Il lavoro, gli alberi e i pannelli solari

gineprodi Paolo Maninchedda
Ripropongo qui alcune mie convinzioni personali, che non vogliono minimamente condizionare le posizioni del mio partito o, tanto meno, quelle di altri partiti. Io sono il padre dei cantieri verdi regionali (non amati oggi in Consiglio regionale e forse – devo verificarlo – neanche in Giunta), pensati con due obiettivi: 1) come recupero e indennizzo ambientale di territori che hanno ospitato impianti di smaltimento dei rifiuti e hanno patito gravi crisi industriali; 2) come ripristino del manto boschivo.
Rimango convinto della bellezza e della straordinaria grandezza degli alberi e delle piante, queste macchine che mangiano anidride carbonica e la trasformano in zuccheri. Un bosco non è solo bellezza, ma è anche un grande depuratore dell’aria, un grande amico del territorio, una naturale banca d’acqua, una sorta di invaso frammentato.
Sebbene si dica, a ragione, che la Sardegna è una delle regioni d’Italia con più ampia superficie dedicata al bosco, questa resta considerevolmente inferiore al manto boschivo precedente la devastazione sabauda dell’Ottocento, che ha cambiato la natura dei luoghi per cui oggi abbiamo toponimi che parlano di grandi piante, di cervi, di guadi e di quant’altro che però attualmente non trova alcun riscontro nello stato dei luoghi.
Rifare i boschi costa poco: costa la manopera che ci si impiega. Ho sempre detto, e continuo a dirlo, che usare le attività di ripristino del manto boschivo come misura anticiclica contro la disoccupazione è molto più utile, ragionevole e efficace di qualsiasi altro intervento.
Ho ripetuto più volte, anche in Giunta, che la flex security di Renzi ha un limite in Sardegna nel numero limitato di imprese in cui ricollocare i lavoratori. In Spagna, Paese con una situazione simile a quella della Repubblica italiana, per fare ripartire il lavoro stanno investendo molto nelle start up, nelle nuove imprese, ma dichiarano anche che gli effetti si vedranno non prima di un triennio e sono comunque esposti all’andamento dei mercati.
La Sardegna ha oggi 27.000 persone abbandonate dagli ammortizzatori sociali e quindi a reddito zero. Costavano 370 milioni di euro l’anno. A queste si aggiungono tutta un’altra serie di persone che ancora godono di una qualche protezione ma che sopportano redditi molto bassi. Io sono anche il padre di un altro provvedimento, varato con la soluzione della vertenza Legler, che è l’utilizzazione negli Enti Locali dei lavoratori che stavano dentro la legge Maroni (più un altro gruppo assimilato nel trattamento). Anche questa norma non gode di consenso attualmente, ma ha consentito a un sacco di gente di raggiungere la pensione. Io credo che l’utilizzazione, se ben vigilata e gestita, sia ancora una soluzione anticiclica praticabile, soprattutto per la fascia sopra i quarant’anni. Se leghiamo utilizzazione e ricostruzione dei boschi possiamo farcela.
Resto dell’idea che l’emergenza lavoro richieda l’utilizzo coordinato dei diversi fondi europei (FSE, FERS, FEARS) e che possa e debba rivolgersi a finanziare il rifacimento del manto boschivo sardo, all’interno di una strategia generale che veda le pecore abbandonare le pianure coltivabili e ritornare sui terreni vocati a pascolo, che veda la filiera del legno godere di una qualche attenzione, che realizzi le migliori strategie per la coltivazione e lo sfruttamento del sughero (il Portogallo si sta mangiando tutto il mercato).
Personalmente sono lontano mille miglia dai campi solari che promettono il benessere e il futuro. Il quadro del sistema energetico della Sardegna va ripensato e bisogna intervenire sulle regole di dispacciamento e limitare gli impianti guidati da mero intento speculativo. Chi produce per autoconsumo e non consuma territorio diversamente vocato deve trovare un trattamento più vantaggioso di chi fa specchi su terreni buoni e lo fa solo per fare soldi, traformando il sole non in patrimonio biologico ma in patrimonio finanziario. Dobbiamo capire che i famosi conti energia oggi si riverberano sugli oneri di sistema delle bollette, creando costi per i cittadini e per le attività produttive. Insomma, l’energia è un mondo complesso che non può essere aggredito né emotivamente né speculativamente. Ma è sempre meglio una foresta di un parco specchi, di questo resto convinto, a meno che non li si realizzi in aree già compromesse, in aree di prossimità ai luoghi di consumo. Capisco di essere, più che in minoranza, in minimanza, ma resto convinto che i campi solari non siano sempre e comunque un beneficio, mentre occupare persone nel rifacimento delle nostre foreste è un grande progetto di ricchezza collettiva e di welfare intelligente.

