spesso giustificata nei funzionari amministrativi, altre volte senza alcuna giustificazione se non la propria incapacità (diventata da problema da superare con l’istruzione e la formazione, vizio tutelato da conservare – questo è in nuce il messaggio primitivo del film di Zalone che sta riscuotendo tanto successo), a causa di uno Stato in disordine che non sa distinguere e difendere l’interesse pubblico, non riesce a individuarlo, lo subordina all’apparenza ordinata delle carte e quindi non gerarchizza i suoi interventi. Occorre rifiutare di sedersi a guardare i cani che si azzannano e invece adoperarsi perché l’elefante si muova e i cani non mordano.

0 commenti su “Il mio zoo: guidare l’elefante o guardare i cani che si azzannano?

  • Mr.President (è tempo di primarie in IU-ESS-EI), Crozza è certamente un comico, tra l’altro spesso da riderne per non piangerne, ainoi, ma spesso, mi perdonerai, assume anche il ruolo di politologo, certificato da opere e missioni nel dire e nel fare, di taluni soggetti, che sono “politici a tutto tondo” a cui le sue performance sono spesso dedicate. E comunque se ancora abbiamo bisogno di giullari che dovono distogliere e distrarre il “popolo sovrano”, non sò di che animale si tratti, ma certamente si è mosso veramente poco dal Medio-Evo ad oggi!

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