Politica

Il latte, la memoria corta e il petrolio

Oggi La Nuova Sardegna, il giornale che ancora pensa di dettare l’agenda politica dell’Isola, dedica un articolo di spalla , firmato da due persone di nota e apprezzata competenza, sul dimenticato accordo sul latte ovino. Il problema non è scrivere che le promesse elettorali sono state archiviate, non foss’altro perché venivano dichiarate dagli stessi protagonisti che le pronunciavano delle chiare e evidenti bufale elettorali e solo chi voleva comunque crederci ci ha creduto, come un bambino può convincersi e credere che l’asino voli; il problema  è tornare indietro e dimostrare, come è possibile fare, che si è trattata di una manipolazione di Stato e non solo di partito/partiti. Ma questo non si fa e soprattutto non si dice perché è rischioso, e forse lo è davvero. Ma allora, se non si vogliono correre rischi, esteticamente è meglio non costruire neanche gli alibi della memoria e dell’analisi inutile per quanto precisa e dettagliata. Sappiamo tutto del settore; ancora non sappiamo però, ma li intuiamo, i tanti retroscena che hanno coinvolto vari apparati dello Stato italiano nel clima di disordine controllato e controllabile di quei giorni. Sul disordine ben ordinato in Italia non si indaga mai, o meglio, chi l’ha fatto ci ha lasciato le penne.
Nel frattempo il prezzo della benzina aumenta e aumenta, guarda un po’, anche grazie ai dazi di Trump sul petrolio iraniano. In Italia non è che non si sappia che le grandi compagnie petrolifere hanno stoccato greggio quando costava ancora poco e oggi vendono benzina al prezzo corrente e rialzato; in Italia non è che non si sappia che la guerra in Libia è finanziata da una parte dall’Arabia Saudita (Haftar) e dall’altra dal Qatar; in Italia non è che non si sappia che il regime saudita è tra i più sanguinari della terra e che il Qatar non è stato certo una mammoleta nei conflitti mediorientali che noi occidentali, sabgliando, collochiamo sotto il generico titolo di “guerra contto l’Isis”. Si sa tutto, ma si fa finta di niente. Come l’Italia degli anni Settanta negoziò con l’Olp, dopo l’attacco a Fiumicino, un accordo politico per cui il territorio della Repubblica veniva fatto salvo da attacchi del terrorismo palestinese, con Arafat impegnato a tenere a bada le sue frange estremiste (che comunque rifornirono le BR e Barbagia Rossa di armi), così oggi sta attentissima a non scontrarsi con il terrorismo sunnita e con chi lo finanzia, nonostante le rivalità arabe stiano generando in Nord Africa un’emergenza umanitaria pericolosissima per l’Europa. Noi in Sardegna ospitiamo la più grande raffineria d’Europa. Noi in Sardegna abbiamo una delle più grandi iniziative del Qatar che si sta sviluppando nel Nord dell’Isola con un’operazione diversa da quella originariamente promessa, cioè un investimento seriamente umanitario e di eccellenza, che si è invece trasformata in una operazione finanziaria con il Qatar che anticipa e la Regione che rende a rate con gli accreditamenti, consegnando al Mater Olbia quote del mercato della salute sardo liberandolo dal dovere di conquistare quote della domanda di salute del mondo, come era stato promesso.
Tutto questo accade intorno a noi, ma non solo questo.
Martedì scorso in Arabia Saudita sono state eseguite 27 pene capitali, la gran parte di sciti, la gran parte per decapitazione e impiccagione, e una per crocifissione. Ci sarebbe il tanto di sconsigliare il Paese come meta turistica o di business. Invece no, sul sito del Ministero degli esteri che ognuno di noi frequenta prima di un viaggio, non c’è alcun “allarme ferocia” per l’Arabia Saudita. Non solo: sia per il Qatar che per l’Arabia occorre avere uno “sponsor locale” che garantisca per il soggiorno. Capite, “uno sponsor locale”. Siccome tutte le strade sarde portano a Doha da un po’ di tempo, questa storiella dello sponsor locale fa sorridere e fa tanto pensare. Ecco, noi viviamo come ignavi in questo mondo di volpi, con giornali e partiti politici che vivono dell’emozione di un giorno, senza pensiero, senza visione, senza strategie, come nelle più classiche realtà coloniali di un tempo.