0 commenti su “Il lavoro, gli alberi e i pannelli solari

  • Concordo su tutta la linea di pensiero, grandemente favorevole sulle finalità socio-ambientali legate ai cantieri verdi e alla destinazione agraria delle superfici piuttosto che alle produzione di rendite. Mancano a mio avviso alcuni fattori purtroppo oggigiorno non adeguatamente presi in considerazione: il senso civico latente, rilevabile a livello governativo ma anche – ad esempio – dalla constatazione di aree destinate a imboschimento sottoposte al pascolo di animali da allevamento allo stato brado ( fatevi un giro nelle aree interessate da detti interventi ); in questo un interrogativo, sono le lobby per interessi di parte a favorire le rendite o il lavoro è davvero concepito per essere un costo anche dal legislatore? Aderisco per questo all’idea politica dell’On. Maninchedda

  • Avrei grande voglia di replicare – uno per uno – ai punti elencati da Falbitano Italiano.
    Preferisco limitarmi a ringraziarlo per i preziosi consigli e ricordargli che l’acqua calda esiste anche in Sardegna.

  • Salve. Concordo pienamente il tuo discorso, e penso sia una risorsa attuale e futura, ho sempre sostenuto una politica boschiva ed agro pastorale, investire in questi settori non sono capitali persi ma investimenti a lungo termine che porteranno solo benifici, sempre, in futuro, sono le uniche risorse di possibilità di lavoro sopratutto per il futuro dei nostri giovani, oltre all’industria del turismo, e della industria di trasformazione alimentare…. Sicuramente la nostra terra in passato e stata depredata dei boschi anche perché il nostro legname era il migliore per costruire le navi. Certo non siamo una terra a vocazione chimica e trasformazione lavorazione del petrolio. Non sono contro nessuno, ma sicuramente la grane crisi che colpisce oggi la Sardegna è il risultato di scelte politiche sbagliate del passato. Di industrializzazioni legate alle grandi fabbriche chimiche instaurate in Sardegna dalla politica. Gli investimenti su settori come la trasformazione alimentare, postorizia, la riqualificazione dei boschi del nostro territori ed il turismo sono investimenti possibili futuri e duraturi. Investimenti che daranno sempre lavoro e reddito a questa isola sfruttata e depredata da tutti, che oggi si ritrova in una crisi profonda difficile da sopportare… Buon lavoro Paolo.

  • viene da piangere a pensare a cosa sarebbe stata l’isola se tutti i cassintegrati, invece che rimanere a casa o a far qualche misero lavoretto in nero per tutto quel tempo, fossero stati impiegati a rimboschire e curare le foreste e tutti gli annessi e connessi…

  • Giovanni Piras says:

    Parlare di cantieri verdi è davvero interessante, mi trova perfettamente d’accordo purchè non vengano gestiti alla stregua di cantieri per la disoccupazione, cosa che accade in ogni comune che ne ha beneficiato. Cosa dire poi dell’Ente Foreste, tredicesimo qassessorato, utile solo per le campagne elettorali di pochi eletti, diseducante al massimo e inutile palestra di sindacalismo politicizzato. “Jeo dia narrere chi toccat de sinne occupare chin rejone e cumpetenzia”.
    Salute e tricu

  • Caro Paolo,
    ho letto con interesse e, spero, con attenzione il tuo intervento su lavoro, alberi e pannelli solari. Ho insegnato per 7 anni selvicoltura speciale al corso di laurea in Scienze Forestali e Ambientali di Nuoro e in questi anni, come poi negli anni successivi, ho avuto modo di confrontarmi con il mondo dei cantieri forestali in Sardegna e, aggiungerei, con le questioni forestali e ambientali dell’isola. Sono convinto, al pari di quanto riporti, dell’importanza strategica, attuale e prospettica, degli alberi e delle foreste in Sardegna. Bisogna crederci e bisogna agire in modo deciso, chiaro e trasparente perché questa risorsa ambientale e sociale possa finalmente divenire una componente di pregio della vita e dell’economia sarda. Gli studenti che ho incontrato in sette anni di lavoro sui boschi sardi hanno avuto modo di apprezzare le opportunità e le debolezze dei cantieri forestali. L’Ente Foreste è una delle organizzazioni forestali istituzionali più importanti non solo in Italia ma nell’intero ambito mediterraneo. Colleghi di grandi capacità, strutture efficienti e diffusione capillare sul territorio sono realtà da valorizzare. La filiera corta di trasformazione del legno è stata sperimentata in più ambiti così come l’impiego delle biomasse legnose per cicli energetici sicuramente meno impattanti delle centrali solari di grandi dimensioni. Tutto questo esiste in Sardegna, come esistono competenze e risorse umane adeguate. È però necessario, secondo la mia esperienza, che vengano ripensati e risolti alcuni aspetti strutturali e culturali.
    1. Il fatto che i cantieri forestali siano stati e siano tuttora percepiti come un settore assistenziale, un produttore di benefit da ammortizzatori sociali, deve essere assolutamente superato. I cantieri forestali devono assumere una fisionomia di servizio economico attivo ed è necessario introdurre una serie di attribuzioni di valore a quello che la foresta comporta. Da questo punto di vista esistono tantissime possibilità, prime fra tutte quelle del legno, del sughero e delle biomasse. La Sardegna ha il cronico problema del rifornimento energetico vista la pressoché completa assenza di approvvigionamenti in continuo di gas e olii combustibili. Ragionare in modo serio sul futuro energetico dell’isola dovrebbe tendere ad integrare le varie fonti rinnovabili esistenti e creare un indotto economico con l’utilizzo di biomasse legnose prodotte in modo sostenibile e non importate in grande quantità come succede attualmente. Un ulteriore valore economico è nel settore alimentare non formale: le produzioni di funghi, frutti di bosco e filiere connesse, carni ortodosse (con cicli colturali silvopastorali e agroforestali innovativi) e carni alternative sono ad oggi ambiti poco esplorati e, per questo, potenzialmente molto interessanti. Un ulteriore valore economico attivo deriverebbe dall’incentivazione dei settori di ecoturismo e agriturismo, ambito su cui puntare tantissimo in modo da annualizzare l’offerta turistica in Sardegna associandolo al turismo archeologico e paesaggistico diffuso. E’ poi assolutamente importante che nel bilancio economico dell’isola entrino a far parte giudizi di valore sui servizi che la foresta e gli alberi possono erogare in termini di risparmio e di evitanza. Mi spiego. Risparmio per la spesa della salute grazie alla propensione che il cosidetto Dottor Verde (la foresta) ha di prevenire alcune patologie non trasmissibili (primi fra tutti poblemi cardiovascolari e respiratori, forme tumorali, diabete e via dicendo) grazie alle attività fisiche che può ospitare e alla funzione di filtro di polveri e inquinanti. Evitanza per il presidio idrogeologico (annullamento della monetizzazione dei danni dovuti a disatri ambientali). Vi sono numerosi altri servizi che la foresta può erogare: se si vuole che i cantieri forestali non vengano più considerati un mero settore assistenziale, la politica regionale dovrebbe farsi carico di valorizzarli, di metterli in un quadro di bilancio, di acchiappare tutte le occasioni a livello nazionale, europeo e mondiale che producono ricchezza per una corretta gestione dell’ambiente in generale e della foresta in particolare.

    2. Facilitare l’imprenditorialità integrata nel settore ambientale e forestale in modo da promuovere la sinergia fra i cantieri forestali pubblici e le iniziative private o in cooperazione che aiutino a sviluppare occupazione e benefici di filiera.

    3. Ricomporre il conflitto fra mondo pastorale e mondo forestale. Per la Regione sarebbe una rivoluzione copernicana ma porterebbe un vantaggio incredibile in termini economici.

    4. Incentivare esperienze educative e formative che distruggano per sempre la “sindrome del miracolo”, tanto cara al sentire italiano ma parossistica in Sardegna: non si può continuare a sperare che un singolo settore, una singola azione (che sia un polo industriale oppure un’ipotesi di porto franco) possa magicamente risolvere i problemi storici e futuri della regione. La Sardegna ha il vantaggio di avere una ricchezza ambientale, una biodiversità ed una diversità culturale incredibile. E’ quello il patrimonio su cui contare.

    5. Lavorare in modo deciso e finale per la soluzione dei problemi strutturali di collegamenti interni e di collegamenti esterni all’isola.

    Mi rendo conto che sono passato a disquisire di cose che non mi competono. Resto un selvicoltore e un appassionato di alberi e foreste. Certo è che le foreste sarde significano molto di più che la soluzione di tipo assistenziale dell’emergenza lavoro. C’è anche quella, per carità, e già sarebbe un ruolo tutt’altro che secondario. Ma leggo nelle tue parole, Paolo, la voglia e la necessità di andare oltre. L’energia solare aiuta in un sistema di autoconsumo a scala limitata e va incentivata. Dovrebbe essere integrata con altre fonti energetiche in modo da non diventare una perdita per molti rispetto ad essere un vantaggio per pochissimi.

    È necessario mettere in valore le conoscenze esistenti e svilupparne ulteriori. Da domani iniziano le lezioni del secondo semestre in molte università italiane. Mi troverò ancora a parlare di bosco e di gestione forestale con un gruppo di ragazzi che nei prossimi anni metteranno a disposizione della società le loro conoscenze e la loro passione. Purtroppo non lo farò in Sardegna ma qualche collega farà esattamente le stesse cose, ne sono sicuro. Quindi comincerò fare lezione parlando dei boschi della Sardegna cercando di dare un contributo attivo al nostro futuro comune.
    Buon lavoro
    Fabio Salbitano

  • Giampiero Meloni says:

    Carissimo,

    in linea di massima concordo con la Tua idea ma, permettimi, aggiungo alcune considerazioni personali.

    Il settore delle energie rinnovabili, se gestito diversamente (e quindi per autoconsumo) da come si è fatto fin’ora e cioè senza favorire speculazioni e mega utili per pochi, può contribuire alla creazione e distribuzione di notevoli risorse economiche che possono essere usate anche per alleviare i costi che la regione sostiene in determinati settori (penso, ad esempio alla distribuzione e potabilizzazione dell’acqua solo per il comparto agricolo e domestico – quindi vedi ENAS….a mio avviso da replicare ove possibile).

    In altre regioni d’europa sono nate le cooperative energetiche, hanno coinvolto centinaia di piccoli risparmiatori, hanno realizzato (con onestà e particolare attenzione all’ambiente, quindi in aree degradate) parchi eolici, fotovoltaici, solari termici e solari termodinamici a concentrazione per garantire alle loro abitazioni energia elettrica e termica per i propri fabbisogni.

    Recentemente a Forlì, una società in-house dello stesso comune, ha ultimato, in area industriale, un impianto solare termodinamico a concentrazione per la produzione di calore da destinarsi alle attività insediate nella stessa area produttiva e in futuro contano di alimentare interi quartieri residenziali cosi da riscaldare o raffrescare le abitazioni.

    Quante aree industriali abbandonate abbiamo in Sardegna ? Perchè non agevolare questi progetti, magari coinvolgendo le amministrazioni locali e/o soci (sempre locali !) privati ? Perchè non sburocratizzare alcune procedure e facilitare questi progetti ?

    Penso a Tortolì, Ottana, Prato Sardo, Tossilo, Suni, Oristano, Marrubiu, Cagliari, Villacidro, P Torres, Tempio Pausania e tante altre. Abbiamo più zone Artigianali e Industriali (deserte o quasi) che attività insediate.

    Premesso questo mi chiedo perchè da altre parti riescono a sfruttare, nell’interesse delle comunità, le tecnologie (moltissime italiane) del settore delle rinnovabili e da noi, invece, si continua a dipingerle come inquinanti, speculative, non vantaggiose ?

    Mi trovi d’accordo nel non autorizzare i mega impianti in aree agricole (penso ai mega progetti di Bonorva, Giave, Gonnosfanadiga, Villasor, Narbolia, Milis, Chilivani, Oristano) ma qualcosa di più contenuto, sempre per autoconsumo, credo si possa permettere.

    I cantieri verdi sono senz’altro un’ottima iniziativa a condizione, come affermato da Mandrake, che vengano occupate persone che abbiano veramente voglia di lavorare e che siano in provata difficoltà non”mandronese” che trascorrono metà delle ore di lavoro con il mento poggiato sul manico della pala !

    Dovresti averne visto diversi anche tu in questa solita e collaudata posizione che, agli occhi di chi transita sulle strade per lavoro, sembra quasi stiano sfottendo chi li osserva. Penso che il personale dei cantieri debba essere ben gestito e coordinato e chi è preposto alla pianificazione delle attività deve anche capire che le piante non vanno messe a dimore a luglio (com’è successo dalle nostre parti) per poi vedere le stesse, dopo poco meno di un mese, completamente secche.

    Nei cantieri verdi si potrebbero impiegare una parte di coloro che sono senza un minimo sostegno ma buona parte di tanti altri che, per anni, hanno beneficiato e beneficiano tutt’ora di ammortizzatori sociali (mobilità, cassa integrazione, scivoli di ogni sorta e tipo, ASPI e quanto altro)

    L’aspetto che più mi spaventa, del sistema cantieri verdi, è che (considerazione prettamente personale) possano essere un altro strumento per appiattire le menti delle persone e abituare le stesse a non mettersi in gioco, a non rischiare, a non provare ad avviare un minimo di iniziativa personale……tanto alla fine verranno occupati per 6 mesi nel cantiere e poi, i restanti sei, avendo maturato i requisiti minimi, li passeranno in disoccupazione speciale, (svolgendo al contempo attività in nero) sulle spalle della collettività.

    Con quali denari verrebbero finanziati tutti questi cantieri ? Non è che con quei denari si può fare dell’altro che magari, indirettamente, garantisce maggiori ritorni economici anche a chi negli stessi verrà occupato ?

    Alla fine della storia chi mette i soldi ? E da dove li prende ?

    Con stima ti saluto.

  • Enea Dessì says:

    Nel 1999 dissi in una conferenza pubblica a Carbonia, presente Cherchi Tore, che coltivare sughere era 600 volte più redditizio che coltivare carboneSulcis. In modo fascista mi impedirono di argomentare. Il Cherchi Tore che con trent’anni di ritardo si fa paladino del super-sussidiato e fallimentare impianto di produzione di bioetanolo. Auguri Paolo e Buon lavoro. Lo dico sempre convinto e a voce alta: i sardi non capiscono un cazzo!

  • Gianni Cossu says:

    Bravissimo Paolo, condivido totalmente il tuo pensiero e in piu direi che la forestazione anche a fini di utilizzo commerciale del legno darebbe enormi possibilità di reddito visto che circa l’80% del legname da opera viene importato da tutto il mondo, non ti preoccupare degli ostacoli in consiglio o in giunta, quello che conta sono le buone idee.

  • Discorso condivisibile e coerente con la persona che conosco e che apprezzo.
    Come si concilia con i 500 ettari della foresta del Marganai?

  • daddu caddu says:

    Ma chi fà denari dal sole, oltre l’autorizzazione, non bisognerebbe “obbligarli” a pagare una tantum dei cantieri verdi o una mitigazione della visuale specchiante?

  • È tutto condivisibile a condizione che in questi cantieri venga occupata gente che a voglia di lavorare, e non quelli che non hanno mai fatto niente e non vogliono fare niente ( sono tantissimi, e lavorano solo ed esclusivamente nei cantieri forestali)

  • Giovanni Camedda says:

    Bellissimo.
    Ricalca in toto una mia idea di Recupero, piantumazione e sfruttamento controllato della nostra vegetazione , sfruttando anche tutti i cassaintegrati che percepiscono da anni una cassa integrazione servita a casa.
    Ricordiamo che importiamo la quasi totalità dell pellet, e una grossa percentuale di legna da ardere e d’opera.
    Con un agronomo stiamo preparando una relazione che comprende anche lo sfruttamento degli argini dei fiumi, e degli spazi ANAS
    ai bordi delle strade.
    Appena finita te la inviamo.
    Cordiali saluti.

  • P. paolo demuru says:

    Non dubitare, su questi temi Sei in assoluta maggioranza. Perlomeno fra i terrestri. Per gli altri non saprei.

  • Ancora una volta sono d’accordo con Lei, anche io preferisco le foreste alle distese di pannelli solari che, invece, potrebbero trovare utile collocazione sui tetti delle nostre case. Sono anche d’accordo sui cantieri verdi e sui “rimboschimenti” che oltre alla funzione prettamente “naturale” portano sicuramente benefici sul sociale, con l’impiego delle “27.000 persone abbandonate dagli ammortizzatori sociali e quindi a reddito zero”, e sul controllo del territorio sotto tutti gli aspetti. Assessore… Avanti tutta

  • Renato Orrù says:

    … sottoscrivo e condivido senza remore alcuna … grazie Paolo: farò girare queste Tue (e Mie) convinzioni … personali.
    fp

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